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	<title>testimone Archivi - Calabria News</title>
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	<description>Calabria News quotidiano on line: Cronaca e notizie di Lamezia Terme, informazioni di sport e cultura.</description>
	<lastBuildDate>Sat, 20 Dec 2025 17:20:30 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Revocata senza preavviso la tutela al testimone di giustizia Salvatore Barbagallo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maurizio De Fazio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Dec 2025 17:20:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Si chiamano testimoni di giustizia. Sono cittadini comuni che, dopo aver subito intimidazioni e pressioni della criminalità organizzata, scelgono di denunciare e collaborare con lo Stato. Una scelta di legalità e di coraggio che comporta rischi personali enormi e che dovrebbe essere accompagnata da una tutela costante, credibile e continua. Non sempre, però, accade. &#8220;È [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Si chiamano testimoni di giustizia. Sono cittadini comuni che, dopo aver subito intimidazioni e pressioni della criminalità organizzata, scelgono di denunciare e collaborare con lo Stato. Una scelta di legalità e di coraggio che comporta rischi personali enormi e che dovrebbe essere accompagnata da una tutela costante, credibile e continua. Non sempre, però, accade. &#8220;È quanto sta vivendo <strong>Salvatore Barbagallo</strong>, testimone di giustizia calabrese, che dopo aver denunciato e reso dichiarazioni contro la &#8216;ndrangheta . si legge in una nota- si è visto <strong>revocare la tutela senza alcuna comunicazione preventiva</strong>, rimanendo improvvisamente esposto, insieme ai propri familiari, a potenziali ritorsioni. Una vicenda che solleva interrogativi seri sul funzionamento del sistema di protezione dei testimoni di giustizia, soprattutto in territori ad alta densità mafiosa come la Calabria. La revoca della tutela non è un atto amministrativo come un altro: incide direttamente sulla sicurezza di chi ha scelto di rompere il silenzio e di affidarsi alle istituzioni&#8221;.</p>
<p>A rendere la situazione ancora più delicata &#8211; prosegue la nota &#8211; &#8220;è il mancato ascolto da parte delle autorità territoriali. Nonostante le richieste avanzate, <strong>il Prefetto di Vibo Valentia non ha ancora ricevuto Salvatore Barbagallo</strong>, rinviando l&#8217;incontro a dopo le festività. Un rinvio che appare difficilmente compatibile con l&#8217;urgenza di una condizione che riguarda la sicurezza personale e familiare di un testimone di giustizia. Senza spirito polemico, ma con senso di responsabilità civile, <strong>La Tazzina della Legalità</strong> ritiene doveroso portare all&#8217;attenzione pubblica la gravità del caso. L&#8217;associazione, da anni impegnata al fianco di testimoni di giustizia, collaboratori e vittime di ingiuste detenzioni, non può accettare che Barbagallo diventi l&#8217;ennesimo esempio di abbandono dopo il coraggio della denuncia. Vicende come questa rischiano di produrre un effetto devastante sul piano sociale: <strong>scoraggiare le denunce</strong> e alimentare la sfiducia dei cittadini verso lo Stato. Se chi denuncia viene lasciato solo, il messaggio che passa è pericoloso e finisce, di fatto, per rappresentare un incentivo indiretto alla criminalità organizzata&#8221;.</p>
<p>Per questo <strong>La Tazzina della Legalità</strong> &#8220;chiede con forza, ma nel rispetto delle istituzioni, <strong>un incontro immediato tra il Prefetto di Vibo Valentia e Salvatore Barbagallo</strong>, affinché la sua posizione venga valutata con la dovuta attenzione e tempestività. La tutela dei testimoni di giustizia non può essere rinviata, né subordinata a tempi burocratici che non tengono conto dei rischi reali. L&#8217;associazione ha già annunciato il proprio sostegno a Salvatore Barbagallo ed è scesa in campo al suo fianco. Continuerà a seguire il caso, ribadendo che la credibilità dello Stato si misura anche – e soprattutto – da come protegge chi ha scelto di stare dalla parte della legalità&#8221;.</p>
