Categoria: Italia Mondo

  • Neonato morto a Roma, Chiara Ferragni: anche io ho rischiato di addormentarmi mentre allattavo mio figlio

    Neonato morto a Roma, Chiara Ferragni: anche io ho rischiato di addormentarmi mentre allattavo mio figlio

    Continuano le indagini aperte della Procura della Repubblica a seguito del tragico decesso di un neonato di soli tre giorni nel reparto di ginecologia dell’Ospedale Pertini di Roma, avvenuta la notte tra il 7 e l’8 gennaio. Il bambino sarebbe stato schiacciato dalla mamma che si era addormentata durante l’allattamento. La donna non è indagata ma risulta parte offesa e l’ipotesi di reato (omicidio colposo) è contro ignoti. “L’hanno lasciata sola” ha dichiaro nelle scorse ore il padre del bimbo morto, raccontando che alla compagna hanno portato subito il neonato per l’allattamento, dopo 17 ore di travaglio.

    Sulla drammatica vicenda è intervenuta sui social anche Chiara Ferragni: “Le donne vengono sempre lasciate sole e questo è un problema grandissimo”. L’imprenditrice digitale ricorda quanto accaduto anche a lei dopo la nascita del primogenito Leone: “Mi ricordo quando ho partorito Leo dopo un’induzione di 24 ore e quando mi è stato lasciato al seno per l’allattamento ho rischiato in primis di addormentarmi diverse volte. Ci vuole supporto e aiuto. Siamo donne e mamme, non super eroi”.

    Un pensiero condiviso da tante mamme che in questi giorni stanno lanciando messaggi di solidarietà a questa famiglia che sta vivendo un dramma simile, ma soprattutto un appello importante a sostenere e aiutare le donne in quei primi momenti della maternità, bellissimi quanto difficili. “Quella mamma potevo essere io” si legge e si sente dire spesso in questi giorni.

  • VIDEO-Mafia: blitz contro un clan a Palermo, sette arresti. Boss arrestato: ‘C’è codice scritto di Cosa nostra’

    VIDEO-Mafia: blitz contro un clan a Palermo, sette arresti. Boss arrestato: ‘C’è codice scritto di Cosa nostra’

    I carabinieri del Nucleo investigativo di Palermo hanno arrestato sette persone con le accuse di associazione mafiosa ed estorsione aggravata. Il blitz, coordinato dalla Dda guidata dal procuratore Maurizio de Lucia, ha colpito la ‘famiglia’ mafiosa di Rocca Mezzomorreale (PA) e i suoi vertici, già condannati in via definitiva e tornati liberi dopo aver scontato la pena. In cella sono finiti anche uomini d’onore riservati, sfuggiti finora alle indagini, che sarebbero stati chiamati in azione solo in momenti di criticità per la cosca. Per 5 indagati è stato disposto il carcere, per due i domiciliari. L’operazione, condotta tra Riesi, nel nisseno, e Rimini, ha consentito di smantellare la famiglia mafiosa di Rocca Mezzomonreale, “costola” del mandamento palermitano di Pagliarelli, ed ha confermato, ancora una volta, le storiche figure di vertice, già in passato protagoniste di episodi rilevantissimi per la vita dell’associazione mafiosa, come la gestione del viaggio a Marsiglia del boss Bernardo Provenzano per sottoporsi a cure mediche o la tenuta dei contatti con l’ex latitante trapanese Matteo Messina Denaro.
    Gli arrestati sono: Pietro, Gioacchino e Angelo Badagliacca, Marco Zappulla e Pasquale Saitta. Ai domiciliari sono andati Michele Saitta e Antonino Anello.

