(Adnkronos) – Quante scimmie abitano dentro di noi? Per Paolo Jannacci sono tante, e ciascuna racconta una paura, un fantasma, una fragilità con cui fare i conti. Ma anche un’occasione per provare a evolversi, imparare a essere più empatici e non cedere all’egoismo. È da questa immagine che prende il titolo 'Scimmie ovunque', il nuovo disco del musicista in uscita venerdì 16 ottobre, frutto di "cinque anni" di lavoro. Un album in cui si intrecciano riflessioni sull’essere umano, sul politicamente corretto, sulle nuove generazioni e sull’intelligenza artificiale. Jannacci, che negli anni ha imparato a evolversi anche con il peso di un cognome importante, sembra avere le idee chiare sul percorso da seguire.
Nella prefazione racconta che ogni scimmia rappresenta un suo riflesso. Quante sono, dunque, queste scimmie? "Purtroppo, tante. Rappresentano le mie paure, i miei fantasmi – dice all'AdnKronos -. Sono elementi che diventano un’allerta, una sorta di monito per cercare di fare meglio e di essere persone migliori. Ogni scimmia, che può far ridere ed essere divertente, nasconde anche un lato animalesco e pericoloso".
La scimmia rappresenta il simbolo di un’evoluzione umana?
"Sì. Un’evoluzione che dipende soprattutto dalla capacità di superare il proprio egoismo, cosa tutt’altro che facile, perché nasciamo tutti con questo sentimento autoprotettivo. Quando non riusciamo a combatterlo, rischiamo di involverci e di diventare violenti. L’egoismo, a volte alimentato dalla rabbia, può raggiungere limiti orribili".
Il suo suggerimento qual è?
"Dovremmo cercare di evolverci, senza dimenticare la bellezza, diventando più empatici e sensibili e imparando a rispettare gli altri. Tutti noi amiamo e sappiamo amare: cerchiamo il bene nella nostra famiglia, respiriamo la stessa aria e, più o meno, ci nutriamo delle stesse cose. Credo che questa ricerca di evoluzione e sensibilità debba essere portata avanti anche attraverso l’arte. L’artista ha il compito di contribuire a questo percorso".
Una riflessione che richiama, almeno per immagini, i primi minuti di ‘2001: Odissea nello spazio’ di Stanley Kubrick.
"Si, per esempio. In realtà, tutto questo percorso è stato affrontato anche in chiave cinematografica. Il mio autore ha condiviso con me tutto il lungo cammino di creazione dei brani: li scrivi, li distruggi, li sistemi e li modifichi più volte. È un processo che richiede molto tempo. Se non ti dai una scadenza, rischi di andare avanti all’infinito. Io non me l’ero data: continuavo a lavorarci, finché arriva il momento in cui ti dici che è ora di fermarti".
Quindi, questo disco è il frutto di quanti anni di lavoro?
"Almeno cinque. Ho cominciato a scrivere subito dopo aver finito il mio disco del 2020. In realtà non smetti mai di lavorare: anche adesso sto già pensando al prossimo. Puoi essere più o meno veloce, ma ogni brano e ogni idea nascono da qualcosa, a volte anche da un film. Quindi sì, hai ragione".
Nel disco racconta le persone, con i loro punti di vista e le loro contraddizioni. Che cosa deve avere una storia perché lei senta il bisogno di trasformarla in una canzone?
"A volte basta un’immagine, anche molto brutta, oppure un piccolo oggetto apparentemente semplice, che però racchiude significati importanti. Pensa a un mazzo di fiori dentro un sacco della spazzatura: ti chiedi a chi fossero destinati, quale storia ci sia dietro. Da un dettaglio del genere possono nascere storie importanti".
È una visione molto soggettiva.
"Certo. Da un elemento isolato, oppure da una tragedia di cui senti parlare al telegiornale o alla radio, può nascere un discorso più articolato, più ampio, che cerca di abbracciare una serie di problematiche. È quello che è successo, per esempio, con ‘La faccenda dell'ammazzo’".
In ‘Politically Topless’, il brano realizzato con Elio, affronta il tema del politicamente corretto e dell’autocensura. C’è qualcosa che oggi teme di dire?
"Che si tratti di wokeismo o di politica, non puoi esprimere il primo pensiero che ti viene in mente: devi prima chiederti come edulcorarlo e modificarlo, per riuscire a raccontarlo senza rischiare di offendere qualcuno".
Nel brano compaiono anche le parole ‘uomo’ e ‘donna’, che sembrano rischiose da pronunciare.
(Annuisce, ndr). "Non si può dire più nulla. Diamoci una regolata: questo è il mio pensiero, da cinquantenne che ha vissuto l’adolescenza senza problemi di questo tipo. Oggi, secondo me, si creano anche delle difficoltà inutili".
È anche una questione generazionale?
"Essendo cresciuti con un’educazione fondata su insegnamenti che si tramandano da centinaia di anni, siamo più portati a pensare in un certo modo. Ma dobbiamo essere sensibili anche alle novità e cercare di comprendere i bisogni delle nuove generazioni. Ecco perché continuo a parlare di evoluzione".
Come è arrivato a maturare questo pensiero?
