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	<title>oeas Archivi - Calabria News</title>
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	<description>Calabria News quotidiano on line: Cronaca e notizie di Lamezia Terme, informazioni di sport e cultura.</description>
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		<title>Al festival di Castrolibero il docufilm &#8220;Because of my Body&#8221; su sesso e disabilità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Jul 2021 11:40:21 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Cultura e Società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Chiunque ha dubbi o pregiudizi sul lavoro dell’operatore all’emotività, affettività e sessualità per le persone disabili dovrebbe vedere il film “Because of my Body” di Francesco Cannavà. Dove la forza delle immagini e le parole colpisce allo stomaco e arriva al cuore. Non è fiction, è tutto vero. Il docufilm, che sarà presentato domani sera [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Chiunque ha dubbi o pregiudizi sul lavoro dell’operatore all’emotività, affettività e sessualità per le persone disabili dovrebbe vedere <strong>il film “Because of my Body” di Francesco Cannavà.</strong> Dove la forza delle immagini e le parole colpisce allo stomaco e arriva al cuore.</p>
<p>Non è fiction, è tutto vero. Il docufilm, che <strong>sarà presentato domani sera a Castrolibero per il festival “Ailoviù”, dedicato a sesso e disabilità e promosso dall’associazione culturale “La stanza di Ilaria”, è stato girato in collaborazione con Lovegiver Onlus</strong> (il comitato che in Italia forma gli Oeas e punta al riconoscimento della professione) e segue <strong>il percorso di una giovane affetta da spina bifida insieme all’operatore che la guida a conoscere il suo corpo e la sua intimità</strong>. Senza filtri una full immersion nella condizione di dolore e solitudine di Claudia, bellissima ventenne piena di vita, passione, curiosità e voglia di nuove scoperte, esattamente come i suoi coetanei. La più importante, l’amore, le è preclusa a causa della sua grave disabilità motoria.</p>
<p>Detta così sembra una banalità buonista ma nel film lo sentiamo dalla voce di una ragazza che rivendica il suo diritto ad essere come gli altri: guidare da sola con l’auto speciale, avere un fidanzato, provare un orgasmo, perdere la verginità. Claudia che si trucca troppo, guarda i porno e aveva persino contattato un gigolò ma non è riuscita ad incontrarlo. Claudia che sembra sfrontata ma poi non sa dov’è situata la clitoride. <strong>Quando la sentiamo parlare dei suoi desideri e confidare le sue frustrazioni, il supporto di un Oeas non appare più un’idea scandalosa.</strong> Il docufilm ha scelto la strada più difficile, quella del rapporto tra una disabile donna e un operatore uomo, maggiormente tabù perché gravata anche dai coriacei preconcetti sessisti sul piacere delle donne.  «E’ così – <strong>dice il regista Cannavà – ho fatto questa scelta per abbattere questi stereotipi. Il diritto al piacere inalienabile è riconosciuto ad ogni individuo, al di là del sesso o della condizione personale</strong>». Di cosa si tratta lo si capisce benissimo nel film, dove l’approccio intimo tra i due protagonisti è delicato ed empatico, senza possibilità di equivoci del malpensiero. Continua Cannavà: «Il piacere non è l’atto sessuale nel suo senso animalesco e di possesso dell’altro. Claudia inizialmente lo conosce solo così, dalla pornografia, ma grazie al percorso con l’operatore Marco lo scopre come dimensione di benessere.<strong> Gli Oeas fanno questo. Non si tratta, come pensano in molti, di avere rapporti sessuali, non è quello il diritto sancito dalla scienza e in molti paesi anche legislativamente. Il lavoro è aiutare le persone con disabilità a scoprire l’esperienza privata del piacere come fonte di armonia e salute del corpo</strong>, che loro identificano soltanto con la malattia».</p>
<p><strong>Nel film, peraltro, si mostrano momenti del corso per Oeas con esperti e psicologi e Max Ulivieri, fondatore di Lovegiver,</strong> non mette la testa sotto la sabbia ammettendo che agli esordi questi assistenti venivano richiesti da infermieri dei disabili per reagire a situazioni imbarazzanti che coinvolgevano la sfera sessuale dei pazienti: una modalità che confinava con il reato di favoreggiamento della prostituzione e oggi è stata integrata con una formazione completa oltre la sessualità tout court.</p>