    “C’è lo statuto scritto … che hanno scritto i padri costituenti”: così afferma uno dei boss arrestati, non sapendo di essere intercettato. Una rivelazione che i magistrati ritengono importantissima e che conferma l’osservanza da parte dei capimafia di ferree regole, una sorta di “Costituzione” della mafia.
    I boss continuano a rispettare le vecchie “regole” mafiose e a imporne l’osservanza agli affiliati, dunque. Le “cimici” piazzate dagli investigatori hanno potuto ascoltare le conversazioni degli indagati che spesso si richiamavano al rispetto di principi mafiosi arcaici, un vero e proprio “statuto” scritto dai padrini. “Principi” che i capimafia continuano a considerare il baluardo dell’esistenza stessa di cosa nostra. Nell’ambito della conversazione registrata, definita dal gip “di estrema rarità nell’esperienza giudiziaria”, si è più volte fatto richiamo all’esistenza di un “codice mafioso scritto”, custodito gelosamente da decenni e che regola, ancora oggi, la vita di cosa nostra palermitana.

    Le indagini che hanno portato oggi all’arresto di 7 esponenti del clan di Rocca Mezzomorreale hanno sventato un omicidio. La vittima designata era un architetto che, a dire dei boss, aveva commesso numerosi errori nella gestione della pratica amministrativa relativa alla regolarizzazione di un immobile.
    Criticano la strategia stragista del boss Totò Riina i capimafia arrestati oggi. “Niente cose infami, ma perché pure tutte queste bombe tutti questi giudici, tutti questi … ma che cosa sono?”, dice uno degli indagati non sapendo di essere intercettato, dopo aver stigmatizzato anche la scelta di assassinare i familiari del pentito Tommaso Buscetta ancor prima che questi cominciasse a collaborare con la giustizia. Dure parole vengono riservate anche all’ex boss Giovanni Brusca. Una “scopettata” (ndr un colpo di fucile) nelle corna gli dovrebbero dare! ” Secondo i due padrini intercettati Riina e i suoi “pensavano solo a riempire il portafoglio”. “Sì, e non si interessava a niente. Non è che loro amavano la cosa (dove per cosa verosimilmente si intende l’organizzazione mafiosa) Perché uno che la ama, fa le cose per non distruggerla, per tenerla”, sentenzia il boss. “Tutte cose sono finite” … – conclude ricordando che in passato “c’erano buoni rapporti con gli organi dello Stato. Non si toccavano, non si toccavano”. “Anzi li allisciavano”, dice l’interlocutore.
    (Ansa)

  • Processo d’appello “‘ndrangheta stragista”: “Cosche ebbero un ruolo nel rapimento del presidente Aldo Moro”

    Processo d’appello “‘ndrangheta stragista”: “Cosche ebbero un ruolo nel rapimento del presidente Aldo Moro”

    “Mio padre e Teodoro Crea mi dissero che la ‘Ndrangheta aveva le sue responsabilità nel rapimento del presidente Moro. Il fermo avvenuto nel 1976/1977 a Roma, presso il ristorante Il Fungo dell’Eur, dei soggetti Giuseppe Piromalli, Paolo De Stefano, Pasquale Condello, Mammoliti Saverio e l’esponente della banda della Magliana, era un preliminare atto al rapimento Moro”. Lo ha scritto il collaboratore di giustizia Girolamo Biagio Bruzzese in una lettera che il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo ha prodotto oggi in aula durante il processo d’appello ‘ndrangheta stragista.

    Il processo vede imputati Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone, condannati in primo grado all’ergastolo per l’omicidio dei carabinieri Antonino Fava e Vincenzo Garofalo. Il pentito ha scritto la lettera inviata al magistrato per fare alcune precisazioni in merito alla deposizione resa lo scorso 13 dicembre davanti alla Corte d’Assise d’appello di Reggio Calabria.

    In merito al ruolo che la ‘Ndrangheta avrebbe avuto nel rapimento Moro, il collaboratore Bruzzese non ha aggiunto altri particolari. Ha, però, parlato anche di un traffico di armi, che sarebbe stato gestito da un congiunto di Filippone, e di un grosso quantitativo esplosivo, e precisamente tritolo, che sarebbe stato in possesso delle cosche Mancuso e Piromalli.
    “Questi ne possedevano abbastanza – ha scritto – da tirare giù mezza montagna”. Il procuratore aggiunto Lombardo ha chiesto che la lettera venga acquisita dalla Corte d’assise d’appello.
    Nei prossimi giorni, le difese di Graviano e Filippone valuteranno se prestare il consenso. Subito dopo la Corte deciderà se risentire in aula il pentito Bruzzese.

