La casa è diventata uno dei principali fronti della crisi del potere d’acquisto delle famiglie italiane. Negli ultimi sei anni il costo degli affitti è aumentato in maniera molto più rapida rispetto alle retribuzioni, soprattutto nei grandi capoluoghi, trasformando quello che un tempo era un problema prevalentemente sociale in una questione economica che riguarda occupazione, mobilità, natalità e competitività delle città. Per un’abitazione standard di 70 metri quadrati, nei principali capoluoghi italiani i canoni sono aumentati dal 19% fino a quasi il 50%, mentre le retribuzioni hanno registrato incrementi generalmente compresi tra il 7% e il 15%. Il risultato è una forbice sempre più ampia tra quanto entra nelle tasche dei lavoratori e quanto viene richiesto ogni mese per avere una casa. Ad evidenziare questa situazione complessa e preoccupante, è Sebastiano Guzzi, Vice Presidente Nazionale Unilavoro Pmi, il quale indica una classifica di riferimento. Quali sono le città in cui è stato registrato un rincaro più elevato? “In cima alla classifica degli aumenti, evidenzia l’imprenditore lametino, si trovano Milano e Firenze, entrambe con un incremento dei canoni del 49% rispetto al 2019. Nel capoluogo lombardo, per un appartamento medio di 70 metri quadrati, il canone è arrivato a superare i 1.800 euro al mese. A Firenze si arriva a circa 1.340 euro. Nel caso fiorentino, l’affitto medio per la stessa abitazione è passato da circa 900 euro mensili a 1.340 euro. Milano rappresenta il caso più estremo: secondo un importante e attendibilissima elaborazione, l’affitto medio arriva ad assorbire circa il 73% dello stipendio netto medio. A Firenze la quota è del 62%. Percentuali altissime, che spiegano perché per molti giovani, lavoratori dipendenti e famiglie monoreddito vivere nelle grandi città sia diventato sempre più difficile.
È proprio questo il punto centrale della crisi abitativa italiana: il costo della casa è aumentato, mentre gli stipendi sono rimasti sostanzialmente fermi e il costo della vita ha continuato a salire. Affitti, alimentari, bollette, trasporti, servizi e spese sanitarie pesano sempre di più sui bilanci familiari, ma le buste paga non hanno seguito lo stesso ritmo. La casa diventa così, continua Guzzi, una spesa che compete direttamente con i bisogni fondamentali della famiglia. E quando una quota sempre maggiore dello stipendio viene assorbita dall’affitto, le famiglie sono costrette a fare delle rinunce. Non si tratta più soltanto di rinunciare a una vacanza, a un’auto nuova o a una spesa non necessaria. Si arriva a tagliare anche ciò che dovrebbe essere considerato essenziale. Nel 2024 il 31,1% delle famiglie ha dichiarato di avere cercato di limitare la quantità o la qualità degli alimenti acquistati. Nello stesso anno, i prezzi dei prodotti alimentari e delle bevande analcoliche sono aumentati del 2,5%, dopo il +10,2% registrato nel 2023, secondo l’Istat. Non significa soltanto che il carrello della spesa costa di più. Significa che, quando il bilancio familiare viene messo sotto pressione dall’affitto, anche la spesa alimentare diventa una voce sulla quale intervenire. Si compra meno, si scelgono prodotti più economici, si rinuncia alla qualità. E per molte famiglie questo rappresenta un segnale evidente di quanto la situazione sia diventata difficile. Gli stipendi sono rimasti quasi gli stessi, mentre intorno alle famiglie è aumentato praticamente tutto: la casa, la spesa alimentare, le utenze, i trasporti, la salute e i servizi. E così, mese dopo mese, il margine disponibile si restringe.
La pressione si fa particolarmente pesante per i nuclei con figli, per gli anziani, per i lavoratori precari e per le famiglie con un solo reddito. “Ed è proprio questa urgenza, conclude Guzzi, che bisogna affrontare: aiutare e sostenere chi, per ragioni oggettive, non ha la possibilità di accrescere o migliorare il proprio reddito. Perché il problema non è soltanto arrivare alla fine del mese, ma garantire a ogni famiglia la possibilità di vivere con maggiore serenità e dignità.”

