Parola d’onore, a Speciale Tg1 il docufilm di Sophia Luvarà sui figli di ‘ndrangheta salvati dal giudice Di Bella

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“Per favore allontani mio figlio dalla Calabria, lo hanno portato in campagna ad esercitarsi con la pistola… a me hanno detto che mi bruceranno viva”. Il disperato appello di una madre è la sintesi perfetta delle esistenze terribili dei figli di ‘ndrangheta, giovani condannati dai legami di sangue con le famiglie criminali, molti dei quali sono stati salvati dal programma “Liberi di scegliere”, portato avanti dal giudice Roberto Di Bella nel tribunale dei minori di Reggio Calabria. A questa esperienza è dedicato il film d’inchiesta “Parola d’onore”, scritto e diretto dalla regista Sophia Luvarà e andato in onda ieri su Raiuno nello spazio Speciale Tg1. Realizzato in collaborazione con RaiCinema e presentato in anteprima mondiale l’anno scorso al Biografilm Festival, il doc è stato girato all’interno della comunità ministeriale di recupero attivata nel Tribunale di Reggio, seguendo il percorso di riabilitazione di Pierpaolo, Simone, Bader e Reda, ragazzi che qui hanno trovato un’alternativa alla strada già tracciata della delinquenza. E’ la prima volta che si racconta il progetto del giudice Di Bella con linguaggio documentaristico e un taglio così intimo, immerso nella cronaca della comunità. Lo aveva raccontato, ma in fiction, Giacomo Campiotti nell’omonimo film tv “Liberi di scegliere” con Alessandro Preziosi nel ruolo del magistrato.

Nel docufilm di Sophia Luvarà, il vero Di Bella è diretto e non fa giri di parole, fa capire agli ospiti che con la maggiore età una seconda chance non sarà possibile. Chiede se siano convinti, se abbiano capito che devono tradire i valori, crudeli e inesorabili, con cui sono cresciuti. La “parola d’onore” è una rinuncia e un nuovo impegno. Il destino si gioca adesso e i ragazzi lo sanno: sono giovanissimi ma hanno inciso sulla pelle e nell’anima il peso della responsabilità dei reati commessi. L’indagine di Sophia Luvarà è essenziale nell’aderenza agli eventi ma sensibile, non indulge a pietismi ma neanche al gusto della violenza esibita – e dire che di materiale ce ne sarebbe nell’educazione al codice d’onore subita da questi ragazzini privati della naturalezza della loro adolescenza. C’è chi ricorda la fine di un tenero amore, perché per lui “non era cosa”, e chi racconta un’iniziazione osservata come giusta, necessaria a diventare uomini in un luogo dove l’onestà e il rifiuto del crimine è stigma di vergogna e non il contrario. C’è il laboratorio di teatro dove si mette in scena la storia di due tragiche famiglie, l’amore travagliato di Romeo e Giulietta, sacrificati dai genitori in nome dell’odio e della rivalità. La conoscono bene questa storia i ragazzi della comunità. La conosce Alfonso Gallico, nato in un potente casato palmese di ‘ndrina e uno dei primi partecipanti al progetto di recupero. Condannato da Di Bella perché il carcere sarebbe stato la sua benedizione e lui lo ha capito, quel giudice è un secondo padre e ne ha rispetto. Ma i vincoli familiari non si dimenticano, mai. Alfonso racconta il rapporto spezzato con suo padre come l’annusarsi di due animali: il segno di un morso che faceva male ma era l’unica affettività a cui aspirare e lui da bambino in quei momenti di gioco selvaggio era felice. Da suo padre, detenuto con il 41bis, poteva avere soltanto questo e bisognava farselo bastare, alla famiglia doveva dimostrare di avere appreso la lunga educazione di prepotenza e sopraffazione. Alfonso, che aveva già raccontato la sua storia anni fa in un’intervista con Maria Grazia Mazzola, fa, ha scontato cinque anni ma non ha rancore verso il magistrato – dopo quella condanna ha scoperto che qualcuno credeva in lui, nonostante tutto. Oggi, grazie all’autorità benigna di quella pena non usa più le armi, vive tra Roma e Padova e ha iniziato a lavorare nel cinema come autore e assistente di produzione.

Sophia Luvarà ha lavorato per due anni a questo docufilm seguendo interamente la permanenza dei ragazzi nella comunità e alla fine del percorso non sappiamo cosa accadrà – facciamo il tifo per i quattro giovani, che sono ormai identici a figli, nipoti, studenti di una scuola, la stessa insicurezza camuffata da spavalderia, ribelli ma anche bisognosi di protezione. Di Bella non è più a Reggio, ma con alcuni di loro mantiene i contatti, li segue, li consiglia. I fatti ci dicono che adesso sono tutti liberi, ancora giovani, e non possiamo che sperare nelle opportunità di un futuro tutto da costruire. Un futuro che ha un’amara certezza: restare fuori dalla Calabria, via da una terra che chiedeva spietatamente il tributo delle loro vite.

Isabella Marchiolo