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		<title>Reggio: revocata con una telefonata, dopo 13 anni, la scorta al testimone di giustizia Tiberio Bentivoglio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maurizio De Fazio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Apr 2024 07:45:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>“Dopo 13 anni, con una formale telefonata da parte di una funzionaria di polizia, mi è stata revocata la scorta”. E’ quanto ha detto all’AGI l’imprenditore reggino Tiberio Bentivoglio, testimone di giustizia e vittima di ‘ndrangheta, che da oltre trent’anni ha deciso di resistere alle minacce, agli attentati ed alle richieste di tangenti da parte [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>“Dopo 13 anni, con una formale telefonata da parte di una funzionaria di polizia, mi è stata revocata la scorta”. E’ quanto ha detto all’AGI l’imprenditore reggino Tiberio Bentivoglio, testimone di giustizia e vittima di ‘ndrangheta, che da oltre trent’anni ha deciso di resistere alle minacce, agli attentati ed alle richieste di tangenti da parte delle cosche della ‘ndrangheta di Reggio Calabria. </p>
<p>Tiberio Bentivoglio e la moglie Vincenza Falsone, sono finiti nel mirino della ‘ndrangheta dopo avere resistito alle pressioni per indurli a pagare la ‘protezione’, subendo furti di merce per centinaia di migliaia di euro, l’incendio di un automezzo, fino a che, nella notte del 5 aprile del 2003, un potente ordigno esplosivo non distrugge il loro negozio, la ‘Sanitaria S. Elia’. E’ l’inizio di uno stillicidio di minacce contro Bentivoglio e la moglie, di ‘buoni consigli’ per convincerli a desistere, ritirare le denunce ed ‘accontentare’ gli emissari delle cosche, tentativi che la coppia respinge, fino a che la ‘ndrangheta alza il tiro. </p>
<p>Il 9 febbraio del 2011, l’imprenditore viene affrontato a colpi d’arma da fuoco da un sicario, che lo colpisce ad una gamba. Uno dei colpi, diretto al petto, si attutisce fortunatamente contro il borsello che il commerciante indossava a tracolla. Bentivoglio, che in passato ha trovato il sostegno di numerosi cittadini e di ‘Libera’, ha scelto di non commentare la decisione dello Stato di revocargli la scorta: “Preferisco aspettare – ha detto – per comprendere meglio le ragioni, il senso di questa iniziativa”.</p>
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		<title>Il testimone di giustizia calabrese Pino Masciari: La ‘ndrangheta non dimentica, ma io non ho paura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maurizio De Fazio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Apr 2024 09:16:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Calabria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Ho ricevuto nuove minacce e ho denunciato tutto alle autorità e alla magistratura. La malavita non dimentica, ma io non ho paura”. A dirlo è stato Pino Masciari, ex imprenditore edile calabrese, nato a Catanzaro nel 1959, testimone di giustizia che vive sotto scorta dal 1997, durante un incontro alla Mole di Ancona, organizzato dalle [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>“Ho ricevuto nuove minacce e ho denunciato tutto alle autorità e alla magistratura. La malavita non dimentica, ma io non ho paura”.<br />
A dirlo è stato <strong>Pino Masciari</strong>, ex imprenditore edile calabrese, nato a Catanzaro nel 1959, testimone di giustizia che vive sotto scorta dal 1997, durante un incontro alla Mole di Ancona, organizzato dalle associazioni Rotaract Ancona Conero e dall’Associazione Legalità Organizzata in collaborazione con il Rotary Ancona 25-35 e l’Associazione Fatto &#038; Diritto. “Ancora oggi vivo sotto scorta perché la ndrangheta non dimentica – ha spiegato Masciari – ed ho ricevuto nuove minacce che ho prontamente comunicato alle autorità e alla magistratura”.</p>
<p>Masciari ha raccontato la sua storia nel libro <strong>“Organizzare il coraggio”</strong>. “Non mi do per vinto – ha detto ancora -, non ho paura di morire e per risvegliare la coscienza di questo paese sono presente in migliaia di incontri con le scuole e cittadini”.</p>
<p>“Pino è un socio onorario della nostra Associazione” ha detto Roberto Catani, avvocato del Foro di Ancona e presidente dell’Associazione Legalità Organizzata.</p>
