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	<title>Mena Pujia Archivi - Calabria News</title>
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	<description>Calabria News quotidiano on line: Cronaca e notizie di Lamezia Terme, informazioni di sport e cultura.</description>
	<lastBuildDate>Tue, 29 Sep 2026 17:02:24 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Un tributo all&#8217;Ematologia di Catanzaro: Le persone che rendono grande la nostra sanità&#8230;di Mena Pujia*</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorena Iuffrida]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Sep 2026 17:02:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[Catanzaro]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura e Società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando ho scritto &#8216;Voglio vivere io&#8217;, non conoscevo ancora tutte le persone che oggi fanno parte della mia vita. Alcune le avevo appena incontrate. Altre sarebbero arrivate nei ricoveri successivi, nelle terapie di supporto, nei continui viaggi tra casa e ospedale. Non avevo ancora avuto il tempo di scoprire quanto profondi e autentici potessero diventare [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.calabrianews.it/un-tributo-allematologia-di-catanzaro-le-persone-che-rendono-grande-la-nostra-sanita-di-mena-pujia/">Un tributo all&#8217;Ematologia di Catanzaro: Le persone che rendono grande la nostra sanità&#8230;di Mena Pujia*</a> proviene da <a href="https://www.calabrianews.it">Calabria News</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Quando ho scritto <em>&#8216;Voglio vivere io&#8217;</em>, non conoscevo ancora tutte le persone che oggi fanno parte della mia vita. Alcune le avevo appena incontrate. Altre sarebbero arrivate nei ricoveri successivi, nelle terapie di supporto, nei continui viaggi tra casa e ospedale. Non avevo ancora avuto il tempo di scoprire quanto profondi e autentici potessero diventare certi legami. Oggi sento il bisogno di rendere pubblicamente omaggio all&#8217;Unità Operativa di Ematologia del Presidio Ospedaliero Ciaccio di Catanzaro, parte dell&#8217;Azienda Ospedaliero-Universitaria Renato Dulbecco. Un&#8217;eccellenza della nostra sanità, per ciò che ho conosciuto e vissuto, che non ho imparato ad apprezzare attraverso le statistiche, ma attraverso la mia pelle, il mio sangue, le mie paure. E soprattutto attraverso le persone. Al dottor Matteo Molica, al dottor Luciano Levato , alla dottoressa Laura De Fazio, al dottor Renato Cantaffa, al professor Marco Rossi e a tutti gli altri medici dell&#8217;équipe va la mia gratitudine più profonda.</p>
<p>La fatica gliela leggi addosso. Nei passi, a volte lenti ma sempre decisi, con cui attraversano i corridoi. Nel continuo affaccendarsi tra le stanze di chi è ricoverato, i pazienti che arrivano da casa per una trasfusione, una terapia, un controllo, e quelli che aspettano una risposta, una spiegazione, una parola rassicurante. È un movimento incessante di persone, bisogni, urgenze, responsabilità. E loro sono lì, a passare da una stanza all&#8217;altra, da una preoccupazione all&#8217;altra, portandosi dietro la stanchezza della giornata e trovando comunque il modo di fermarsi davanti a un letto, guardarti negli occhi e chiederti come stai. Io quella fatica la vedo. E la riconosco. Penso alle mani del dottor Molica, quando cercano delicatamente il punto esatto in cui intervenire durante una puntura lombare, il mio grande terrore. A quella sua attenzione quasi timorosa di farmi male, alla delicatezza dei gesti, alla profondità d&#8217;animo, all&#8217;umiltà e a quegli occhi buoni. E penso anche al suo percorso scientifico: così giovane e già autore di importanti contributi alla ricerca sulle leucemie croniche e acute. Sapere che quelle stesse mani che si posano con tanta delicatezza sulla mia schiena appartengono a un medico che dedica anche il proprio lavoro alla ricerca mi emoziona profondamente. Perché in lui incontro due dimensioni della medicina che vorrei non fossero mai separate: la conoscenza e la tenerezza. E si sa quanto a me piaccia essere vista. Non semplicemente guardata. Vista. Riconosciuta come persona, prima ancora che come paziente. Con la mia storia, le mie paure, la mia ostinazione, la mia incontenibile voglia di vivere. E in quelle mani, in quegli occhi, io sento proprio questo: che non sono soltanto una schiena sulla quale eseguire una procedura, una malattia da combattere, un caso clinico da trattare. Sono Mena. E lui lo sa.</p>
