Fedez contro Lega e Rai, le reazioni in Calabria e quel post cancellato di don Imeneo

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L’Italia si sveglia inneggiando a un inconsueto eroe, il Fedez paladino dei diritti civili consacrato sul palco del concertone del Primo Maggio. Pietra dello scandalo è ancora la legge Zan sull’omotransfobia, attualmente bloccata in Senato e a favore della quale il rapper è da settimane autore di una veemente campagna sui social suoi e della moglie Chiara Ferragni. Ma la bomba scoppia durante il concertone dove Fedez si è presentato per parlare dell’insidioso argomento, sostenendo di esserci riuscito lottando con le unghie e i denti per non farsi censurare. La Rai, infatti, nella persona della vicedirettrice della terza rete, Ilaria Capitani, avrebbe provato a convincere il cantante ad epurare alcune parti del suo discorso perché “inopportune», come dimostra la registrazione di una telefonata che Fedez ha prontamente diffuso nelle sue stories Instagram. L’acme è il tentativo di sottoporre il discorso ad approvazione politica, quando Capitani dice: “Le chiediamo di adeguarsi al sistema». Apriti cielo. Le parole non gradite in un intervento che in realtà è stato molto misurato – e citava anche la mancanza di sostegno governativo ai lavoratori dello spettacolo fermi da mesi – sono chiaramente quelle con cui si elencano le affermazioni omofobe e d’odio contro i gay giunte nel tempo da rappresentanti della Lega, con tanto di nome e cognome. La premessa è che Matteo Salvini aveva apertamente diffidato la Rai dall’ammettere quei passaggi durante la trasmissione, poi c’è la presunta minaccia dell’azienda televisiva di accollare i costi dell’evento alla triade sindacale come sanzione per aver dato carta bianca al caustico rapper.

Ma Fedez va avanti come un carroarmato e conquista tutti, anche quelli che, a dispetto dei suoi dischi d’oro e di platino, non sono teneri con le sue doti artistiche. E persino quelli che non sopportano la famigliola Ferragnez. Mentre Chiara si esalta e spamma cuori per il coraggio di suo marito, le uniche reazioni critiche arrivano dai leghisti. In testa c’è il senatore Simone Pillon, che commenta evocando il demone degli ormoni maschili che qualcuno, a legge Zan approvata, inietterebbe coattivamente nei corpi delle bambine, neonati comprati e figlioletti a cui sarà impedita la gioia di saltellare nel lettone in mezzo a una mamma e un papà. Concludendo che pregherà per il ravvedimento di Fedez, colpevole di aver usato i soldi del canone Rai (sì, quello che noi tutti abbiamo pagato per vedere fino a pochi anni fa le schifezze poco adatte ai minori dell’Isola dei Famosi e i corpi femminili misurati con il metro di Miss Italia) per attaccare la Lega.

Salvini, invece, non si lascia prendere dal delirio e replica così: «Adoro e difendo la libertà di pensare, di scrivere, di parlare, di amare. Ognuno può amare chi vuole, come vuole, quanto vuole. E chi discrimina o aggredisce va punito, come previsto dalla legge. È già così, per fortuna. Chi aggredisce un omosessuale o un eterosessuale, un bianco o un nero, un cristiano o un buddhista, un giovane o un anziano, rischia fino a 16 anni di carcere. È già così. Reinvito Fedez a bere un caffè, tranquilli, per parlare di libertà e di diritti». Ovvero lui non censura nessuno e sul punto è calmissimo e sicuro di sè. Poi però gli scappa la virata in stile “e allora il Pd”, auspicando che qualcuno paghi per quanto accaduto sul palco romano e informando che «l’interlocutrice Rai registrata da Fedez era stata portavoce di Veltroni sindaco Pd di Roma». Dal resto del partito si registra un quasi totale imbarazzato silenzio. Molto difficile giustificare il ricordo di quell’anatema sul figlio gay da bruciare nel forno, che si sarebbe preferito nascondere sotto il tappeto…

