Mentre si avvia l’iter del ddl sulla coltivazione privata, in Calabria sperano anche gli imprenditori della filiera della canapa

Primo passo anche in Italia sulla libera coltivazione privata della cannabis. Il ddl approvato pochi giorni fa in commissione giustizia alla Camera prevede infatti che se ne possa produrre in casa per uso personale fino a quattro piantine (quantità così esigua da escludere la finalità dello spaccio).

Il nostro paese prova dunque faticosamente a mettersi al passo di Stati Uniti, Canada e molti stati europei, dove la liberalizzazione consente l’impiego della “cannabis indica” a scopi terapeutici: anche da noi questo non è più reato dal 2006 ma mantenendo il divieto alla coltivazione personale il reperimento della sostanza è difficile e costoso: unico soggetto autorizzato a produrla e distribuirla con fini di cura è l’Esercito, nello stabilimento chimico-farmaceutico militare di Firenze, ma si tratta di scorte minime, che obbligano chi ne ha bisogno a rifornirsi all’estero, con spese altissime – o in nero. Va inoltre ricordato che nel 2020 l’Onu ha rimosso la marijuana dalla lista delle sostanze dannose.

In Calabria (dove a differenza di altre regioni non è mai stata approvata una legge che coinvolga il nostro servizio sanitario nella distribuzione) la liberalizzazione avrebbe pure un effetto collaterale non trascurabile, quello di sottrarre alla ‘ndrangheta uno dei suoi indotti economici, meno lucroso di altri ma comunque esistente.

La giornalista e attivista Daniela Ielasi, fondatrice dell’associazione culturale Entropia, che ha sede presso il Dam dell’Unical, commenta: «Il passaggio in commissione è un segnale positivo, un inizio a cui guardiamo positivamente. Sappiamo che si tratta per ora di una mediazione e che alcuni partiti remeranno contro fino alla fine, ma si sono registrate aperture importanti, come quella di Forza Italia, questo fa ben sperare. Tra l’altro sulla liceità della coltivazione privata in quantità minima si è già espressa la Corte di Cassazione con alcune sentenze che però non possono trovare applicazione perché manca una legge. Intanto è partita benissimo la petizione per il referendum, promossa da varie associazioni e movimenti politici e non, che in pochissimo tempo ha superato le 300.000 firme».

Tra i sostenitori dell’iniziativa c’è anche Meglio Legale, progetto portato avanti da un gruppo di medici, avvocati e professionisti che avevano segnalato all’attenzione dei media il caso di Cristian Filippo, 24enne di Paola arrestato perché coltivava la cannabis che gli è necessaria per lenire i dolori della fibromialgia.

Quest’estate Entropia ha organizzato a Rende il festival “Calabria in Fiore”, ospitando dibattiti sul tema e soprattutto presentando gli imprenditori della filiera della canapa ormai ridotta al lumicino dal proibizionismo, rimasti in pochi ma strenuamente resistenti sul territorio. Anche per questo settore si era parlato di un intervento regionale a sostegno, mai realizzato.

Parliamo stavolta della legalizzata canapa sativa, ammessa soltanto entro un rilascio tra lo 0,2% e 0,6% di Thc, principio attivo psicotropo che oltre quella soglia la trasformerebbe in uno stupefacente. «Così diventa un’attività rischiosa per gli imprenditori – spiega Daniela Ielasi – perché il limite spesso viene superato in modo naturale nella stessa crescita della pianta e molti coltivatori non riescono ad evitarlo e vengono sanzionati. Le imprese calabresi che vanno avanti sono belle realtà. Ad esempio Jure di Mattia Cusani a San Giovanni in Fiore o la Fattoria Biò di Camigliatello, che tra i suoi prodotti ha anche una linea di farine di canapa. Un settore che sta andando molto bene è quello delle infiorescenze, che utilizzano il Cbd, sostanza cannabinoide che non “sballa” ma ha un piacevole effetto rilassante. Da quando è iniziata la pandemia e dopo i lockdown c’è stato un aumento delle richieste proprio perché permette di ridurre lo stress».

Se la legge sancirà l’agognata liberalizzazione, chi annaffierà sul suo balcone quelle piante dalle iconiche foglie a sette punte sarà in regola come tutti gli altri giardinieri casalinghi dal pollice verde. Non chiamateli più fricchettoni, insomma. L’attore cosentino Manolo Muoio, autore di due performance sulla cannabis (Malerba, nel 2016 e #theintimatefile nel 2019), dice: «L’atteggiamento dell’opinione pubblica italiana sulla cannabis dipende ancora in gran parte da pregiudizi assurdi che risalgono all’era fascista. Il credo del regime in materia di stupefacenti fu il volume del professor Giovanni Allevi “Gli Stupefacenti” (1931), sottotitolo “Contrabbando e traffici clandestini, tossicomanie e difesa della razza (!)”. Un testo studiato nelle università di medicina prima, durante e dopo la guerra, che ha avuto un peso nell’evoluzione dell’atteggiamento ufficiale verso le sostanze proibite e coloro che ne fanno uso. Lì vengono presentate come verità indiscusse le bislacche teorie sull’inferiorità razziale di “negri e cinesi” e si introduce il concetto che l’hashish – la “droga dei negri” – riempia i manicomi e dia  luogo a tossicodipendenza. Alla generazione degli allievi di queste “dottrine” dobbiamo molte delle nostre attuali leggi repressive».

