Vibo ricorda il suo poeta e scrittore, Pasquale Enrico Murmura

Una figura poco conosciuta ai più. Un giovane poeta e scrittore vibonese scomparso prematuramente nei primi anni del Novecento a soli 21 anni. E’ la storia di Pasquale Enrico Murmura, zio del compianto Senatore Antonino Murmura. Una storia fatta di mito e realtà, di aneddoti e di ricordi legati a questa figura molto importante della letteratura, non solo vibonese, di inizio Novecento. Un giovane discepolo del grande Gabriele D’Annunzio. Un giovane che ha vissuto intensamente anni di studio sull’antica Grecia e sui miti di Ulisse, dell’Odissea, di Priamo.
Cultura e società a Monteleone di Calabria agli inizi del XX secolo è il titolo del convegno che si sta svolgendo oggi all’interno dei locali del Sistema Bibliotecario Vibonese nella splendida e suggestiva cornice di Palazzo Santa Chiara. Un confronto multi ed interdisciplinare di grande lignaggio culturale alla presenza di insigni relatori del territorio vibonese, ma non solo. Una brillante iniziativa promossa dalla Fondazione Antonino Murmura che ha il duplice obiettivo di approfondire la produzione letteraria del giovane Pasquale Enrico Murmura e di analizzare una fase storica, quella post-liberale, di particolare importanza per la città di Vibo Valentia e per tutto il territorio della regione Calabria.
Il convegno è stato caratterizzato da due momenti cruciali: la pubblicazione di un volume antologico: “IL GIOVANE SOLITARIO”, Scritti di Pasquale Enrico Murmura, e la presentazione di un originale e commovente video documentario (regia di Francesca Murmura, lettura di Alberto Micelotta) sull’ambiente famigliare del giovane poeta e scrittore.
Il convegno, moderato dalla Prof. Caterina Ferro, si è aperto con i saluti di Gilberto Floriani, direttore del Sistema Bibliotecario Vibonese e responsabile organizzativo del convegno, ed è proseguito con l’introduzione di Maria Murmura Folino, presidente dell’Associazione pro Fondazione “Antonino Murmura”. In secondo luogo, i saluti delle autorità istituzionali presenti: la dirigente del comune di Vibo, Adriana Teti e, inoltre, il saluto di tre importanti associazioni del territorio: Francesca Garoffolo Cantafio, presidente convegno di cultura “Maria Cristina di Savoia”, Maria Liguori Baratteri, presidente “Società Dante Alighieri” e Rosellina Nardo, presidente dell’associazione “Radici per il Futuro”.
A seguire, sono intervenuti illustri relatori come il Prof. Giacinto Namia, storico vibonese e presidente dell’A.I.C.C di Vibo Valentia, lo storico dell’Università di Cassino, Filippo Sallusto e l’antropologo Luigi M. Lombardi Satriani. Nel pomeriggio, tra gli altri, è previsto l’intervento di Don Filippo Ramondino, direttore dell’Archivio Storico Diocesano.
Sull’iniziativa promossa e sulla figura di Pasquale Enrico Murmura, ecco le riflessioni di Maria Murmura Folino: “Oggi è una giornata speciale, soprattutto per me. Sono venuta a Vibo nel 1963 e ho scoperto questo poeta che era stato dimenticato anche dalla famiglia, o che comunque era stato messo da parte perché aveva provocato grande dolore con la sua morte prematura. Ha lasciato un patrimonio importante con rapporti con il mondo artistico dell’epoca, con D’Annunzio, con Gemito. D’Annunzio lo definiva “il solo discepolo che sapesse amarmi, il solo che io potessi amare”. Gemito gli diede il suo quadro, la sua foto con una particolare dedica e gli fece il ritratto un anno prima della sua morte. La mia venuta a Palazzo Murmura nel 1963 mi fece iniziare questa mia ricerca dove ho fatto un sacco di scoperte in un vecchio palazzo un po’ abbandonato e in una biblioteca disordinatissima. Trovai i suoi libri, i suoi scritti, lui parlava latino e greco correntemente, leggeva i poeti francesi nella lingua originale. Era quello che si dice: un genio. Trovai il quadro di Gemito buttato in un deposito e trovai il suo busto in una soffitta. Alla fine riordinando la segreteria politica di mio marito, dal soffitto mi cade in testa una cartella dove ho scoperto, tra gli scritti, il suo romanzo inedito e non compiuto perché la morte lo colpì pochi giorni prima del compimento del ventunesimo anno”.

Francesco Iannello