domenica, 5 Dicembre, 2021
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Rivoluzione a festival di Sanremo, trionfa il rock esplosivo dei Maneskin

Gli esplosivi Maneskin con “Zitti e buoni”, vincono il festival di Sanremo. Materiale atipico sul palco dell’Ariston – una rivoluzione, come comanda rock: sono stati bravi, belli, sexy e senza complessi nè obblighi di conformismo. All’annuncio il “dannato” Damiano non trattiene le lacrime: Covid o no, con i compagni sono baci, abbracci, sudore e la voce spezzata ma sempre potente del frontman. La canzone invita a non tacere e seguire la propria folla, un inno all’orgoglio di essere “diversi da loro”.
Seconda la coppia Fedez-Francesca Michielin con “Chiamami per nome” e se la canzone non è niente di speciale, a loro favore ha giocato l’enorme popolarità e un savoir faire emotivo e quasi timido. Fedez, prossimo a diventare padre bis, è più maturo, serio e concentrato sulla musica: si è commosso, ha ammesso la mancanza della famiglia e questa tenerezza, tra tanti clowneschi istrioni e simili, è piaciuta. Ermal Meta è terzo con “Un milione di cose da dirti”. Il suo brano parla di un amore che “allunga la vita” e forse è proprio l’augurio giusto per siglare uno show voluto e portato avanti con le unghie e i denti per regalare agli italiani leggerezza e speranza. A lui anche il premio degli orchestrali per la miglior composizione musicale.
Premio della critica Mia Martini a Willie Peyote per “Mai dire mai (la locura)”, quello della sala stampa al duo Colapesce Dimartino per “Musica leggerissima”. Madame vince per il miglior testo di “Voce”.
Il nome del vincitore dell’edizione numero 71 giunge con le ore piccole. Sanremo arranca recuperando qualche punto di share, ma all’avvio del gran finale è ormai chiaro che questa edizione è stata un flop. Lo certifica l’addio di Amadeus che nel pomeriggio aveva annunciato che l’anno prossimo all’Ariston non ci sarà. Insomma, basta fingere che vada tutto bene: l’ex dj finalmente ammette la debacle ma i media con lui e Fiore sono stati teneri. Il Covid ridimensiona i fallimenti, ancor di più se si tratta di uno spettacolo, a cui è mancato il calore del pubblico.
In compenso, come Amadeus ripete con orgoglio dalla prima sera, è il Sanremo più social di sempre.  Materiale per i meme non manca, da Orietta Berti convinta che i Maneskin si chiamino Naziskin al calabrese Aiello, le cui nervose performance vengono paragonate a quelle di un urlatore da mercato. Come si dice in questi casi, è stata un’esperienza: per il cantante cosentino il festival finisce al 25esimo posto, il penultimo, e dedica la sua partecipazione “agli spostati come me, ai meridionali con il cuore grande e le spalle larghe”.
Gli ospiti sono molto vintage, veri pezzi di storia della canzone italiana (e del festival) come Umberto Tozzi e Ornella Vanoni, che coraggiosamente prova ad emulare se stessa, ma l’età è una brutta bestia. Accompagnata da Francesco Gabbani, finché è stata sul palco abbiamo sperato in una sua irriverenza (impossibile dimenticare quella parolaccia urlata due anni fa in evidente stato confusionale, mentre si alzava la gonna fino agli slip per lamentare un malessere al ginocchio), invece niente. Revival di tipo diverso poi per la coppia di campioni composta dalla nuotatrice Federica Pellegrini e lo sciatore Alberto Tomba, che lanciano una novità, il sondaggio per scegliere il logo delle olimpiadi invernali del 2026, giudici assoluti gli italiani.
