Rocco Barbaro celebra Dante recitando Ulisse nella “Reggina Commedia”

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Nelle celebrazioni per il settecentenario di Dante Alighieri un omaggio inconsueto e sui generis arriva dal comico reggino Rocco Barbaro, che ha riletto il canto XXVI dell’Inferno dantesco, dedicato alla dannazione di Ulisse, ma in dialetto calabrese. Barbaro, abbigliato con un rudimentale mantello e la corona d’alloro del sommo poeta, su Facebook declama le terzine dedicate all’astuto Ulisse. Ne esce fuori una “Reggina Commedia” dove Ulisse dice addio a Circe ma, anziché tornare ad Itaca, insieme ai suoi compagni osa attraversare il Mediterraneo alla ricerca della conoscenza divina preclusa agli uomini. Arrivati nello Stretto i viaggiatori sfidano lo sbarramento delle Colonne d’Ercole navigando con remi così veloci da sembrare ali. Ma la loro intraprendenza, che li aveva indotti a credersi superiori al Cielo, è punita: “Un mari ‘ndi cumbigghiau a tutti quanti, comu Diu vossi”.

La performance di Barbaro strizza l’occhio alle origini del volgare letterario, situate a Nord e forse geograficamente ingenerose verso la Calabria e il suo linguaggio, già utilizzato per imponenti traduzioni della Divina Commedia – anche perché Dante aveva subito la fascinazione del pensiero di un grande filosofo nato a queste latitudini, l’abate Gioacchino da Fiore, tracce del cui simbolismo mistico si ritrovano in molti passi del Paradiso.

Il più famoso calabrese a cimentarsi con l’impresa fu, a metà del Novecento, il sacerdote di Laureana di Borrello Giuseppe Blasi, poeta e studioso del dialetto che per quel lavoro curato fin nelle note aveva grandi ambizioni, ma non la vide realizzarsi giacché l’unica pubblicazione avvenne post mortem, nel 2001 con l’edizione Pellegrini curata da Umberto Di Stilo e di distribuzione decisamente di nicchia. Prima di lui però, nella seconda metà dell’Ottocento, ci avevano provato in molti nell’area cosentina, occupandosi di specifici canti. Citandone alcuni, ci furono Vincenzo Gallo di Rogliano, Luigi Gallucci di Aprigliano, ancora il filologo Salvatore Scervini da Acri e Francesco Limarzi, nato (come suggerisce il cognome) a Marzi ma vissuto poi in Campania, il quale si limitò a tradurre il libro del Paradiso. L’opera di Scervini è stata recuperata nel 2010 da Pina Basile per Aracne Editrice. Nel 2002 invece Raffaele Zurzolo pubblica per Pellegrini una sua versione della Commedia nel dialetto di Gioia Tauro.

Le incursioni dell’idioma calabro nel capolavoro di Dante sono state però operazioni successiva a quelle del ‘600 e ‘700, una in dialetto siciliano del frate messinese Paolo Principato dell’ordine dei Minimi di San Francesco di Paola e l’altra in milanese del blasonato Carlo La Porta. Nell’Ottocento poi toccò a Francesco Candiani, sempre in milanese, e al napoletano Francesco Di Lorenzo, i quali però si limitarono a una rilettura dialettale della sola cantica dell’Inferno.

Mentre si prepara alla stagione estiva del ritorno in scena con tre spettacoli prodotti da Il Mezzo Network, Rocco Barbaro entra nella “hall of fame” calabrese dei traduttori di Dante. Con la sua interpretazione dell’Ulisse infernale dimostra come la comicità sia arte pura. E se ci scappa qualche dissacrante parolaccia, al sommo Poeta, che le usò volentieri, non dispiacerebbe.

Isabella Marchiolo