Solo negli ultimi cinque anni i prezzi sono rincarati di un quarto in più. L’Antitrust ha deciso di vederci chiaro e ha avviato un’indagine conoscitiva sul ruolo svolto dalla grande distribuzione organizzata (Gdo) lungo la filiera agroalimentare, “anche prendendo spunto dalla netta divaricazione, che si è determinata negli ultimi anni, tra l’inflazione generale e l’inflazione dei generi alimentari”. Perché, in sostanza, i costi di chi fa la spesa al supermercato crescono in modo più evidente rispetto al costo generale della vita. Elemento non da poco considerando che la Gdo rappresenta l’84% degli acquisti degli italiani. Pronta la risposta della distribuzione moderna che assicura massima trasparenza sui meccanismi di settore. “Abbiamo operato fin dai primi picchi inflattivi nel 2022-2023 per frenare il rincaro”, garantisce il presidente di Federdistribuzione, Carlo Alberto Buttarelli, “porre freno ai trasferimenti di costo è nel nostro dna”. “Siamo tranquilli”, afferma Mauro Lusetti, presidente di Conad e di Adm (Associazione distribuzione moderna), “porteremo motivazioni all’Antitrust per chiarire ogni dubbio”.
Sulla base dei dati Istat, sottolinea l’Autorità, “tra ottobre 2021 e ottobre 2025 i prezzi dei beni alimentari hanno registrato un +24,9%, superiore di quasi 8 punti rispetto all’indice generale dei prezzi al consumo (pari al 17,3%). E si evidenzia un forte squilibrio di potere contrattuale degli agricoltori rispetto alle grandi catene della Gdo”. L’indagine intende approfondire, tra l’altro, “le modalità di esercizio del potere di acquisto da parte delle catene della Gdo, anche attraverso diverse forme di aggregazione non societaria (cooperative, centrali e supercentrali); la richiesta ai fornitori, da parte delle catene distributive, di corrispettivi per l’acquisto dei servizi di vendita (come l’inserimento in assortimento, le modalità di collocamento dei prodotti a scaffale, le promozioni, il lancio di nuovi prodotti, ovvero il cosiddetto trade spending); il crescente rilievo dell’incidenza dei prodotti a marchio del distributore (le cosiddette Private Label)”. I temi legati all’esercizio del potere di acquisto da parte delle catene distributive hanno un rilievo concorrenziale, spiega ancora l’Autorità, “anche perché la gestione degli acquisti e della vendita dei servizi ai fornitori, come pure quella dell’approvvigionamento e del posizionamento dei prodotti Private Label, rappresentano un’importante leva strategica di competizione a valle tra gli operatori della Gdo e incidono direttamente sulle dinamiche di formazione dei prezzi finali”.
Il Codacons ha calcolato che l’aumento dei prezzi del comparto del +24,9% per una famiglia ‘tipo’ “arriva a quota +1.404 euro annui rispetto alla spesa media alimentare del 2021, cifra che sale a +1.915 euro annui se si considera un nucleo con due figli”. Per Assoutenti i maxi rincari nel settore alimentare hanno impoverito le famiglie portando a profonde modifiche nelle loro abitudini, a tal punto che “una famiglia su tre è stata costretta nell’ultimo anno a tagliare la spesa per cibi e bevande”. Le associazioni dei consumatori hanno accolto positivamente l’indagine dell’Autorità. Per Massimiliano Dona, presidente l’Unione nazionale consumatori (Unc) “E’ sempre benvenuta ogni indagine conoscitiva” se poi si prendono provvedimenti. “I dati sono impietosi” per la presidente nazionale Adoc, Anna Rea, e segnalano “chiaramente come qualcosa nel meccanismo dall’origine allo scaffale non stia funzionando, a discapito sia dei consumatori, che in questi anni spendono sempre di più per avere sempre di meno”. Anche Anir Confindustria, l’Associazione nazionale delle Imprese della Ristorazione collettiva, accoglie bene l’avvio dell’indagine perché, spiega, l’area della ristorazione collettiva soffre delle variazioni prezzi alimentari. Sulla stessa linea la Coldiretti. “Più trasparenza c’è e meglio è”, afferma il suo presidente Ettore Prandini, sottolineando che l’agricoltura in questi ultimi decenni è “stata particolarmente penalizzata”.
















