Tag: clan

  • Catanzaro, elemento di spicco del clan dei “Gaglianesi” ritorna in carcere

    Catanzaro, elemento di spicco del clan dei “Gaglianesi” ritorna in carcere

    I Carabinieri del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Catanzaro hanno dato esecuzione ad un provvedimento di ripristino della misura cautelare in carcere, emesso dalla Seconda Sezione Penale del Tribunale Ordinario di Catanzaro, nei confronti di un soggetto sospettato di essere un elemento di spicco del clan dei “Gaglianesi”.

    L’uomo, era stato arrestato in esecuzione di una ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa il 27 febbraio 2025 unitamente ad altre ventuno persone, a vario titolo gravemente indiziate di “associazione di tipo mafioso”, “estorsione”, “rapina”, “usura”, “lesioni personali”, “truffa”, “associazione per delinquere” “autoriciclaggio” e “trasferimento fraudolento di valori”, reati anche aggravati dalle finalità e/o modalità mafiose. Il 20 marzo 2025 era stato posto in libertà su provvedimento emesso dal Tribunale del Riesame di Catanzaro, al quale la locale Procura della Repubblica – Direzione Distrettuale Antimafia aveva opposto ricorso presso la Corte di Cassazione. Quest’ultima si era in seguito pronunciata con un rinvio nuovamente al Tribunale di Catanzaro che ha emesso un’ordinanza che conferma la custodia cautelare in carcere.

    Analoghi provvedimenti di ripristino della custodia cautelare in carcere da parte del Tribunale di Catanzaro sono stati già eseguiti dai Carabinieri del Nucleo Investigativo di Catanzaro a settembre 2025 e gennaio 2026 nei confronti di altri due indagati, già scarcerati dal Tribunale del Riesame e tornati in carcere a seguito del ricorso in Cassazione da parte della Procura della Repubblica di Catanzaro – Direzione Distrettuale Antimafia.
    La complessa attività investigativa, condotta con la direzione e il coordinamento della Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro e delegata ai Carabinieri del Comando Provinciale di Catanzaro, aveva riguardato un arco temporale ampio ed era stata sviluppata prevalentemente attraverso complesse attività tecniche oltre che su riscontri connessi allo sviluppo di attività di indagine, le quali avevano permesso di delineare (nella fase delle indagini preliminari che necessita della successiva verifica processuale nel contraddittorio con la difesa) la gravità indiziaria circa l’operatività, fin dal 2014, della storica compagine del clan cosiddetto dei “Gaglianesi”, attivo nel capoluogo e dedito a una pluralità di reati contro il patrimonio e la persona, sotto l’influenza delle locali di ‘ndrangheta di Isola Capo Rizzuto e di San Leonardo di Cutro (KR), nonché i collegamenti dello stesso con altre cosche calabresi.
    L’uomo, al termine delle formalità di rito, è stato tradotto presso la Casa Circondariale di Catanzaro.

  • Tribunale del Riesame: tornino in carcere due indagati del  clan dei “Gaglianesi”

    Tribunale del Riesame: tornino in carcere due indagati del clan dei “Gaglianesi”

    I Carabinieri del Nucleo Investigativo, nelle scorse ore, hanno dato esecuzione a due provvedimenti di ripristino della misura cautelare in carcere, emessi dal locale Tribunale del Riesame, nei confronti di due soggetti ritenuti responsabili di “associazione di tipo mafioso”, nonché di “estorsione” e “lesioni personali”, aggravati dal metodo mafioso. I due erano stati già arrestati il 27 febbraio scorso unitamente ad altre ventuno persone, a vario titolo gravemente indiziate di “associazione di tipo mafioso”, “estorsione”, “rapina”, “usura”, “lesioni personali”, “truffa”, “associazione per delinquere” “autoriciclaggio” e “trasferimento fraudolento di valori”, reati anche aggravati dalle finalità e/o modalità mafiose. Nei loro confronti, il Tribunale del Riesame aveva parzialmente riformato il provvedimento cautelare, ritenendo la carenza della gravità indiziaria di reità relativamente alle ipotesi delittuose dell’associazione di tipo mafioso ed all’aggravante delle cd. modalità mafiose. Contro tale provvedimento, la Procura della Repubblica – Direzione Distrettuale Antimafia ha proposto ricorso per cassazione: la Suprema Corte, nel luglio scorso, ha annullato con rinvio l’ordinanza del Tribunale del Riesame.