<p><strong>Nel documentario nessuno recita e la storia si compone in presa diretta, filmata nel momento in cui accade. «E’ il cinema del reale – spiega il regista – che mostra la vita nella sua massima emotività».</strong> “Because of my body” fa parte di una trilogia che Cannavà ha realizzato sul tema del corpo, insieme a “Veneranda Augusta“ e “Space Beyond”, che indagano la corporeità in relazione con l’inquinamento e lo spazio. La scelta di parlare di sesso e disabilità è «una situazione estrema ma nello stesso tempo diventa condivisibile per tutti perché attraverso la storia di questa ragazza io racconto anche i limiti, i tabù, i buchi neri di ognuno di noi. I corpi di Claudia e Marco si sono messi al servizio di una storia universale».  <strong>Partito grazie al crowdfunding, il documentario è stato poi portato avanti e ultimato grazie alla B&amp;B Film con Raffaele Brunetti e a Raitre con il commission editor Fabio Mancini, che ha consentito il passaggio sulla terza rete in una versione ridotta e nel programma Doc3.</strong> Presentato in numerose rassegne internazionali, è stato premiato come miglior film al CinemAbility Fest.</p>
<p>In “Because of my Body”, Claudia (Muffi, autrice anche di un libro biografico) e l’operatore Marco vivono un rapporto molto intenso, destinato ad interrompersi con grande turbamento di entrambi. Vietato innamorarsi era la premessa già nota, ma quando sei una ventenne in subbuglio ormonale e per gli uomini ti senti un corpo invisibile non è semplice rispettare le regole. Soprattutto quando a dettarle è il corpo, autoritario e istintivo. Marco soffre per la necessità di disilludere senza tentennamenti l’inevitabile dipendenza affettiva di Claudia, la ragazza si sente abbandonata nella lancinante assenza di chi per la prima volta le ha fatto scoprire di essere donna. Ne derivano rabbia, autolesionismo e comportamenti aggressivi: alla famiglia che non sa come gestirla sembra che questo percorso le abbia fatto più male che bene. In realtà, <strong>superando le barriere culturali e gli stereotipi, ci si accorge che la storia di Claudia non è diversa da quella di tanti dolori che nella vita aiutano a crescere e diventare forti. «I disabili – commenta Francesco Cannavà – non devono restare in una gabbia dove sono protetti da ogni emozione. Per vivere e diventare persone adulte e complete devono provare tutte le esperienze fisiche, materiali ed emotive, compreso il dolore</strong>. Naturalmente in questa fase molto difficile non bisogna essere soli e infatti Claudia dopo il distacco da Marco è stata seguita da Lovegiver in un percorso psicologico con il dottor Fabrizio Quattrini. Nel finale del film la ragazza soffre molto ma quella era una pagina che si chiudeva, oggi lei ne ha aperta una nuova».</p>
<p><strong>Sappiamo che Claudia studia lingue e letterature straniere all’università  ed ha avuto una storia d’amore,</strong> finita con altro dolore e affrontata non come materia sconosciuta ma con la consapevolezza di una ragazza della sua età. <strong>Potrebbe essere lei stessa a raccontarlo domani sera all&#8217;anfiteatro di Castrolibero in videocall</strong> durante il dibattito che seguirà la visione del film, con il regista e la psicologa Paola D’Oto.</p>
<p><strong>Isabella Marchiolo</strong></p>
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		<title>Castrolibero, per il festival &#8220;Ailoviù&#8221; il fondatore di Lovegiver rompe i tabù sulla vita sessuale dei disabili</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Jul 2021 18:36:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Disabilità e sesso, un binomio che dovrebbe essere naturale come per ogni essere umano e invece suscita pregiudizi ed è demonizzato per ignoranza. A Castrolibero se ne parlerà senza filtri per tre giorni, dal 16 al 18 luglio durante il festival “Ailoviù”, promosso dall’associazione “La stanza di Ilaria”, dedicata al ricordo dell’artista cosentina Ilaria Anselmo. [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.calabrianews.it/castrolibero-per-il-festival-ailoviu-il-fondatore-di-lovegiver-rompe-i-tabu-sulla-vita-sessuale-dei-disabili/">Castrolibero, per il festival &#8220;Ailoviù&#8221; il fondatore di Lovegiver rompe i tabù sulla vita sessuale dei disabili</a> proviene da <a href="https://www.calabrianews.it">Calabria News</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Disabilità e sesso</strong>, un binomio che dovrebbe essere naturale come per ogni essere umano e invece suscita pregiudizi ed è demonizzato per ignoranza. <strong>A Castrolibero se ne parlerà senza filtri per tre giorni, dal 16 al 18 luglio durante il festival “Ailoviù”, promosso dall’associazione “La stanza di Ilaria”</strong>, dedicata al ricordo dell’artista cosentina Ilaria Anselmo. Con lo slogan “Cosa può un corpo” attraverso dibattiti, mostre e proiezioni si vogliono abbattere le barriere più dure nella vita delle persone disabili, che non sono architettoniche ma culturali.</p>