«A fine anni ‘80 – continua Muoio – di ritorno dall’America, Bettino Craxi decise che anche in Italia fosse arrivato il momento della tolleranza zero. Nell’ottobre del ’90 fu varata la 309 sugli stupefacenti Craxi-Vassalli-Russo Jervolino: tre pilastri della sinistra riformista! C’è chi è finito dietro le sbarre e per la vergogna ha deciso di farla finita e chi è entrato in una caserma sano come un pesce e ne è uscito cadavere dopo poche ore. Con il referendum dell’aprile 1993, il concetto di “dose media giornaliera” introdotto dalla 309 fu abolito e, non essendoci stati da allora pronunciamenti ulteriori, venne data completa discrezionalità al giudice, alle forze dell’ordine o, in caso di procedimento amministrativo, all’assistente sociale della prefettura, di decidere sul contesto del reato e gli eventuali percorsi riabilitativi. In maniera del tutto arbitraria. È la situazione in cui ci troviamo ancora oggi, 28 anni dopo! »

Sul percorso legislativo appena iniziato Manolo Muoio aggiunge: «Ben venga qualunque provvedimento che tenti di infrangere l’anacronistico stigma sociale sui cannabinoidi e i loro consumatori… Alle soglie della mezza età, non mi dispiacerebbe affatto fare un up-grade: da scapigliato e perverso corruttore di folle a innocuo e rilassato coltivatore domestico».

“Malerba. Appunti per una coltura psichedelica” attraverso un percorso di teatro e musica racconta il rapporto millenario fra le culture umane e la canapa, mentre  “#Theintimatefiles” è una conferenza-spettacolo tra storia e reportage giornalistico, che parte dai primi esperimenti dei medici milanesi a metà del XIX secolo, alla strategia della tensione contro i movimenti operai e studenteschi negli anni ’70 con la criminalizzazione delle droghe cannabiniche e la diffusione su larga scala di eroina e morfina.

Una lunga storia di ipocrisie, anche. Continua l’attore e regista: «Il mercato viene invaso da liquori, cosmetici, capi d’abbigliamento che sfoggiano la foglia a sette punte come un surplus d’appeal in vetrina, però si continua a demonizzare, senza alcuna logica apparente, sostenitori e consumatori della varietà “cattiva” della stessa pianta: la “malerba” appunto».

Ma sarà davvero possibile per i consumatori di cannabis liberarsi dall’etichetta sociale di brutti sporchi e cattivi? E soprattutto, la “maria” legale avrà lo stesso fascino per le nuove generazioni o l’aura di trasgressione è solo un fenomeno nostalgico?

«Grazie a Lester Grinspoon, medico psichiatra e professore ad Harvard, che nel suo “Progetto sugli Usi della marijuana” ha incoraggiato i consumatori a scrivere delle loro esperienze, ho deciso di raccontare i miei “intimate files”. Parto dalla constatazione di quanto sia una sfortuna che chi è consapevole della utilità della cannabis per esperienza personale sia riluttante a manifestarsi pubblicamente. Farebbe un gran bene a tutti, se si sapesse che tanti uomini di affari, sportivi, professionisti e accademici sono consumatori abituali di marijuana. La persecuzione e la “canapafobia” si sono potute affermare soprattutto per la diffusa credenza che i consumatori di canapa siano irresponsabili ed emarginati – un po’ come certi attori – oppure adolescenti che “sperimentano”, imparano la lezione e poi smettono. Questa bugia è destinata a perpetuarsi se chi sa rimane in silenzio. Certo la paura di uscire allo scoperto non è senza fondamento. Fintanto che prevarrà l’attuale concezione stereotipata, chiunque ammetta di usare marijuana corre il rischio di essere preso meno sul serio. I “fumati” non sono considerati maturi, responsabili e credibili. Invece solo chi usa la canapa può insegnarci quanto sia utile. Oggi ci sono centinaia di migliaia di pazienti che usano la canapa come medicinale».

Ma non solo. Perché – diciamolo oltre ogni perbenismo – la cannabis crea benessere in tanti modi.

Conclude Manolo Muoio:  «La realtà dei bisogni umani è incompatibile con l’imposizione di una distinzione giuridicamente rilevante tra l’uso medico e tutti gli altri. L’uso di marijuana non è conforme ai limiti concettuali stabiliti dalle istituzioni del XX secolo. È arrivato il momento di andare al di là di questo paradigma».

Isabella Marchiolo