mercoledì, 25 Maggio, 2022
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Grave errore un altro mese di lezioni a distanza per Caterina Calabrese, dirigente del liceo scientifico “Berto” di Vibo

La decisione di rinviare di un mese il ritorno in presenza ha destabilizzato le scuole calabresi. La prima reazione all’ordinanza di Nino Spirlì è stata la promessa di ricorsi a raffica da parte delle famiglie (che stavolta chiederanno anche un risarcimento per i danni cagionati ai figli dalla negazione di un diritto fondamentale non suffragato, secondo molti genitori, da reali condizioni di rischio epidemiologico). Ma forte sconcerto per gli scenari futuri è espresso in queste ore anche da presidi e docenti, alle prese con la gestione di un nuovo periodo di lezioni in remoto e senza certezze su quanto durerà il limbo della terza ondata. «Sono molto preoccupata», dice Caterina Calabrese, dirigente del liceo scientifico “Giuseppe Berto” di Vibo Valentia, che nella frenetica giornata di ieri ha sentito molti insegnanti e ragazzi delusi nella prospettiva di rientrare nelle loro classi vuote da ormai due mesi. «Stiamo andando incontro a un modello di istruzione che non è più trasmissivo ma interamente fondato sulla tecnologia, potremmo definirlo un “umanesimo informatico”. E’ vero, la scuola continua come didattica anche a distanza, ma manca come luogo reale, come aula in cui ritrovarsi, sede di amicizie, incontri e confronti. La scuola per gli allievi è anche contatto e fisicità ma adesso questo non esiste». Ed è chiaro il riferimento alle conseguenze psicologiche ed emotive sugli studenti. Continua Caterina Calabrese: «Questa generazione sta vivendo un momento difficile, purtroppo proprio nell’età cruciale della formazione personale. Sono mesi che i ragazzi non dimenticheranno mai e che li vedono assorbire un clima di solitudine, individualismo spinto all’estremo, scetticismo se non vero e proprio pessimismo. E credo anche che nel nostro territorio tutto questo avrà effetti più gravi che altrove». A proposito della Calabria, infatti, la dirigente commenta: «In molte aree della regione i nostri giovani non hanno nulla per dare senso alle loro giornate. Non abbiamo grandi realtà economiche, non ci sono grandi città, mancano luoghi di aggregazione. La scuola è l’unico bene che appartiene ai ragazzi e che permette loro di socializzare e sentirsi comunità. Di un luogo che sia davvero loro ne hanno necessità più di altri e per questo è importante andare in classe in presenza. I ragazzi devono sentire che la scuola c’è, vederla… e questo può avvenire soltanto se la scuola è un luogo. Inoltre tante sono le diseguaglianze che derivano dalla didattica a distanza: non tutti hanno le stesse possibilità, in alcune zone non è facile essere connessi… insomma, non poter andare a scuola sottrae possibilità di studio e maturazione a molti studenti».
Il Governo ha posticipato il ritorno in aula dei liceali con tanti punti interrogativi sul futuro, e la maggior parte delle regioni ha decretato una più lunga sospensione della frequenza irrigidendo le decisioni del consiglio dei ministri. La Calabria avrebbe potuto seguire i pochi esempi di territori dove ci si è limitati ad allinearsi alla breve settimana di rinvio decisa dal Governo? «Sì, sarebbe stata la scelta giusta – conclude Caterina Calabrese – anche turni al 50 o 75 per cento sarebbero stati preferibili a questo proseguimento totale della Dad. In Toscana lo hanno fatto, da noi a maggior ragione sarebbe stato opportuno. Non è un’opzione, gli studenti calabresi hanno bisogno di andare a scuola».
Isabella Marchiolo

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