"È una cosa che ho imparato da mio padre, che era molto attento ai giovanissimi e li considerava una sorta di benzina della vita. Ecco perché, quando avevo 22 anni, mi affidò la produzione dei suoi dischi. Secondo te, avrebbe dato a cuor leggero la produzione di un disco a un ragazzo che non sapeva neanche come muoversi? Poi, in realtà, ero capace di farlo, ma anche da parte mia fu un azzardo. Dovevo occuparmi della pianificazione dei costi in casa discografica, dei musicisti, degli impegni di tutti e persino della partitura scritta per orchestra. Era un lavoro monumentale".
Come ha vissuto questo peso?
"Non l’ho sentito come un peso: mi sono buttato. Solo in seguito ho capito quanto fosse grande mio padre. Mi ha fatto compiere un salto nel vuoto, affidandomi una responsabilità enorme e dimostrando di fidarsi di me. Ha sempre creduto nei ragazzi".
Nel disco affronta anche il tema dell’intelligenza artificiale. Da musicista, la vede come un pericolo?
"L’intelligenza artificiale rappresenterà un’importante evoluzione. Nel disco l’abbiamo utilizzata anche per mostrare come, per chi lavora artisticamente, possa esserci il rischio di perdere una parte del proprio ingegno. A noi piace lavorare in modo più analogico, essere presenti durante il processo creativo. Siamo andati in studio e abbiamo recitato tutto; successivamente, le parti sono state riprese e rielaborate con l’intelligenza artificiale".
Quindi è una critica?
"Esistono strumenti, come alcuni plug-in, che utilizzano l’intelligenza artificiale in modo complementare oppure come elemento principale, ma sempre a partire da una tua creazione. Per esempio, puoi comporre una linea melodica, costruirci sopra un’armonia e chiedere allo strumento di trasformarla dal punto di vista sonoro, immaginandola per un’orchestra d’archi. Il risultato può essere straordinario. Molti lavorano così, ma questo non significa necessariamente sostituire l’intelligenza umana. Io non l’ho ancora fatto: non sento il desiderio di scaricare questi plug-in, perché preferisco essere io il motore della ricerca musicale".
È più divertente, no?
"Sì. Ma il punto fondamentale della questione è la possibilità di creare l’errore. L’intelligenza artificiale non potrà mai sostituire completamente il musicista, perché il musicista è fallibile, così come lo è ogni essere umano. Nei concerti questa fallibilità emerge continuamente: c’è un errore nella voce, nell’intonazione, nell’esecuzione. C’è sempre qualcosa di imperfetto, e proprio questo contribuisce alla bellezza della condivisione con il pubblico".
Lei ricerca l’imperfezione?
"Quando si incide un disco si cerca di essere il più perfetti possibile, perché è bello ed è parte della ricerca. Un pianista, per esempio, studia per raggiungere la perfezione, ma anche nell’esecuzione della musica classica lo stesso brano viene interpretato in modo diverso da pianisti differenti. Per questo non sono assolutamente preoccupato che l’intelligenza artificiale possa sostituire o danneggiare la musica. Vedremo come si evolverà la situazione".
Capitolo Sanremo. Lei ha partecipato come concorrente nel 2020 e, da allora, sono cambiate molte cose, anche nei generi musicali. Come si rapporta alle nuove generazioni?
"Scrivono molto bene e sono molto preparate dal punto di vista tecnico, ma a volte rischiano di perdersi in un unico concetto".
In che senso?
"Quando per due minuti e mezzo mi devi raccontare una sola cosa, a volte mi viene un po’ di noia. Alla sesta canzone in cui mi sento dire sempre la stessa cosa penso: va bene, ora parlami anche di qualcos’altro. Parlami del dentista, inventami un personaggio, raccontami una storia diversa. Penso che ci sono quartine bellissime, a volte geniali, con due parole messe nel punto giusto e capaci di lasciare il segno. Però, talvolta, il resto della canzone si perde. I concetti non mi danno più quella sensazione di poter archiviare un brano come se fosse mio, di ricordarne tutta la storia".
Per esempio?
"La ‘Donna Cannone’ di Francesco De Gregori. Ricordo l’intera canzone e la storia che racconta. Oggi faccio più fatica, perché spesso mi sembra di trovarmi davanti a un prisma di emozioni che ruotano sempre intorno all’introspezione".
E cosa ne pensa dell’autotune?
"Dovrebbe essere solo usato come effetto. Un tempo anche l’amplificazione era considerata un artificio e veniva osteggiata. Se vai alla Scala, per esempio, non c’è amplificazione, perché viene considerata ancora qualcosa di volgare. L’autotune, invece, può essere interessante quando viene utilizzato per creare un effetto vocale impossibile da ottenere con la voce umana. Se, invece, deve correggerti nota per nota, io mi vergognerei. Mi sentirei di fare qualcosa che non mi appartiene, che non è consono a ciò che sono e a chi mi ascolta. Preferisco cantare nel bene e nel male, con i miei errori. Anche sbagliare, per me, ha un valore".
E per Sanremo 2027? Ha intenzione di riprovarci?
"Ho mandato due brani di questo disco ma non li hanno presi. Un altro pezzo in cantina c’è. Se ci fosse interesse, lo invierei senz’altro".
Se potesse chiudere gli occhi e scegliere un luogo dove poter suonare il suo pianoforte?
"Ovunque. Per me, però, il traguardo sarebbe poter suonare alla Scala, come ha fatto il mio poeta Paolo Conte. È un obiettivo quasi irraggiungibile, ma è quello".
—spettacoliwebinfo@adnkronos.com (Web Info)