  • Giuseppe Lombardo: ”Mi chiedo come si possa limitare intercettazioni a reati di mafia”

    Giuseppe Lombardo: ”Mi chiedo come si possa limitare intercettazioni a reati di mafia”

    “Risulta ormai evidente che i fenomeni mafiosi evoluti siano paragonabili ad una enorme blockchain criminale”, cioè ad una rete che gestisce in modo univoco determinate operazioni, anche finanziarie. “Le singole articolazioni delle grandi mafie, della ‘ndrangheta in particolare, sono molto simili a mattoncini crittografati, collegati l’uno all’altro attraverso nodi intermedi, che connettono la testa dell’organizzazione non solo alla sua base, per coordinare le attività criminali di più ampio respiro, ma a ulteriori entità, non pienamente catalogabili, che concorrono a creare il cosiddetto indotto mafioso, in cui operano faccendieri, corrotti e corruttori, evasori ed elusori fiscali, in cui si pianificano ed eseguono le grandi operazioni di riciclaggio, interno ed internazionale”. È questa l’analisi del procuratore aggiunto di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo riportata da ‘Il Fatto Quotidiano’.

    Lo scenario descritto da Lombardo è stato confermato da decine di sentenze definitive. E davanti a questo scenario “mi chiedo come possa limitarsi l’ammissibilità delle operazioni intercettazioni ai soli reati di mafia” ha aggiunto il magistrato, poiché “catalogare le condotte mafiose oggi è particolarmente complesso, visto che, sempre più spesso, la mafia si manifesta in modo non immediatamente riconoscibile, avendo abbandonato da decenni le sue caratteristiche originarie, tanto nei territori di provenienza che nelle sue proiezioni delocalizzate, in Italia ed all’estero”.

    Il procuratore aggiunto ha spiegato che è ancora più dannoso pensare di limitare “l’uso delle tecniche di intercettazione più moderne ed evolute, come gli spyware o i trojan, o l’accesso remoto alle piattaforme crittografate” e dal momento che – si legge sempre sul ‘Fatto’ – “i grandi circuiti criminali, non necessariamente di tipo mafioso, investono in nuove tecnologie, non solo per comunicare, siamo chiamati non solo a fare altrettanto, ma a farlo rapidamente e sempre meglio: individuare e catalogare i fenomeni criminali tempestivamente, anticipandone le evoluzioni, è l’unico modo di rendere efficiente il sistema di contrasto. Con evidenti ricadute in termini di riduzione delle spese di giustizia”.
    “È importante oggi pensare di più a quello che va fatto per contrastare le organizzazioni di tipo mafioso, ed i circuiti criminali che le affiancano e le sostengono, rispetto a quello che va cambiato”, ha poi aggiunto Lombardo. Tutto questo accompagnato sempre dal confronto istituzionale e dalla piena attuazione dei principi costituzionali.

  • Neonato morto a Roma, la denuncia del padre: “Mia moglie aveva implorato di portarlo al nido”

    Neonato morto a Roma, la denuncia del padre: “Mia moglie aveva implorato di portarlo al nido”

    “Era sfinita da 17 ore di travaglio, dopo il parto le hanno subito portato il piccolo a letto, in reparto, per l’allattamento e hanno anche preteso che fosse lei a cambiarle il pannolino. Ha chiesto più volte che nostro figlio fosse portato al nido per poter riposare qualche ora, ma il personale dell’ospedale ha sempre detto di no. È crollata, quando ha riaperto gli occhi nostro figlio non c’era più, lo avevano già portato via”. Sono le parole rilasciate al Messaggero del padre 36enne del neonato morto nella notte tra il 7 e l’8 gennaio all’ospedale Pertini di Roma, probabilmente schiacciato dal corpo della madre che lo stava allattando, stremata dalla stanchezza post-parto. Come si ricorderà la tragedia si è verificata nella notte tra il 7 e l’8 gennaio all’ospedale Pertini di Roma, probabilmente schiacciato dal corpo della madre che lo stava allattando, stremata dalla stanchezza post-parto. Una di queste, forse la più grave tra quelle denunciate dall’uomo e dalla compagna 29enne, è che quest’ultima aveva chiesto agli infermieri di portare per qualche ora il figlio al nido in maniera tale da poter riposare, ma nessuno le avrebbe dato ascolto.