    Il Tribunale del Riesame, in sede di rinvio, ha confermato l’originaria ordinanza del Giudice per le Indagini Preliminari rispetto tanto alla contestazione relativa all’appartenenza all’associazione mafiosa, localmente denominata “Clan di Gagliano”, quanto all’aggravante dell’utilizzo del metodo mafioso, disponendo quindi la custodia cautelare in carcere. Medesima sorte era toccata, alla fine di settembre u.s., ad altro indagato: pure raggiunto da ordinanza di custodia cautelare in carcere siccome ritenuto gravemente indiziato di appartenere al medesimo sodalizio di tipo mafioso, veniva scarcerato in ragione dell’intervenuto annullamento del provvedimento restrittivo da parte del Tribunale del Riesame. Anche in quell’occasione, la Procura Distrettuale ha proposto ricorso alla Suprema Corte che, accogliendolo, ha rinviato al Tribunale Distrettuale del riesame per una nuova pronuncia e, conseguentemente, è stata ripristinata l’originaria misura cautelare in carcere.

    La complessa attività investigativa, condotta con la direzione e il coordinamento della Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro e delegata ai Carabinieri del Comando Provinciale, aveva riguardato un arco temporale ampio ed era stata sviluppata prevalentemente attraverso complesse intercettazioni e attività di riscontro sul campo, le quali avevano permesso di delineare (nella fase delle indagini preliminari che, si ricorda, necessita della successiva verifica processuale nel contraddittorio con la difesa) la gravità indiziaria circa l’operatività, fin dal 2014, della storica compagine del clan cosiddetto dei “Gaglianesi” attivo nel capoluogo e dedito a una pluralità di reati contro il patrimonio e la persona, sotto l’influenza delle locali di ‘ndrangheta di Isola Capo Rizzuto e di San Leonardo di Cutro (KR), nonché i collegamenti dello stesso con altre cosche calabresi.

  • Il magistrato lametino Luigia Spinelli sotto scorta dopo le minacce mafiose del clan Ciarelli di Latina

    Il magistrato lametino Luigia Spinelli sotto scorta dopo le minacce mafiose del clan Ciarelli di Latina

    La procuratrice di Latina, Luigia Spinelli, 54 anni di Lamezia Terme, è protetta da una scorta dopo gravi minacce legate a una dinamica criminale mafiosa. Questi dettagli sono emersi solo recentemente nel corso di un’udienza in tribunale che ha visto coinvolto un esponente del clan locale.

    Il clan di cui fa parte Antogiorgio Ciarelli opera da anni nella zona di Latina, mantenendo rapporti stretti e controlli diretti su vari settori della vita cittadina. La pressione esercitata tramite imposizioni e intimidazioni ha un impatto profondo sulla popolazione e sulle istituzioni. L’episodio inquietante avvenuto in un pub a Latina ed è emerso, nelle scorse ore, durante l’udienza davanti al primo collegio del Tribunale di Latina per decidere sull’applicazione della sorveglianza speciale a carico di Antongiorgio Ciarelli uscito di carcere recentemente dopo aver scontato una condanna a 14 anni.

    In aula è stato svelato che proprio Antongiorgio Ciarelli, insieme ad altri due componenti della stessa famiglia, è stato l’autore di dure minacce nei confronti del giudice Spinelli che prima di tornare a Latina lavorava nell’antimafia. Il caso è arrivato sul tavolo della Procura di Perugia, che si occupa di ogni indagine che riguarda i magistrati di Latina

  • Allarme di ‘Libera’: sono 55 i clan con business illegali e legali in 9 porti Calabria

    Allarme di ‘Libera’: sono 55 i clan con business illegali e legali in 9 porti Calabria

    In occasione della presentazione a Genova del Rapporto di Libera “Diario di Bordo, storie, dati e meccanismi delle proiezioni criminali nei porti italiani” è emerso che in Calabria il porto di Gioia Tauro nel corso del 2024 ha fatto registrare 8 casi di criminalità, conquistando la maglia nera a livello regionale”. L’analisi ha preso in esame gli scali marittimi che rappresentano per i gruppi criminali un’opportunità per incrementare i propri profitti e per rafforzare collusioni. “Il porto di Gioia Tauro – è detto in una nota di Libera – si conferma, uno dei principali snodi commerciali del Mediterraneo, come hub italiano per il traffico internazionale di cocaina.

