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lunedì, 17 Giugno, 2024
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Dimenticata dagli anni ’50 la manna in Calabria potrebbe vivere una stagione di riscoperta

Intorno a questa generosa linfa un tempo, almeno fino agli anni Cinquanta del secolo scorso, anche in alcune zone della Calabria si reggeva un’intera economia. Adesso, dopo oltre mezzo secolo di oblio, la manna, resina naturale e commestibile estratta, oggi come allora, con delle incisioni applicate sulla corteccia dei frassini, potrebbe vivere una stagione di riscoperta e di rilancio. Chi non nutre dubbi in proposito è l’etnobotanico Carmine Lupia che, alla guida del Conservatorio Etnobotanico Mediterraneo di Sersale e dell’analoga struttura attiva da più tempo a Castelluccio in Basilicata, lavora da tempo per restituire dignità a quello che in passato era considerato un prodotto di eccellenza per una vasta area geografica posta all’estremità meridionale della penisola italiana. Dopo anni di ricerche e studi condotti sulle tecniche di estrazione della manna dal frassino adesso affiorano i primi risultati. E paiono più che incoraggianti.

Scientificamente la resina naturale liquida che si solidifica a contatto con l’aria e che, come riporta la Bibbia, venne miracolosamente donata da Dio agli Israeliti durante la traversata del deserto, è classificata come un essudato zuccherino costituito principalmente da mannite, acidi organici, acqua, glucosio, fruttosio, mucillagini, resine e composti azotati e zucchero.
Attualmente la manna è prodotta quasi esclusivamente in Sicilia, nei territori di Castelbuono e Pollina, ai piedi delle Madonie ad un’altezza che oscilla tra i 100 e 700 metri estratta dai frassini, essenze arboree generalmente coltivate in consociazione con l’ulivo, il mandorlo e il fico d’india. La superficie utilizzata è di poche migliaia di ettari e la produzione è favorita dal clima particolarmente mite che, con elevate temperature estive e scarse escursioni termiche facilita l’emissione e l’indurimento della manna nel momento dell’estrazione. In quella porzione dell’isola resiste, inoltre, l’ultima generazione di frassinicoltori che mantiene in vita il prezioso patrimonio colturale e culturale legato al mondo dell’antico mestiere dello “ntaccaluòru” o del mannaluòro (in Calabria, quanti si occupavano della raccolta della manna, almeno fino agli anni Cinquanta, in dialetto venivano chiamati ‘mannisi’). Storicamente la coltivazione del frassino da manna risale presumibilmente alla dominazione islamica (IX-XI secolo d.C.).

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Il primato della produzione in Sicilia risale alla seconda metà dell’Ottocento. Quella calabra, comunque, era considerata un’eccellenza non solo in Italia ma un po’ in tutta Europa. La produzione della manna, che si concentra tra i mesi di luglio e agosto, offre un buon reddito rispetto al passato: ogni chilo ha un costo superiore a 200 euro, e il prezzo è sempre in crescita.
(Ansa)

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