<p>Il tema più controverso della rassegna è affidato a <strong>Max Ulivieri, life coach e fondatore nel 2013 del comitato Lovegiver, oggi onlus che ha formato in Italia i primi assistenti alla sessualità per disabili. Si chiamano, per la precisione, Oeas, cioè “operatori all’emotività, affettività e sessualità”</strong> e acquisiscono la qualifica dopo un corso di specializzazione di 200 ore con psicologi, sessuologi ed esperti di settori specifici, tra cui l’autismo. Premessa del progetto è il diritto sancito dall’Oms di <strong>“soddisfare ed esprimere la sessualità e godere della salute sessuale</strong>, nel rispetto dei diritti degli altri e in un quadro di protezione contro la discriminazione”, ovvero fuori da ogni coercizione o violenza. Senza equivoci né strumentalizzazioni, è il <strong>diritto a una sana sessualità ma non a fare sesso come pretesa</strong> – tema annoso della venefica teoria misogina redpill che legittima lo stupro come esigenza e risarcimento di un fantomatico privilegio sessuale femminile.</p>
<p><strong>Ulivieri, gli Oeas seguono un percorso di formazione ma molti dubbi attorno a questa figura sono legati alla natura della prestazione fornita, che non può essere equiparata a un servizio sanitario. Sesso e corpo appartengono alla sfera più intima della persona e sono connesse ai sentimenti, in che modo una persona retribuita può erogarli senza riecheggiare la prostituzione?</strong></p>
<p>«E’ importante spiegare che la formazione non è l’unico elemento di differenza tra Oeas e sex worker. La differenza più importante è l’obiettivo. Gli operatori mirano a rendere la persona autonoma e capace di vivere la propria sessualità senza supporto. Non in tutti i casi di disabilità è possibile, certo, ma si lavora in questa direzione. I sex worker invece puntano alla fidelizzazione del cliente, vogliono che abbia bisogno dei loro servizi e torni. Nel portare avanti questo progetto io ho pensato alla difficoltà che molte persone disabili hanno di accedere a una dimensione fondamentale dell’individuo, che non è soltanto sessuale. Per questo abbiamo scelto una definizione più ampia, chiamarli assistenti sessuali sarebbe stato riduttivo, riferirsi anche all’emotività e l’affettività è più idoneo. Ai nostri corsi si accede dopo un test preliminare con lo psicologo e il percorso di specializzazione prevede molte ore di studio con esperti delle varie disabilità, in particolare l’autismo. Abbiamo tante richieste da famiglie di persone autistiche».</p>
<p><strong>Attualmente gli Oeas italiani, usciti dal vostro corso, sono otto. Ma non sono figure professionali riconosciute. Su questa strada c’era stato un disegno di legge, che fine ha fatto?</strong></p>
<p>«Nel 2014 l’ex senatore Lo Giudice aveva presentato il ddl 1442, che prevedeva l’istituzione di un albo e il coinvolgimento delle Regioni nei corsi, ma in quella legislatura non si è fatto in tempo a calendarizzarlo. Bisognerebbe che qualcuno lo riprendesse, sperando di concludere l’iter prima di nuovi avvicendamenti parlamentari».</p>
<p><strong>Quali tipi di richieste di assistenza arrivano da famiglie o persone con disabilità?</strong></p>
<p>«Di solito sono di due tipi. Ci sono persone con disabilità così gravi da non riuscire neanche a usare le mani e quindi incapaci di fare autoerotismo, impossibilitate a trovare la propria intimità e seguire i propri impulsi. Ad altre persone invece serve un accompagnamento all’amore verso un’altra persona, che spesso è anche lei disabile. In questo caso l’operatore aiuta la coppia a scoprire la sessualità e viverla insieme. Molti disabili conoscono il corpo unicamente come fonte di dolore, per loro è una prigione dentro cui sono bloccati e non concepiscono l’idea che possa essere anche fonte di piacere e gioia. Vogliamo portarli a capire questo, che un corpo con una disabilità molto grave ha la possibilità di provare piacere e di darlo. Anche ridotta, ma esiste. Quasi nessuno di loro crede sia così, anche perché hanno un’immagine distorta del sesso, appresa magari da televisione o siti porno. Noi tentiamo di farli uscire dal guscio, di offrire strumenti per la loro consapevolezza e autostima. A volte serve anche creare occasioni di socializzazione, favorire l’incontro con eventuali partner».</p>
<p><strong>Detto con chiarezza, fino a che punto si spingono gli operatori? Ci sono rapporti sessuali?</strong></p>