    Nel 2024 sono state sequestrate nel porto di Gioia Tauro circa 3,8 tonnellate di cocaina. Le tre scoperte più rilevanti sono avvenute a maggio (250 chili provenienti dall’Ecuador), a settembre (280 chili) e a ottobre (790 chili). Queste tre spedizioni avrebbero avuto sul mercato un valore complessivo di quasi trecento milioni di euro. Inoltre nel Porto di Gioia Tauro è avvenuto l’unico caso di traffico illecito di armi”. “Finanzieri del comando provinciale di Reggio Calabria, nell’ambito di un’attività condotta in collaborazione con l’Agenzia delle Dogane e Monopoli e coordinata dalla Procura di Palmi – è scritto nel report – hanno sequestrato sei container provenienti dalla Cina che trasportavano componenti per l’assemblaggio di generatori eolici di energia elettrica. In Calabria sono stati 18 casi di criminalità con Gioia Tauro leader regionale con 14 casi. I numeri non lasciano molti margini di dubbio. Siamo davanti a una recrudescenza repressiva che testimonia, da un lato, la persistenza dell’azione dei criminali e, dall’altra, conferma il lavoro importante svolto da forze dell’ordine, enti di controllo e magistratura. E dovrebbe sollecitare risposte coerenti ed efficaci da parte di chi ha responsabilità politiche e istituzionali”.

    Dal Rapporto si evince inoltre che In Calabria sono 55 i clan censiti e operanti in 9 porti calabresi e nei porti di Napoli, Salerno, Genova, Livorno, Trieste, La Spezia. “Il porto di Tropea – secondo quanto riporta Libera – è stato oggetto di interesse da parte del clan La Rosa in attività legate ai servizi connessi al trasporto marittimo e da parte del clan Mancuso per il trasporto marittimo di passeggeri; nel porto di Isola Capo Rizzuto, invece, si sono manifestate le infiltrazioni del clan Arena per quanto riguarda la preparazione del cantiere edile e sistemazione del terreno; a Corigliano Calabro il clan Straface si è interessato dei servizi di gestione di pubblici mercati”. “Questo report – afferma Giuseppe Borrello, Referente regionale di Libera in Calabria – evidenzia come gli interessi della ‘ndrangheta non riguardano solo il porto di Gioia Tauro, ma anche i porti più piccoli calabresi per la gestione di servizi vari. Una situazione che meriterebbe una particolare e costante attenzione da parte dei decisori politici vista la centralità del sistema portuale per l’economia della nostra regione”.

  • “Rinascita Scott”, le motivazioni della sentenza: “Pittelli a disposizione dei clan di ‘ndrangheta”

    “Rinascita Scott”, le motivazioni della sentenza: “Pittelli a disposizione dei clan di ‘ndrangheta”

    Il Tribunale collegiale di Vibo Valentia ha depositato le motivazioni della sentenza emessa il 20 novembre 2023 al termine del maxiprocesso Rinascita Scott contro i clan del Vibonese. Tra le condanne anche quella a 11 anni nei confronti dell’avvocato ed ex parlamentare di Forza Italia Giancarlo Pittelli. Per il Tribunale sono “numerose le vicende che dimostrano la stabile ed effettiva messa a disposizione dell’imputato nei confronti dell’associazione. Il rapporto tra Pittelli e Luigi Mancuso non si riduce ad una confidenzialita’ inusuale tra avvocato e capo-mafia, superando i limiti della mera contiguita’ compiacente, per risolversi nella ripetuta e concreta attivazione dell’imputato a beneficio della consorteria alla quale fornisce uno specifico e consapevole contributo. Non sara’ solo Pittelli a strumentalizzare la fama criminale di Luigi Mancuso per incrementare il suo prestigio professionale e per facilitare alcune speculazioni edilizie, quanto anche Luigi Mancuso soprattutto nella fase ascendente della sua parabola ad avvalersi della rete di relazioni messagli a disposizione di Pittelli – ora nelle vesti di legale, ora in quelle di politico, ora di vero e proprio faccendiere – per scalare le vette del potere economico-malavitoso, calabrese e non solo”.