    Al quotidiano romano il 36enne racconta di essere riuscito a prendere in braccio il figlio solo due volte: “La prima quando è nato, il 5 gennaio – ricorda – poi, solo per un’oretta, il pomeriggio del 7 gennaio. Ero l’uomo più felice del mondo, poi è arrivato l’inferno”. Inferno, come lo chiama il padre, che l’uomo non ha vissuto in prima persona perché non era presente in ospedale. “È stata la mia compagna a chiamarmi al telefono, mi ha detto di correre lì, ma mio figlio non c’era già più“, racconta oggi. I due avevano scelto il Pertini “perché la mia compagna è nata lì e lì voleva partorire. Ma gliel’hanno lasciato accanto ininterrottamente e con le norme Covid nessuno di noi ha potuto starle accanto”.

    Il direttore sanitario del Pertini Giuseppe Gambale fa sapere di aver fornito agli inquirenti “tutto ciò che era a nostra disposizione per fare piena luce sull’accaduto“, eppure la denuncia del padre del piccolo, il cui decesso è stato dichiarato alle 1.40 dell’8 gennaio, è pesante. Secondo il 36enne abruzzese il piccolo dal momento della nascita è stato ininterrottamente insieme alla madre.
    Ora la coppia aspetta l’esito dell’autopsia e si è affidata ovviamente ad un legale per portare avanti una battaglia che non riguarda solo loro: “La cosa che non ci dà pace è che poteva accadere a chiunque, ed è successo a noi. Nulla ci potrà ridare il nostro bambino, ma non vogliamo che altri genitori vivano il nostro stesso incubo. Non è giusto che le donne siano lasciate sole nei reparti dopo il parto. Se ad altre mamme non è capitato, è solo perché sono state fortunate”.

  • Farmaco anti-obesità che cura gli spermatozoi: importante studio clinico dell’Università di Catanzaro e Catania

    Farmaco anti-obesità che cura gli spermatozoi: importante studio clinico dell’Università di Catanzaro e Catania

    Un importante studio clinico e’ stato pubblicato sulla rivista Internazionale “Journal of Clinical Medicine” dal titolo “Sexual and Reproductive Outcomes in Obese Fertile Men with Functional Hypogonadism after Treatment with Liraglutide: Preliminary Results” che dimostra per la prima volta come un farmaco impiegato per la cura dell’obesita’ (Liraglutide 3.0 mg) si rivela efficace nel migliorare la qualita’ spermatica e la funzione erettile negli uomini obesi. La ricerca e’ stata condotta dai ricercatori Sandro La Vignera, Rosita A. Condorelli, Aldo E. Calogero e Rossella Cannarella del Dipartimento di Medicina clinica e sperimentale dell’Universita’ di Catania e Antonio D’Aversa del Dipartimento di Medicina clinica e sperimental dell’Universita’ Magna Graecia di Catanzaro.

    “Liraglutide e’ una molecola appartenente alla famiglia dei “GLP-1 analoghi” – spiegano i ricercatori -. Il GLP-1 (glucagon-like peptide 1) e’ un ormone prodotto dall’intestino che stimola la secrezione di insulina e inibisce la secrezione di glucagone da parte del pancreas. Evidenze preliminari in vitro avevano suggerito il ruolo potenziale di questa molecola sulla funzione testicolare, legata alla presenza di specifici recettori”.