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		<title>Addio a Carlo Manente, Fiorita: &#8220;Non dimenticheremo testimonianza e coraggio del partigiano catanzarese&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maurizio De Fazio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Mar 2024 11:10:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>E’ morto a Catanzaro, ad oltre 90 anni di età, il partigiano Carlo Manente, ultimo testimone dell’eccidio fascista di Montalto, sulle colline maceratesi, dove, il 22 marzo 1944, furono fucilati 31 partigiani. &#8220;Oggi pomeriggio Catanzaro accompagnerà per l&#8217;ultimo saluto Carlo Manente, un uomo che con la sua storia ha contributo a scrivere un pezzo di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>E’ morto a Catanzaro, ad oltre 90 anni di età, il partigiano Carlo Manente, ultimo testimone dell’eccidio fascista di Montalto, sulle colline maceratesi, dove, il 22 marzo 1944, furono fucilati 31 partigiani.<br />
&#8220;Oggi pomeriggio Catanzaro accompagnerà per l&#8217;ultimo saluto Carlo Manente, un uomo che con la sua storia ha contributo a scrivere un pezzo di Resistenza italiana e di cui la città deve essere orgogliosa&#8221;- scrive il sindaco Nicola Fiorita. </p>
<p>&#8220;Tutti quelli che negli anni hanno avuto modo di formarsi politicamente e culturalmente nella nostra città erano a conoscenza di questa grande testimonianza storica e politica per il suo impegno divulgativo che lo aveva contraddistinto con grande coraggio e tenacia. Carlo Manente, ultimo testimone dell&#8217;eccidio di Montalto di Cessapalombo nelle Marche, era andato via da Catanzaro a 18 anni per combattere sui monti per liberare l&#8217;Italia dall&#8217;occupazione nazi-fascista. Rientrato nel capoluogo, dopo un periodo di riflessione, si è fatto testimone attivo della storia partigiana che ha animato quegli anni&#8221;.</p>
<p>&#8220;Adesso che non c&#8217;è più, abbiamo il dovere di non disperdere il patrimonio culturale e valoriale che il partigiano Carlo ci ha lasciato. Perché una storia come la sua non può essere dimenticata e, anzi, deve essere diffusa e divulgata tra le nuove generazioni, soprattutto catanzaresi, che potranno essere fieri del partigiano Carlo&#8221;- conclude il sindaco di Catanzaro.</p>
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		<item>
		<title>Processo naufragio Cutro, primo carabiniere sul posto: tirato fuori dal mare decine di corpi senza vita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maurizio De Fazio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Jan 2024 17:00:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Non appena siamo giunti sul posto, ci siamo resi subito conto della gravità di quanto era accaduto ed abbiamo iniziato a tirare fuori dal mare decine di corpi senza vita. Una situazione straziante&#8221;. É la testimonianza del vicebrigadiere dei carabinieri Gianrocco Tievoli nel processo in corso a Crotone, in Tribunale (presidente Edoardo D&#8217;Ambrosio), ai tre [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Non appena siamo giunti sul posto, ci siamo resi subito conto della gravità di quanto era accaduto ed abbiamo iniziato a tirare fuori dal mare decine di corpi senza vita. Una situazione straziante&#8221;. É la testimonianza del vicebrigadiere dei carabinieri Gianrocco Tievoli nel processo in corso a Crotone, in Tribunale (<em>presidente Edoardo D&#8217;Ambrosio</em>), ai tre scafisti dell&#8217;imbarcazione naufragata il 26 febbraio dello scorso anno a Cutro, con la morte di 94 persone, tra cui 35 minori. Imputati sono il turco Sami Fuat, di 50 anni, ed i pakistani Khalid Arslan, di 25 anni, e Ishaq Hassnan, di 22. Sono accusati di naufragio colposo, favoreggiamento dell&#8217;immigrazione clandestina e morte in conseguenza di quest&#8217;ultimo reato. Un quarto imputato, il turco Gun Ufuk, di 38 anni. ha scelto il rito abbreviato e l&#8217;inizio del relativo processo davanti al Gup è fissato per il 7 febbraio.</p>
<p>&#8220;Quando siamo arrivati, dopo essere stati avvisati dalla centrale operativa &#8211; ha proseguito il vicebrigadiere Tievoli, che è stato il primo rappresentante delle forze dell&#8217;ordine a giungere sul posto &#8211; era ancora buio. Dopo aver tirato fuori i primi cadaveri dell&#8217;acqua, per evitare che venissero risucchiati in mare, abbiamo visto i resti della barca. Oltre a tanti morti c&#8217;erano anche alcune persone vive. Ci siamo tuffati in acqua insieme ad un collega ed abbiamo aiutato una ventina di persone a mettersi in salvo&#8221;.<br />
Nel corso della sua deposizione il sottufficiale dell&#8217;Arma, rispondendo alle domande dell&#8217;avvocato di parte civile, Francesco Verri, ha fatto riferimento ai tempi con cui è stato attuato l&#8217;intervento di soccorso. Argomento sul quale la Procura della Repubblica di Crotone ha aperto un secondo fascicolo che dovrebbe essere definito entro il primo anniversario della strage. </p>