    “Sono numerose e rilevanti – scrivono i giudici – le occasioni un cui il rapporto biunivoco tra Giancarlo Pittelli e Luigi Mancuso si e’ palesato all’esterno traducendosi ora in concreti contributi al boss e all’operativita’ della sua compagine, ora in obiettive agevolazioni di cui Pittelli ha goduto nel corso delle trattive relative ai suoi investimenti nel settore immobiliare”.
    “I dialoghi intercettati non erano frutto di esagerazioni proferite da comprimari tanto adoranti, quanto male informati ne’ di millanterie, bensi’ – sottolineano i giudici in sentenza – espressione di una reale collusione tra i due personaggi, ciascuno nel suo ambito, potente e influente”.

    Emblematica per il Tribunale un’intercettazione in cui l’imputato Giovanni Giamborino spiegava che “molti dei contatti rilevanti che Luigi Mancuso aveva, e sui quali poteva contare, erano stati creati nel tempo grazie all’aiuto di Giancarlo Pittelli”. Giamborino avrebbe anche messo in guardia il suo interlocutore “sul rischio di chiedere voti alla mafia in caso di competizioni elettorali poiche’ poi si rimane schiavi di certe dinamiche”. Sarebbero anche provati, per i giudici, diversi incontri “riservati” tra Pittelli e Mancuso tra il 2014 e il 2017 “anche nel periodo in cui il boss si era reso irreperibile per sottrarsi agli obblighi della sorveglianza speciale”.

  • Cancellato a Rocca di Neto il concerto del cantante neomelodico calabrese Salvatore Benincasa

    Cancellato a Rocca di Neto il concerto del cantante neomelodico calabrese Salvatore Benincasa

    E’ stato cancellato il concerto di cantante neomelodico Salvatore Benincasa in programma domani 4 maggio in piazza Govanni Paolo II a Rocca di Neto, il suo paese natale, in provincia di Crotone, nell’ambito dei festeggiamenti civili e religiosi in onore della Madonna delle Setteporte. La decisione – come scrive il Quotidiano del Sud – è stata presa dal comitato di cittadini che organizza la festa dedicata alla Patrona su input del questore di Crotone Marco Giambra.

    Il Questore Giambra – riporta il giornale – “aveva invitato gli organizzatori a riflettere sull’opportunità di inserire in una cornice religiosa e istituzionale il discusso cantante i cui testi simpatizzano con i disvalori legati al mondo criminale e inneggiano ai boss”. Di Salvatore Benincasa, riferisce sempre il Quotidiano della Calabria, si parla “in una scheda informativa di ‘sole’ 46 pagine sulla sua posizione, essendo egli imputato per occultamento di fucili semiautomatici con l’aggravante mafiosa nel processo contro la cosca Comito-Corigliano di Rocca di Neto, quella che – aggiunge – ha perfino attirato i sospetti dell’Fbi perché i tentacoli si allungavano fino a New York”.

    Il repertorio del cantante di Rocca di Neto – che recentemente nel crotonese si è esibito con un altro ‘discusso’ artista, il siciliano Daniele De Martino il cui concerto in programma a Teggiano (Salerno) il 25 aprile è stato annullato dalla Questura della città campana – propone brani dai titoli piuttosto espliciti come “Figghiolu ‘i ‘ndrangheta’”, “Latitanti” e “Pe’ i carcerati”.

  • Rapimento lampo e “misterioso” della 15enne a Catanzaro: Arrestati due uomini a Torre Annunziata

    Rapimento lampo e “misterioso” della 15enne a Catanzaro: Arrestati due uomini a Torre Annunziata

    Un misterioso rapimento lampo ha scosso Catanzaro domenica sera, quando una ragazzina di 15 anni è stata sequestrata, forse a scopo di estorsione, e poi abbandonata a Marcellinara. Le indagini su questo enigmatico episodio sono condotte dalla polizia squadra mobile di Catanzaro e dal Commissariato di Ps di Torre Annunziata (NA). Aniello Agnello, 36 anni, e Francesco Izzo, 32 anni, entrambi con precedenti penali e legami sospetti con il clan Gionta di Torre Annunziata, sono stati arrestati nella loro città natale. La notizia è stata riportata questa mattina dal quotidiano “Il Mattino”.

