domenica, 25 Settembre, 2022
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Calibro 9, cartello Stalettì crivellato di colpi. E’ polemica

Il cartello di Stalettì sforacchiato dai proiettili appare nel trailer del film “Calibro 9” di Tony D’Angelo ed è subito polemica. La pellicola sarà presentata fuori concorso al festival di Torino ed è stata girata in Calabria nel 2019 con il sostegno della Film Commission. Dopo l’anacronistica immagine pubblicizzata dal cortometraggio di Muccino, in tanti temono che il film del napoletano D’Angelo faccia un servizio ancora peggiore perpetuando il binomio tra il territorio calabrese e la ‘ndrangheta – nello specifico correlandolo a un sito culturale e turistico come Stalettì, assolutamente estraneo a vicende mafiose. Appena il trailer viene postato sulla pagina facebook dell’amministrazione comunale, si moltiplicano i commenti di indignazione, ma pare che l’immagine (creata digitalmente, il cartello vero è immacolato) sia stata concordata con la produzione del film.

Una prima considerazione è che, se però lo spot della star Muccino era stato ideato (e remunerato profumatamente) come strumento di promozione, il contesto di “Calibro 9” è del tutto diverso. Cosa dovrebbe esserci in un film che parla di ‘ndrangheta? La segnaletica con lo sfregio delle sparatorie è il minimo della scenografia pittoresca (di cui, stando al trailer, fanno parte anche inseguimenti acrobatici e carambole di automobili) in una storia come questa. Tanto più che, pur con diverso plot, si tratta del remake di un grande noir all’italiana come “Milano Calibro 9” di Ferdinando Di Leo, autore inserito, con la successiva riabilitazione della critica, nel genere cosiddetto poliziottesco, caratterizzato da eccesso di violenza, contenuti splatter e immagini surreali e a tinte forti. Di Leo (che Torino omaggia anche con la proiezione dello scandaloso “Avere vent’anni”) è stato un maestro per Quentin Tarantino e già questo dice tutto.

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E’ peraltro comprensibile lo sdegno della gente di Stalettì, sito archeologico bizantino e località rinomata del golfo di Squillace, il cui nome nel film è spiattellato come luogo di conflitti a fuoco e regolamenti di conti criminali.

Il cartello in questione non esiste, ma la sua rappresentazione nella pellicola è stata oggetto di discussione tra regista, produttori e amministratori locali. Rispondendo alla critiche su Facebook, il vicesindaco Rosario Mirarchi spiega: «Rispetto i vostri punti di vista ma non li condivido. Ci è stato espressamente chiesto di scegliere tra due alternative – la prima riprodurre il cartello di Stalettì colpito, la seconda un nome di fantasia. Abbiamo scelto la prima. Scritta a parte, nel caso in cui la curiosità dello spettatore sia stimolata dalle altre bellissime immagini della città che si vedranno nel film, approfondendo le ricerche scoprirà che Stalettì è un concentrato di bellezza, tradizioni, archeologia, storia, panorami mozzafiato, sede della prima università d’Europa e molto altro».
Insomma, l’importante è che se ne parli – tale sembra la riflessione operata dagli amministratori. Ma queste idee non hanno placato le rimostranze di chi crede che una simile pubblicità sia un errore. Ovvero: se qualcuno, finito il lockdown, pensasse di fare un viaggio in zona, potrebbe ipotizzare di cambiare itinerario. Stalettì non è Napoli (il suo aplomb turistico non è mai stato scalfito dalle immagini crude della serie cult “Gomorra”) e rischia di non avere fama sufficiente per annientare l’impatto di una finzione scenica che però pur sempre racconta di morti ammazzati. Che l’eventuale visitatore si prenda la briga di cercare il sito su Google e apprendere che non c’entra niente con la ‘ndrangheta è forse pretendere un po’ troppa diligenza.

La rappresentazione della ‘ndrangheta al cinema ha sempre suscitato accesi dibattiti in Calabria. Dopo anni di fiction e film dedicati a questo argomento intellettuali e media hanno invitato più volte gli autori a parlare anche d’altro. Ma soprattutto, nel caso, a parlarne nel modo giusto.

Non esiste soltanto il premiato “Anime nere” di Munzi, ottima trasposizione cinematografica del romanzo di Gioacchino Criaco e destinatario di nove David di Donatello, o il bel lavoro “La terra dei santi” del lametino Fernando Muraca, che attraverso il personaggio del magistrato interpretato da Valeria Solarino puntava l’attenzione sul ruolo delle donne nell’organizzazione delle ‘ndrine.
Subissata dalle critiche era stata l’anno scorso la fiction Rai “Linea di sangue” di Enzo Monteleone, ispirata alla strage di Duisburg e con protagonista Daniele Liotti. Un’accozzaglia di luoghi comuni mal recitata e con attori che sfoggiavano un inedito accento romano al posto del solito siculo che nell’immaginario popolare tanto bene fa le veci del vernacolo calabrese.

Non aveva invece fatto scalpore “L’assalto” di Ricky Tognazzi, onesto filmetto televisivo sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta al Nord – ma lì c’era il valore aggiunto di un attore molto amato e veterano del genere poliziesco, Diego Abatantuono.

Un vero e proprio caso era stato nel 2007 il docufilm “Uomini d’onore” del paolano Francesco Sbano, girato, tra l’altro nell’emblematico suolo di San Luca d’Aspromonte – dove il cartello stradale sfregiato c’è davvero e si è trasformato in un doloroso simbolo dei territori di ‘ndrangheta. Diffuso all’indomani dei fatti di Duisburg, il documentario è incentrato, con toni celebrativi mascherati da ricerca etnografica, sulla cultura mafiosa. Nelle scene si vedono uomini armati e incappucciati e si ascoltano i canti dei boss inneggianti a vendette e patti di sangue. L’autore lo realizzò a proprie spese distribuendolo in dvd sulle piattaforme digitali, dove tutt’ora è in commercio grazie alla distribuzione di Istituto Luce, che è entrata nel progetto nel 2011.

Isabella Marchiolo

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