    Questo studio ha evidenziato, su pazienti reali, l’efficacia della terapia nell’ottenere contemporaneamente tre effetti: aumento dei livelli circolanti di’ testosterone, aumento della conta spermatica, miglioramento del grado di erezione.
    “Lo studio oltre i risultati di efficacia della molecola su parametri non tradizionali per un farmaco anti obesita’, pone in risalto due aspetti di grande novita’ – spiega il professor Sandro La Vignera dell’ateneo catanese e prima firma dell’articolo – il primo riguardante l’importante ruolo della funzione epatica (il fegato) nel favorire l’insorgenza del quadro endocrino di ipogonadismo maschile nell’obeso (attraverso la ridotta produzione di una proteina di trasporto per gli ormoni sessuali, denominata Shbg).
    Il secondo, fornisce per la prima volta la definizione clinica di ipogonadismo metabolico, che riguarda circa il 60% degli uomini adulti obesi”.

  • Morto neonato di soli tre giorni in ospedale Roma, la madre si era addormentata mentre lo allattava

    Morto neonato di soli tre giorni in ospedale Roma, la madre si era addormentata mentre lo allattava

    Un neonato di appena 3 giorni è morto soffocato tra le braccia della mamma che si era addormentata mentre lo allattava. Sul fatto accaduto tra il 7 e l’8 gennaio scorsi all’ospedale romano Sandro Pertini, come riporta oggi l’edizione romana del ‘Corriere della Sera’, la Procura di Roma ha aperto un’inchiesta.

    “Incredibile come il momento più felice del mondo per ogni donna possa trasformarsi in dramma. Mi stringo nel dolore a questa mamma che ha perso il suo piccolo e – afferma Giovanni Iacoi, candidato di Forza Italia alla Regione Lazio – non posso non rilevare, ancora una volta, come la situazione dei nostri ospedali, in sofferenza per il poco personale, sia da non sottovalutare”.

    “La Procura indaga per omicidio colposo riconoscendo la mamma parte lesa. Probabilmente si contesta un comportamento omissivo. Purtroppo – insiste Iacoi – nelle corsie il personale scarseggia e molto spesso diventa difficile gestire tutte le situazioni che si presentano. Sono sicuro – afferma – che la magistratura accerterà eventuali responsabilità, ma perché ciò non si ripeta più, occorre dotare i reparti di personale in numero adeguato a gestire le esigenze di tutti i pazienti”.
    (Adnkronos)

  • Covid Italia, Bassetti: “variante Kraken probabilmente nel breve termine prenderà il sopravvento anche da noi”

    Covid Italia, Bassetti: “variante Kraken probabilmente nel breve termine prenderà il sopravvento anche da noi”

    “Sono arrivati anche da noi diversi casi della variante Kraken di Sars-CoV-2”. E’ quanto ha detto all’Adnkronos Salute l’infettivologo Matteo Bassetti. “Secondo gli ultimi dati dell’Istituto superiore di sanità ci sono 12 casi” segnalati, rispetto all’unico dell’indagine precedente.

    “Ieri abbiamo avuto i primi report da Veneto e Lombardia. E’ chiaro che questa variante XBB.1.5 probabilmente nel breve termine prenderà il sopravvento anche da noi, come è già successo per esempio negli Stati Uniti. Quindi avremo a che fare probabilmente con Kraken e con ” un’altra variante, in crescita per esempio in Gb, e battezzata sui social ‘Orthrus’, cioè la variante CH.1.1, che competeranno per prendersi la scena”. “Aumenteranno i contagi? Probabilmente sì, ma io non credo che ci sarà un aumento delle forme impegnative e delle forme gravi” di Covid.