    I due uomini sono stati individuati nelle loro abitazioni e arrestati in esecuzione di un fermo emesso d’urgenza dalla Procura della Repubblica guidata da Nicola Gratteri. Sono accusati di sequestro di persona a scopo di estorsione. La vicenda si è svolta a Catanzaro domenica sera, quando la giovane vittima stava guidando la sua minicar elettrica.
    È stata bloccata e costretta a salire a bordo di una “Lancia Y”, per poi essere abbandonata circa un’ora dopo a Marcellinara. La posizione della ragazza è stata individuata grazie a un’applicazione sul telefono del padre. Fortunatamente, la 15enne è stata ritrovata spaventata ma in buone condizioni.

    Le indagini sono in corso, e molte domande rimangono senza risposta. Si cerca di capire il motivo del rapimento della giovane, se ci siano messaggi o motivazioni dietro questo atto o se si sia trattato di uno scambio di persona. Inoltre, l’implicazione di individui con legami criminali di Torre Annunziata solleva ulteriori interrogativi sullo sfondo di questo enigmatico caso.
    Al momento, Agnello e Izzo sono detenuti in carcere, in attesa dell’interrogatorio per la convalida del fermo dinanzi al giudice del tribunale di Torre Annunziata. Successivamente, gli atti saranno trasmessi per competenza territoriale a Catanzaro, dove i due indagati potranno difendersi dalle gravi accuse. Nel frattempo, le indagini continuano a gettare luce su questa misteriosa vicenda.
    (Fonte: ilgazzettinovesuviano.com)

  • Gratteri: Colpita la mafia della Sibaritide. Gli Abbruzzese soggiogavano interi settori economici

    Gratteri: Colpita la mafia della Sibaritide. Gli Abbruzzese soggiogavano interi settori economici

    “Una mafia strutturata e potente”. Così il procuratore Nicola Gratteri, in conferenza stampa nella sede della procura di Catanzaro, ha definito il clan di ‘ndrangheta degli Abbruzzese, decapitato dall’operazione “Athena” eseguita da carabinieri e polizia. L’indagine, che ha portato alla notifica di 68 misure cautelari, con 81 indagati e beni, per un valore di 5 milioni sottoposti a sequestro preventivo, è stata coordinata dalla Dda di Catanzaro e svolta, per i diversi profili investigativi, dai Carabinieri del Comando Provinciale di Cosenza, dalle Squadre mobili di Cosenza e Catanzaro e dal Servizio Centrale Operativo di Roma. “Un’indagine importante”, ha detto ancora Gratteri, illustrando i dettagli del blitz che ha sgominato la consorteria che teneva sotto scacco la Sibaritide. “Non possiamo banalizzare parlando ancora di questa organizzazione degli zingari della Sibaritide come di criminalità comune, di gangsterismo, dobbiamo invece cominciare a parlare di mafia della Sibaritide”, ha aggiunto ancora Gratteri con riferimento al clan degli Abbruzzese, il cui tratto distintivo era quello di soggiogare numerose imprese nei settori dell’agricoltura ma anche del turismo della Sibaritide con estorsioni, taglieggiamenti, danneggiamenti, intimidazioni.

    “Si tratta di un’area che a me sta molto a cuore, perché è un’area molto produttiva della Calabria, che ha fatto una grande accelerazione rispetto ad altre aree della Calabria e allora meritava grande attenzione: gli imprenditori – ha rimarcato il procuratore capo della Dda di Catanzaro – devono stare tranquilli e devono pensare ad essere competitivi con altre aree. Per questo ho insistito come un disco rotto che volevo uomini e mezzi, che volevo dare delle risposte e per questo questa operazione, che conferma la sinergia che è ormai fondamentale nel Distretto, è un risultato importante”.
    Nell’incontro con i giornalisti sono state delineate anche le ultime dinamiche criminali nell’area della Sibaritide, con la “pax” raggiunta tra le principali cosche del territorio, gli Abbruzzese e i Forastefano, che da rivali si sono alleate per gestire in comune gli affari illegali più remunerativi, a partire dal traffico di droga: “Si tratta – ha evidenziato il procuratore aggiunto della Dda, Vincenzo Capomolla – di un nuovo equilibrio tra sodalizi che in passato si contrapponevano in modo anche cruento e che poi hanno trovato un piano di cointeressenze, un equilibrio che alla fine ha messo d’accordo anche quanti, nelle due cosche, erano più riottosi a federarsi”.

