La crisi della politica italiana non nasce soltanto dalla sfiducia nei partiti, ma soprattutto dalla sensazione, sempre più diffusa tra i cittadini, di non contare più nulla nelle scelte decisive del Paese. E tra queste, la più importante riguarda proprio la possibilità di scegliere chi deve rappresentarli in Parlamento. La proposta di nuova legge elettorale sostenuta dal governo di Giorgia Meloni rischia di aggravare ulteriormente questa distanza tra eletti ed elettori. Una legge che continua a privilegiare le segreterie politiche, trasformando deputati e senatori in nominati più che in rappresentanti del popolo. Ed è proprio qui il nodo centrale: senza preferenze, il cittadino perde il diritto reale di scegliere il proprio parlamentare. Per anni si è parlato di crisi dell’affluenza elettorale come se fosse una semplice forma di disinteresse. Ma la verità è un’altra è quella che milioni di persone non vanno più a votare perché hanno capito che troppo spesso il loro voto non decide chi sarà eletto. Decidono le segreterie. Decidono gli equilibri interni dei partiti. Decidono i rapporti di forza nazionali. E il territorio resta senza voce. La reintroduzione delle preferenze rappresenterebbe invece una svolta democratica fondamentale. Significherebbe restituire dignità al voto popolare e responsabilità agli eletti. Un deputato scelto direttamente dai cittadini non può permettersi di ignorare il territorio, perché sa che la propria forza politica nasce dal consenso reale delle persone e non soltanto dalla fedeltà ai vertici del partito.
Negli ultimi anni abbiamo assistito a scelte devastanti che hanno inciso profondamente sulla vita delle persone. Sanità sempre più lontana dai cittadini, ospedali in difficoltà, aumento delle povertà, territori abbandonati, ambiente sacrificato troppo spesso agli interessi economici e una crescente perdita di equilibrio sociale tra Nord e Sud del Paese. In questo quadro, la sciagurata prospettiva dell’autonomia differenziata rischia di aumentare ulteriormente le disuguaglianze, creando cittadini di serie A e cittadini di serie B. E viene spontanea una domanda: se fossero esistiti ancora veri parlamentari del territorio, scelti direttamente dal popolo attraverso le preferenze, molte di queste decisioni sarebbero passate con tanta facilità? Probabilmente no. Perché un deputato che deve rendere conto quotidianamente ai cittadini avrebbe avuto il dovere politico e morale di difendere la propria comunità, la sanità pubblica, l’ambiente, il lavoro e la dignità sociale del territorio che rappresenta. Oggi invece troppo spesso si assiste a parlamentari più preoccupati di compiacere le segreterie nazionali che di ascoltare i problemi reali delle persone. E questo ha creato una politica distante, autoreferenziale, incapace di percepire il disagio crescente che attraversa il Paese. Per questo rivolgo un appello sincero anche al mio Partito Democratico e a tutte le forze di centrosinistra. Serve più chiarezza, più coraggio e più determinazione nel sostenere la reintroduzione delle preferenze nella nuova legge elettorale. Non basta accennarlo timidamente o relegarlo a tema secondario. Deve diventare una battaglia centrale per restituire dignità alla democrazia italiana e ricostruire il rapporto tra cittadini e istituzioni.
Il centrosinistra dovrebbe avere il coraggio di scendere nelle piazze, nei consigli comunali, nei territori, raccogliendo firme e consenso popolare contro una legge elettorale che continua ad allontanare il popolo dalle istituzioni. Perché senza rappresentanza reale non può esistere vera partecipazione democratica. La politica ha bisogno di tornare tra la gente, nei quartieri, nelle comunità, nei luoghi del disagio e della speranza. Ha bisogno di ritrovare il rapporto umano con i cittadini. Ed è per questo che la battaglia per le preferenze non è una semplice questione tecnica o elettorale, è una battaglia di libertà democratica. Restituire ai cittadini il diritto di scegliere significa restituire credibilità alle istituzioni. Significa riportare partecipazione, passione e affluenza alle urne. Perché quando il popolo sente davvero di poter incidere, torna a credere nella politica. E una democrazia senza partecipazione è una democrazia sempre più fragile.
*Presidente di ‘LAMETIAenonsolo’.


