    “Probabilmente – ribadisce il direttore di Malattie Infettive dell’Ospedale San Martino di Genova – vedremo un aumento dei casi, ma credo che dobbiamo oggi guardare con occhi molto diversi al Covid rispetto a come lo guardavamo un anno fa. E quindi non più dare i numeri tutti i giorni, non andare più a guardare esattamente cosa succede, ma guardare unicamente se aumentano le forme gravi e le ospedalizzazioni. Un modo diverso di porsi nei confronti del Covid, rispetto a quanto avvenuto negli ultimi 3 anni”.
    (Adnkronos)

  • Relazione Commissione antimafia: ex legionario calabrese e ‘ndranghetista possibile killer di Aldo Moro

    Relazione Commissione antimafia: ex legionario calabrese e ‘ndranghetista possibile killer di Aldo Moro

    Dopo più di quarant’anni non si conosce ancora l’identità di tutti coloro che hanno sparato in via Fani. Di certo non sono stati solo quei quattro brigatisti vestiti da avieri, Valerio Morucci, Raffaele Fiore, Prospero Gallinari e Franco Bonisoli. La relazione della commissione parlamentare antimafia della scorsa legislatura, a prima firma della onorevole Stefania Ascari, ipotizza che vi erano altri attori: “Identità imbarazzanti, non dicibili e tali da mutare in parte il segno e la matrice dell’intera operazione del 16 marzo”. “Si può legittimamente ritenere – si legge – che nell’organizzazione di un’azione che comportava capacità strategiche elevate e una notevole preparazione militare di cui i brigatisti, per loro stessa ammissione, non disponevano, sia stato chiesto ed ottenuto l’apporto, con qualche contropartita, di uno o più soggetti che potevano assicurare la propria esperienza, tanto nell’uso delle armi da fuoco in condizioni difficili, quanto nella gestione dei sequestri di persona”.

    Nello specifico la commissione “si riferisce non solo alle possibili interferenze di ambienti istituzionali italiani e stranieri nella fase preparatoria ed operativa dell’operazione eseguita il 16 marzo 1978 e poi nella fase della gestione del sequestro e delle trattative per la liberazione di Aldo Moro, ma soprattutto alla possibile presenza di soggetti appartenenti alla criminalità organizzata sul luogo dell’eccidio di via Fani”.
    “La compartecipazione di quest’ultimi – si legge – sia nella azione iniziale in Via Fani sia nella collaborazione nello scoprire il luogo ove sequestrato l’onorevole Moro per poter poi favorirne la liberazione, avrebbe potuto apportare loro molteplici giovamenti, quali vantaggi, ricompense e contro-partite in termini, ad esempio, di trattamenti processuali e penitenziari di favore”.
    Tuttavia le attività di verifica della commissione “è rimasta allo stato embrionale per via della cesura nei lavori di Commissione cagionata dallo scioglimento delle Camere”. “Ringrazio il Giudice Guido Salvini per il contributo fondamentale per la stesura della relazione” ha comunicato Stefania Ascari. “Mi auguro che ciò che è stato illustrato possa illuminare alcuni dei punti meritevoli di approfondimento ed essere di utilità per le indagini ancora aperte presso la Procura e la Procura Generale di Roma”.

    La figura di Giustino De Vuono
    Nella relazione si è dato spazio alla figura di Giustino De Vuono, “nato nel 1940 a Scigliano in Calabria (a 40 km da Cosenza), arruolatosi giovanissimo nella Legione straniera francese tra il 1958 e il 1963, legato alla criminalità organizzata (“ma non ad una specifica cosca calabrese“) e con un vasto curriculum di reati comuni ma anche responsabile del rapimento dell’ingegner Carlo Saronio, maturato nell’ambito dell’Autonomia operaia. De Vuono è stato indicato, sin dalle prime ore successive all’avvenuto sequestro, come implicato nell’operazione del rapimento dell’Onorevole Moro, in veste di elemento di appoggio alle Brigate Rosse. In seguito, De Vuono è stato considerato anche come soggetto eventualmente coinvolto nella tragica conclusione della vicenda”.
    Nella relazione vengono elencate diverse circostanze che rafforzano “l’ipotesi che Giustino De Vuono, per la sua eccellente abilità come tiratore, le sue capacità nell’eseguire un sequestro di persona e anche i precedenti rapporti con l’area di Autonomia Operaia, potesse essere la persona adatta a dare appoggio al gruppo che doveva operare in via Fani”. Secondo i commissari se si “fosse verificato il contributo di De Vuono, potrebbe ipotizzarsi un saldo tramite tra la criminalità organizzata e la criminalità politica”.
    Tuttavia, si legge, non vi è alcuna “evidenza certa della presenza di Giustino De Vuono in via Fani”, vale “però citare una somiglianza tra questi e l’identikit allegato al verbale di sommarie informazioni testimoniali di Lina De Andreis reso al Nucleo Investigativo Carabinieri di Roma in data 24 marzo 1978, che ritrae l’uomo che in via Fani l’aveva minacciata con lo sguardo”.