    Per il comandante provinciale dei carabinieri di Cosenza, Saverio Spoto, l’odierna operazione “è importante perché lancia un segnale forte e tangibile su un territorio che negli ultimi tempi è stato interessato da numerosi episodi e anche da alcuni omicidi, e percheé dà fiducia: è importante che ogni tentativo di sopraffazione venga denunciato alle forze di polizia”.
    Gabriele Presti, dirigente della Squadra Mobile di Cosenza, si è soffermato sul ruolo operativo delle donne nella gestione della cosca Abbruzzese: “Le donne – ha sottolineato Presti – rappresentano la componente che tiene insieme l’ossatura di tutte le organizzazioni criminali su base familistica, in questo caso in più abbiamo visto che le donne entrano in campo nel momento in cui l’associazione viene colpita nei vertici garantendone la continuità anche sul piano della guida economica e impedendo la disgregazione del clan”.

  • Blitz antimafia a Potenza: legami con i clan Grande-Aracri

    Blitz antimafia a Potenza: legami con i clan Grande-Aracri

    Sono stati stati eseguiti 38 provvedimenti di custodia cautelare in carcere, emessi dal gip del Tribunale di Potenza, e che riguardano presunti esponenti del clan “Martorano-Stefanutti” di Potenza, con diramazioni sul territorio di Matera e presunte collaborazioni con importanti famiglie della ‘ndrangheta calabrese. Il clan “Martorano-Stefanutti” di Potenza, infatti, è storicamente legato alla famiglia Grande-Aracri di Cutro. Nel corso dell’operazione, è stato necessario l’intervento di un’ambulanza, a causa di un malore che avrebbe colto una delle persone coinvolte. Al momento sono impegnate anche unità cinofile e reparti specializzati nell’antimafia arrivati da altre regioni d’Italia.

    I NOMI

    Custodia cautelare in carcere: Renato Martorano; Dorino Rocco Stefanutti; Donato Lorusso; Giambattista Pace (cl.’92); Giambattista Pace (c. ’52); Saverio Postiglione; Giovanni Quarantino; Salvatore Francesco Romano; Salvatore Santoro; Michele Sarli; Nicola Sarli; Rocco Basta; Rocco Benedetto; Marco Bruno; Luigi Cancellara; Domenico Carlucci; Enzo Giordano; Enrico Michele Lamonea; Umberto Lo Piano; Antonio Masotti; Mirco Nucito; Federico Orlando; Lodovico Pangrazio; Valentino Scalese; Giovanni Tancredi; Carlo Troia; Gerardo Vece.

    Ai domiciliari: Albina Stefanutti; Manuela Stefanutti; Rocco Della Luna; Elvira D’Ascoli; Potito Capezzera; Mario Di Giuseppe; Francesco Michele Riviezzi; Lorys Calabrone; Federico Saccone.

    Divieto di dimora per Giacino Daniel Tomasco.

  • Reggio Calabria, operazione anti-‘ndrangheta “Pedigree 3”: arrestati due esponenti del clan Serraino

    Reggio Calabria, operazione anti-‘ndrangheta “Pedigree 3”: arrestati due esponenti del clan Serraino

    Reggio Calabria – Nella mattinata del 20 ottobre, a conclusione di complesse e articolate indagini coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura della Repubblica di Reggio Calabria diretta dal Procuratore Giovanni BOMBARDIERI, la Squadra Mobile reggina – con il supporto degli equipaggi dell’Ufficio Prevenzione Generale e Soccorso Pubblico – nel corso di un’operazione di polizia convenzionalmente denominata Pedigree 3, ha dato esecuzione all’ordinanza di applicazione della misura cautelare della custodia in carcere emessa dal Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Reggio Calabria nei confronti di DOLDO Francesco di 38 anni e RUSSO Domenico 22 anni, ritenuti responsabili di associazione mafiosa.

    L’inchiesta costituisce naturale prosecuzione delle investigazioni relative l’operazione “Pedigree e Pedigree 2” eseguite rispettivamente in data 9 luglio 2020 e 15 ottobre 2020 e ha permesso di disarticolare ulteriormente la cosca di ‘ndrangheta SERRAINO operante nei quartieri di San Sperato, nelle frazioni Arangea e Gallina, nonché nel comune di Cardeto e nelle aree aspromontane della provincia di reggina.