Da parte della Chiesa c’è pure un piccolo “giallo” calabrese. Don Davide Imeneo, direttore dell’Avvenire di Calabria e portavoce della diocesi di Reggio-Bova, è stato travolto dalle polemiche per una frase francamente infelice, apparsa stamattina sul suo profilo Facebook e cancellata poche ore dopo: «In Italia i tossicodipendenti hanno preso il posto degli intellettuali. E passano per eroi». Tutti, data la concomitanza con il caso del concertone, hanno pensato si riferisse a Fedez e in tanti hanno preso le distanze dalle dure parole del sacerdote. Ma Imeneo ha fatto sparire frettolosamente il post spiegando di non essersi riferito «alla vicenda accaduta ieri sera e che ha per protagonista un noto influencer/cantante. Era una frase (la cui condivisione era programmata) che allude al ribaltamento dei valori di oggi, tempo in cui chi vive negli eccessi ha una visibilità oltremodo sconsiderata rispetto ai meriti)». E ha concluso: «Date le tristi strumentalizzazioni politiche e ideologiche a cui è stato sottoposto il mio post, nonché gli attacchi personali di cui sono stato destinatario, ho ritenuto doveroso cancellarlo». Paradossalmente e con tutte le differenze della situazione, potremmo dire che anche don Imeneo è stato vittima di quell’aggressione verbale dovuta a una condizione personale (qui il fatto di essere un uomo di chiesa) che è alla base della necessità di tutela espressa dalla legge Zan. Infatti le contestazioni sotto quel post riguardavano il richiamo ai tossicodipendenti: se, come lui sostiene, Imeneo non voleva definire così Fedez (sarebbe stato, e lo sa bene, un’offesa), non è comunque edificante per un sacerdote alludere in modo dispregiativo a soggetti che vivono una dipendenza – e qualcuno gli ha fatto notare «i tossicodipendenti non sono forse figli di Dio?»

Che Imeneo non sia tra i sostenitori del dl Zan pare scontato. Pugnace fustigatore del Gay Pride reggino, qualche anno fa il prete e giornalista aveva ricevuto una lettera con frasi minatorie firmata da un sedicente gruppo di rivoluzione omosessuale mai individuato.

Ma la toccata e fuga del sacerdote reggino e i commenti random di pochi altri critici servono a poco: in Calabria la gente sta quasi tutta dalla parte del ribelle Federico, che qualcuno paragona persino a Dario Fo, vittima di una ormai leggendaria censura Rai per la gag satirica con Franca Rame sulla sicurezza dei cantieri edili. E lo scrittore e medico Santo Gioffré, pur simpaticamente snob nel citare il rapper come un «costui Fenez» a lui sconosciuto, approva un altro sepolcro imbiancato dell’intervento di ieri, ovvero la denuncia degli intrallazzi del Vaticano crociato contro la legge 197/78 eppure azionista di Novartis, ditta produttrice di una nota pillola abortiva (notizia ripresa da un’inchiesta di Report). Gioffré, ex commissario straordinario dell’azienda sanitaria reggina, ricorda anche la sua personale esperienza con la multinazionale farmaceutica, «pizzicata da me per essersi fatta pagare due volte le stesse fatture nell’Asp di Reggio». Insomma, pur precisando di parlare soltanto della legge 194/78 («io nella mia vita professionale non solo non sono mai stato obiettore, di fronte alle ipocrisie strumentali di molti miei colleghi, ma mi sono sempre sottomesso alle leggi della Repubblica») e quindi non del vespaio su Zan, Gioffré sembra comunque attribuire al rapper il merito di aver segnalato una verità scomoda sulla Chiesa.

Mentre Antonio Marziale, già garante regionale per l’infanzia, è ironico nel citare la canzone di Battiato Povera patria, ovvero «povero quel paese che ha bisogno di influencer perché vuol dire che le teste sono poche», unendosi al coro di detrattori infastiditi per il fatto che trattare temi politici sia stato un vip con il sospetto di volersi autosponsorizzare. Dimenticando che sul palco del Primo Maggio attori e cantanti hanno sempre parlato di politica. E che forse quel signor Ferragnez non ha tutto questo bisogno di pubblicità aggiuntiva.

Nel generale tripudio per Fedez, a proposito di omofobia un misero contraltare lo avevano offerto i comici Pio e Amedeo nell’ultima puntata del loro show “Felicissima sera” su Canale 5. Ai due si deve un discutibile sketch (che ha offeso un po’ tutti) sulle parole che non si possono dire, tra cui figurano frocio, negro e ricchione. Che invece, secondo la tamarra coppia comica, sono termini innocui – il male e le discriminazioni semmai risiedono in altro. Ragionamento che ricorda molto una celebre uscita del nostro presidente facente funzioni Nino Spirlì: anni fa, da omosessuale e neocomponente della giunta Santelli, sdoganò quelle parole esprimendo lo stesso pensiero di Pio e Amedeo. E infatti sulla sua pagina Facebook Spirlì non ha mancato di lodare il «gusto dell’eccesso» dei due comici, autori a suo dire, di «Grande e Colta Satira». Ma forse questa definizione non piacerebbe proprio agli ex Emigratis, che ad essere colti hanno dimostrato di tenere poco, costruendo la loro carriera su un tipo di comicità volutamente buzzurra…

Isabella Marchiolo