<p>&#8220;Quando siamo stati avvisati &#8211; ha detto il vicebrigadiere Tievoli &#8211; eravamo impegnati per un altro servizio a Rocca di Neto, un centro distante una cinquantina di chilometri, ed abbiamo impiegato circa tre quarti d&#8217;ora per giungere sul posto. Nessuno ci aveva preavvisato di un imminente sbarco di migranti. Appena ci siamo resi conto della gravità della situazione, abbiamo chiesto rinforzi, che sono arrivati circa 40 minuti dopo&#8221;.<br />
(<em>Ansa</em>)</p>
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		<title>Morto suicida Rosario Curcio, uno dei killer della testimone di giustizia Lea Garofalo</title>
		<link>https://www.calabrianews.it/morto-suicida-rosario-curcio-uno-dei-killer-della-testimone-di-giustizia-lea-garofalo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio De Fazio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Jun 2023 16:28:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Calabria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Uno dei killer di Lea Garofalo, Rosario Curcio, è morto in ospedale a Milano dopo essersi impiccato nel carcere di Opera mercoledì 28 giugno. Il 46enne, detto «patatino» e originario di Camilletto, una frazione di Petilia Policastro, in provincia di Crotone, stava scontando una condanna all’ergastolo per l’omicidio e la distruzione del cadavere della testimone [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Uno dei killer di Lea Garofalo, Rosario Curcio, è morto in ospedale a Milano dopo essersi impiccato nel carcere di Opera mercoledì 28 giugno. Il 46enne, detto «patatino» e originario di Camilletto, una frazione di Petilia Policastro, in provincia di Crotone, stava scontando una condanna all’ergastolo per l’omicidio e la distruzione del cadavere della testimone di giustizia avvenuto nel novembre del 2009. Del suicidio è stata informata il pm di turno di Milano che coordinerà gli accertamenti sulla dinamica.<br />
Curcio, incensurato fino al momento dell’arresto nell’ottobre 2010, ha fatto parte del gruppo criminale capeggiato da Carlo Cosco (condannato all&#8217;ergastolo), il compagno della Garofalo e padre di Denise. Secondo le indagini del nucleo investigativo dei Carabinieri di Milano, Curcio la sera del 24 novembre 2009 Curcio era in un magazzino al quartiere San Fruttuoso di Monza dove insieme a Vito Cosco detto Sergio, fratello di Carlo, e a Carmine Venturino (ex fidanzato della figlia di Lea Garofalo) a bruciare in un bidone il corpo di Lea. </p>
<p><strong>La storia di Lea Garofalo</strong><br />
Lea Garofalo è stata uccisa il 24 novembre del 2009 a Milano. Dal 2002 era stata inserita nel programma di protezione testimoni, insieme a sua figlia Denise, perché aveva deciso di raccontare ai magistrati le attività di spaccio condotte dalla famiglia Cosco e la faida con la sua famiglia che aveva portato alla morte del fratello Floriano Garofalo nel 2005.<br />
Scappata da Petilia Policastro, Garofalo si era rifugiata a Campobasso dove nell&#8217;aprile del 2009, uscita dal programma di protezione, ha evitato un primo agguato nei suoi confronti. Il 24 novembre dello stesso anno a Milano incontra l&#8217;ex fidanzato Cosco. Le telecamere l&#8217;hanno ripresa per l&#8217;ultima volta camminare con la figlia per le vie della città. Il suo corpo è stato ritrovato nel quartiere San Fruttuoso a Monza dove era stato dato alle fiamme per tre giorni.</p>
<p><strong>I responsabili dell&#8217;omicidio</strong><br />
Nell&#8217;ottobre del 2010 arrivano i mandati di arresto per Carlo Cosco, Massimo Sabatino, Giuseppe Cosco, Vito Cosco, Carmine Venturino e Rosario Curcio. Il processo a loro carico si è concluso il 30 marzo 2012.<br />
Carlo Cosco e suo cugino Vito sono stati condannati all&#8217;ergastolo e hanno dovuto scontare l&#8217;isolamento diurno per due anni. Ergastolo, ma con isolamento di un anno, anche per massimo Sabatino e Rosario Curcio. Per Carmine Venturino, ex fidanzato di Denise figlia di Lea, la pena è stata ridotta a 25 anni perché collaborò con la giustizia.  Giuseppe Cosco, fratello di Carlo, fu assolto &#8220;per non aver commesso il fatto&#8221;.<br />
Le condanne sono state confermate e rese definitive prima dalla Corte d&#8217;Assise d&#8217;appello di Milano e infine dalla Cassazione nel dicembre del 2014.</p>
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