    In particolare è stato accertato che i predetti DOLDO Francesco e RUSSO Domenico facevano anch’essi parte del sodalizio unitamente a CORTESE Maurizio cl. 80; PITASI Stefania Maria cl. 83, moglie di Cortese Maurizio; PITASI Paolo cl. 52, suocero di Cortese Maurizio e padre di Pitasi Stefania Maria; DE LORENZO Salvatore Paolo cl. 71; FILOCAMO Antonino cl. 88; FILOCAMO Daniele cl. 90; BARBARO Antonino cl. 86; LEONARDO Carmelo cl. 63; NUCERA Bruno cl. 1968; SCONTI Domenico cl. 57, genero di Francesco, inteso don Ciccio Serraino, “boss della montagna”; MASSARA Sebastiano cl. 86; MORABITO Domenico cl. 75; SERRAINO Antonio cl. 80, detto “Nino”, , figlio del defunto Domenico Serraino [cl. ’45, detto “Mico”] e nipote del defunto Serraino Francesco classe 1929 alias “il boss della montagna”; FALLANCA Antonino cl. 54; RUSSO Francesco cl. 73, detto Ciccio “lo Scalzo” o “’u Scazzu”, padre di Domenico cl. 99; RUSSO Paolo cl. 61, detto “Zamburro” e VECCHIO Sebastiano cl. 73, detto “Seby”, tutti tratti in arresto con le precedenti operazioni di polizia.

    Le indagini svolte dalla Squadra Mobile – sotto le direttive dei Sostituti Procuratori della D.D.A. di Reggio Calabria Stefano MUSOLINO, Walter IGNAZITTO, Paola D’AMBROSIO e Diego CAPECE MINUTOLO – si sono avvalse, in questa fase, anche delle dichiarazioni di alcuni soggetti tratti in arresto nelle precedenti operazioni, che nel frattempo hanno scelto di collaborare con la giustizia. Tali dichiarazioni, puntualmente riscontrate dalle attività tecniche di intercettazioni, hanno permesso di acquisire un grave quadro indiziario a carico degli odierni arrestati quali partecipi, a pieno titolo, del programma criminoso della cosca SERRAINO attiva nel settore delle estorsioni in danno di imprenditori e commercianti locali, nell’imposizione con violenza e minaccia di beni e servizi e nell’impiego dei proventi delle attività delittuose in esercizi commerciali nel campo della ristorazione [bar] e della vendita di frutta, intestati a compiacenti prestanomi allo scopo di eludere l’applicazione delle disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniali e il sequestro delle imprese ai sensi della normativa antimafia.
    In particolare, la presente indagine ha consentito di accertare che DOLDO Francesco, pur non essendo stato formalmente battezzato, è di fatto un accoscato e fornisce al sodalizio un prezioso contributo rendendosi disponibile per conservare e custodire armi della cosca e mettendo a disposizione gli uffici della propria agenzia di assicurazioni per riunioni di ndrangheta in cui sono state assunte importanti decisioni relative a fatti estorsivi e paventati progetti omicidiari ai danni di un esponente della cosca ritenuto avere rapporti ambigui con esponenti delle forze dell’ordine.

    E’ emerso, ancora, che esisteva un rapporto di strettissima sinergia solidaristica tra Francesco DOLDO e Francesco (Ciccio) RUSSO, inteso u “scazzu”, capo locale della cosca Serraino sino al suo arresto dell’ottobre 2020. Infatti, Francesco DOLDO si attivava alacremente:
    per individuare un’autovettura da destinare al trasporto dei familiari di Francesco RUSSO, ristretto in carcere dopo l’esecuzione dell’ordinanza custodiale emessa a suo carico nel procedimento c.d. Pedigree 2;
    per ricercare somme di denaro, su sollecitazione di Domenico RUSSO, da destinare al pagamento delle spese legali in favore del detenuto Francesco (Ciccio) RUSSO, all’epoca esponente apicale della consorteria mafiosa;
    Con riferimento, invece, a Domenico RUSSO, è emerso che egli ha fornito, nel tempo, sistematica e fattiva collaborazione al padre RUSSO Francesco classe 1973, detto “Ciccio lo scalzo”, che a sua volta era stato indicato dai collaboratori di Giustizia come storico componente della cosca SERRAINO con il ruolo direttivo in seno alla consorteria mafiosa di “capo società” che aveva presieduto i riti di affiliazione e che, dopo la sua recente scarcerazione nel 2017, aveva mantenuto un ruolo apicale, interloquendo direttamente con il capo della ndrina Nino SERRAINO.