    La ‘rosa’ al cuore di Moro
    “Tuttavia – si legge sempre nella relazione – è anche di comune conoscenza nel suo paese di origine (appunto Scigliano) che De Vuono era in grado di esplodere colpi con le armi da fuoco riuscendo a centrare il bersaglio con una rosa di fuoco a raggiera, cosa che frequentemente faceva esercitandosi in paese o in campagna sparando contro i tronchi degli alberi o contro altri bersagli. Egli lasciava così una sorta di firma inconfondibile che deve aver alimentato, peraltro, questa sua fama leggendaria”.
    “Tali circostanze richiamano immediatamente quanto emerso dall’autopsia del corpo di Aldo Moro che aveva evidenziato come numerosi colpi, all’emitorace sinistro, lo avessero raggiunto, intorno al cuore, lasciando tale organo praticante indenne”.
    (Fonte: antimafiaduemila)

  • In vista della protesta dei gestori delle stazioni di servizio l’appello del ministro Urso: ‘Revocate lo sciopero’

    In vista della protesta dei gestori delle stazioni di servizio l’appello del ministro Urso: ‘Revocate lo sciopero’

    Il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso chiede di revocare lo sciopero dei benzinai del 25 e 26 gennaio, lanciando un appello alle associazioni di categoria perchè rivedano la decisione. “E’ una decisione che danneggia i cittadini”, ha affermato Urso intervistato da Maria Latella su Radio 24 a ‘Il caffè della domenica’.

    “C’è un tavolo di confronto che terremo aperto in maniera continuativa finche’ non ci sarà un riordino del settore”, ha assicurato il ministro, parlando di “zone d’ombra che danneggiano coloro che lavorano in piena onestà”, la stragrande maggioranza dei gestori. A proposito della controversa misura di obbligare i distributori ad esporre un cartello con i prezzi medi del carburante, Urso ha ribadito come “l’esposizione del cartellone aiuterà i consumatori a scegliere”, così come l’App gratuita che verrà creata per permettere ai cittadini di individuare nella loro area la pompa di benzina più conveniente.

    Per quanto riguarda la questione della accise, il ministro ha ribadito come quella di non riproporre il taglio sia stata “una scelta ben precisa del governo”. “La riduzione delle accise è stata fatta in un momento straordinario e a tempo, ma ha portato beneficio soprattutto ai più abbienti. Noi – ha spiegato Urso – abbiamo invece deciso di destinare le risorse a disposizione per i meno abbienti, alle imprese e alle famiglie, soprattutto quelle più numerose. Nei momenti di crisi si aiutano i più deboli”.

    Lo sciopero dei benzinai del 25 e 26 gennaio “era e resta confermato”: cosi’ i presidenti di Faib, Fegica e Figisc/Anisa, le principali associazioni di categoria dei gestori, replicano al ministro delle Imporese e del Made in Italy Adolfo Urso che in mattinata aveva lanciato un appello a revocare la serrata che riguardera’ anche i self service. “Le dichiarazioni di questa mattina del ministro Urso sono l’ennesima dimostrazione della confusione in cui si muove il Governo in questa vicenda”, affermano in una nota congiunta i presidenti di Faib, Fegica e Figisc/Anisa replicando cosi’ all’appello del ministro delle Imprese e del Made in Italy a revocare lo sciopero.
    (Ansa)

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