<p>«No, non si arriva mai a questo, al rapporto completo. Tra l’altro porterebbe con sé ripercussioni che non vogliamo. Il disabile potrebbe affezionarsi e soffrire della successiva separazione, perché la relazione con l’operatore è destinata a concludersi ma il desiderio no, quello rimane, destabilizza, crea dolore. In molti casi l’operatore neanche tocca il disabile, il massimo è l’accompagnamento all’autoerotismo. Certo, si tratta di gesti delicati e molto intimi, ma forse lavare le parti intime di qualcuno non lo è? Perché non è considerato disdicevole che un infermiere si occupi dell’igiene intima di un malato e invece dà scandalo che si tocchino i genitali di qualcuno per fargli apprendere come provare sensazioni piacevoli? Credo che questa visione sia molto bigotta»</p>
<p><strong>Gli Oeas sono sia uomini che donne, ma quante richieste di assistenza arrivano per disabili femmine? Salvo eccezioni, di solito le donne disabili, soprattutto molto giovani, hanno un approccio timido al sesso. A differenza dei maschi, sono intimorite da approcci e contatti fisici che siano espressione del desiderio altrui.  </strong></p>
<p>«In maggioranza abbiamo richieste per uomini ma ne abbiamo avute molte anche da donne, una era molto giovane, 19 anni. Credo che sia una questione culturale, connessa al pregiudizio secondo cui l’uomo è biologicamente bisognoso di sesso e la donna priva di pulsioni sessuali».</p>
<p><strong>Dalle famiglie potrebbe esserci reticenza a chiedere assistenza sessuale per una figlia…</strong></p>
<p>«Anche. Ma noi abbiamo avuto esperienze importanti e positive. Una donna di 34 anni con la sclerosi multipla ci ha contattati perché si sentiva ferita nella sua femminilità. Dopo la malattia era stata lasciata dal marito e aveva bisogno di ritrovare fiducia in sé stessa come donna. Un’altra donna che non poteva usare le mani ha chiesto di essere aiutata a gestire i sex toys. In quel caso ad esempio anche l’operatore era una donna, quindi una situazione assolutamente lontana da coinvolgimenti di tipo diverso»</p>
<p><strong>Tra i reati d’odio che saranno normati dal dl Zan ci sono anche quelli legati alla condizione di disabilità. Per lei questa legge va bene così o è tra coloro che vedono rischi alla libertà di opinione?</strong></p>
<p>«Credo che il vero problema di chi pensa questo è che non sanno leggere e vedono cose che non esistono in questo testo. La legge Zan va benissimo così e occorre approvarla perché si smetta di dire ciò che si vuole usando le offese. Per molti certe parole sono scherzi o battute, ma per chi ne è destinatario a volte sono coltellate nello stomaco e a causa di esse si può anche morire».</p>
<p><strong>L’incontro con Max Ulivieri per il festival “Ailoviù” è previsto il </strong><strong>17 luglio</strong>. Con lui discuteranno la sessuologa <strong>Rosa Spina</strong>, la giurista <strong>Paola Helzel</strong> e <strong>Armanda Salvucci</strong><strong>, ideatrice della mostra “Sensuability</strong>”, proiettata durante i giorni del festival nel centro storico di Castrolibero insieme a <strong>“Il vento e le maree” di Ilaria Anselmo</strong> e “<strong>TetraPride celebrating Life after a spinal cord injury” di Cecilia Sammarco</strong>.</p>
<p>Tra gli ospiti della rassegna anche <strong>il regista Francesco Cannavà, autore del lungometraggio “Because of my body”,  vincitore di CinemAbility Film Fest, che sarà presentato il 16 luglio</strong> nell’anfiteatro di Castrolibero, seguito da un incontro con la partecipazione della psicologa Paola D’Oto. Il documentario, realizzato con il crowdfunding, racconta con immagini reali il rapporto tra gli Oeas e i loro assistiti. Come Claudia, affetta da grave disabilità motoria, che a 21 anni è vergine e vuole conoscere l’amore e il piacere.</p>
<p style="text-align: justify;">Il festival si chiuderà <strong>il 18 luglio nell’anfiteatro di Castrolibero con lo </strong><strong>spettacolo teatrale</strong> <strong>“Andura, tra l’aorta e l’intenzione”</strong>, di <strong>Sergio Crocco</strong> con Roberto Giacomantonio per la regia di <strong>Francesca Marchese.</strong></p>
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<p><strong>Isabella Marchiolo</strong></p>
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<p>L'articolo <a href="https://www.calabrianews.it/castrolibero-per-il-festival-ailoviu-il-fondatore-di-lovegiver-rompe-i-tabu-sulla-vita-sessuale-dei-disabili/">Castrolibero, per il festival &#8220;Ailoviù&#8221; il fondatore di Lovegiver rompe i tabù sulla vita sessuale dei disabili</a> proviene da <a href="https://www.calabrianews.it">Calabria News</a>.</p>
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