Le primedonne dell’ultima serata sono le attrici Serena Rossi (conduttrice del nuovo show Rai “La canzone segreta”) e Tecla Insolia, protagonista della fiction su Nada. Ma soprattutto la giornalista Giovanna Botteri in tailleur pantalone con lustrini – chic e sobrio, il genere salvagente che blinda le signore che a vario titolo non hanno la figura o il mood per il lungo da gran sera. Con lei il festival prova a scrollarsi di dosso l’etichetta sessista ma è una toppa peggiore dello strappo. Non per la Botteri, bravissima nell’omaggio recitato a Lucio Dalla e poi a ricordare la sua cronaca del Covid da Wuhan, quando nessuno di noi immaginava cosa sarebbe accaduto iniziando come una scintilla cattiva da quella sconosciuta cittadina cinese. L’impressione è però che l’impeccabile professionalità della reporter sia stata usata per dare un contentino (mansplaining) alle donne. Peccato che più di qualcuna abbia sgamato l’ipocrisia. Perché Amadeus ha continuato a presentare come “bellissime” le cantanti e conduttrici, lasciando un passo indietro i loro curriculum, e la lunga astinenza cementata da lockdown, chiusure e distanziamento ha prodotto sui media i commenti più beceri della storia del festival. Roba come titoli sui capezzoli di Gaia svelati da un tessuto leggero e, in mancanza di Belen, la ricerca di farfalline negli spacchi inguinali dell’abito di Elodie. Il passaparola da osteria è “si è visto tutto”. Per questo, su un palco del genere ha sbagliato, e di grosso, Beatrice Venezi con quell’uscita del direttore d’orchestra.
Alla fine la più acuta è stata Madame: compreso il mood, ha mandato a fuoco la fantasia dei guardoni che l’avevano ammirata nelle trasparenze di Dior, dichiarando a sorpresa di essere bisex. Cantando con un velo da sposa, la giovanissima rapper si merita un posto d’onore tra gli stravaganti della serata, insieme ai Coma Cose, che interpretano il loro brano “Fiamme negli occhi” accendendo un anello-candela indossato dalla ragazza e soffiando via il fuoco.
In area pure i Maneskin (che poche ore dopo saranno incoronati vincitori del festival). Per loro, usciti dal giardino dell’Eden, tute attillate color carne con decorazioni di strass – e Damiano cede i fiori sanremesi al maestro dell’orchestra, un ideale segno di vicinanza ai lavoratori dello spettacolo.
Achille Lauro resta però irraggiungibile nella sua verve eccentrica e sotto la giacca da damerino svela le trafitture di rose conficcate nella carne, con tripudio splatter di sangue finto sul petto. La blasfemia, trend che era andato a segno nella prima puntata, torna trionfante: Lauro è un nuovo Messia vizioso e, stando alle parole dell’ultimo monologo, sembra essere all’Ariston per togliere i peccati del mondo. In lontananza si sentono echi di insulti, è lo shitstorming subito realmente dall’artista per la sua immagine – ogni offesa una spina di rosa. Amadeus lo richiama a presentare, insolitamente in abiti “borghesi” e spiega di aver portato al festival “un messaggio di libertà”.
Di esibizioni circensi deve aver fatto indigestione Max Gazzé, che, dopo i costumi scenografici delle altre sere, spiazza gli spettatori arrivando senza barbetta e in completo serioso, occhiali compresi. Irriconoscibile, e da casa ci si chiede inquieti cosa sia successo. Al termine del brano “Il farmacista” la sorpresa: Gazzé apre la giacca e rivela la maglia di Superman. Il suo Clark Kent divenuto supereroe si lancia sulla platea delle poltrone rosse e, incontenibile, ruba la bacchetta al direttore d’orchestra per concludere la canzone.
Mentre rintoccano le 2 e si sta compiendo il verdetto del televoto, in scena c’è il trio composto da Michele Zarrillo, Riccardo Fogli e Paolo Vallesi, che eseguono un medley d’annata. Vincitori già solo per aver resistito a oltre cinque ore di show – ma Sanremo è sempre Sanremo e tutti, che ci sia piaciuto o no, siamo rimasti lo stesso davanti alla tv, fino all’ultima nota.
Isabella Marchiolo
 
 
 
 

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