<p>E poi ci sono gli occhi della dottoressa Laura De Fazio. Quegli occhi belli, che non si limitano a osservare, ma sembrano cercarti davvero. Occhi nei quali io ritrovo quella qualità che, da sempre, considero essenziale in ogni relazione: la capacità di vedere l&#8217;altro. E poi ci sono loro. Gli infermieri. Vorrei scriverli tutti, uno per uno, come si fa con le persone che non vuoi rischiare di dimenticare. Dario, Rosalia, Bruno, Doriana, Silvana, Domenica, Maria Letizia, Fabio, Giovanni, Aldo, Laura, Luciana, Elisa, Katia e Katia. E gli OSS, meravigliosi: Giampiero, Serenella, Domenico. E Paolo, il caposala, instancabile, sempre indaffarato, sempre con qualcosa da risolvere e, nonostante tutto, sempre sorridente e paterno. Una lista di angeli. Ma angeli veri, senza ali, con le divise, i turni, la stanchezza, le mille cose da fare e quella straordinaria capacità di esserci. Penso soprattutto agli abbracci durante le punture lombari. Perché ditemi voi: chi ti abbraccia teneramente mentre un ago ti attraversa la schiena per raggiungere lo spazio intorno al midollo spinale? Mentre ti perfora fin dentro l&#8217;anima?! Chi ti tiene stretta mentre cerchi di restare immobile, mentre hai paura, mentre vorresti soltanto che tutto finisse in fretta? Loro.</p>
<p>E io canto. Canto mentre mi preparano, mentre mi chiedono di stare immobile, mentre sento le mani che cercano il punto giusto sulla schiena. Canto perché quella è la mia voce. È una parte di me che non voglio consegnare alla malattia. E loro mi sostengono. Mi abbracciano, mi tengono, mi lasciano cantare. E qualche volta penso a quanto sia straordinaria questa scena: una donna che canta mentre viene sottoposta a una puntura lombare e qualcuno che la tiene stretta perché possa continuare a farlo. Non sono soltanto mani che eseguono procedure. Sono mani che sanno anche accogliere. E in quell&#8217;abbraccio non c&#8217;è soltanto il tentativo di tranquillizzare una paziente. C&#8217;è un modo di intendere il proprio lavoro. C&#8217;è la consapevolezza che, in quel momento, non sei soltanto un corpo sul quale eseguire una procedura. Sei una persona che ha paura. E che ha bisogno di sentirsi tenuta. Non so se si rendano conto di quanto restino dentro certi gesti. Di quanto possa essere importante una mano appoggiata sulla spalla, una battuta al momento giusto, un sorriso che ti viene incontro quando entri in reparto. Forse per loro sono gesti quotidiani. Per me sono diventati parte della cura. Io ormai, di leucemie, ne ho conosciute due. Potrei quasi scherzare dicendo che sto diventando una professionista del settore. Ma la verità è che non ci si abitua mai a una diagnosi. Non ci si abitua all&#8217;attesa di un risultato, alla paura di una complicazione, all&#8217;incertezza di una terapia. Ciò che può cambiare, invece, è il modo in cui si attraversa tutto questo. Quando entro in Ematologia, al Ciaccio, io mi sento al sicuro. È una sensazione difficile da spiegare a chi non abbia mai vissuto una malattia importante. A volte, paradossalmente, in ospedale mi sento persino più protetta che a casa. Perché so che, se qualcosa dovesse accadere, qualcuno saprebbe cosa fare. Ma soprattutto perché so di non essere sola. E questa è una cosa immensa.</p>
<p>Poi c&#8217;è il Ciaccio. Ogni volta che lo raggiungo penso a quanto potrebbe essere straordinario quel luogo. Il verde che lo circonda, le conifere, i pini marittimi, quella passeggiata che sembra quasi invitarti a rallentare prima di entrare. Gli spazi, il giardino, la possibilità di immaginare un ospedale nel quale anche l&#8217;ambiente possa contribuire al benessere di chi soffre. Un luogo che custodisce già competenze e servizi importanti, dall&#8217;Ematologia all&#8217;Oncologia, dalle cure palliative alla terapia del dolore. E penso a quanta bellezza potrebbe ancora nascere da ciò che già esiste. Perché non dovremmo limitarci a chiedere ai nostri ospedali di funzionare. Dovremmo desiderare che diventassero luoghi sempre più accoglienti, dignitosi, capaci di prendersi cura delle persone nella loro interezza. E dovremmo investire in chi ci lavora. Investire nella ricerca. Nelle competenze. Nelle giovani menti che scelgono di restare. Questo, per me, è un punto particolarmente importante. Ho trascorso una parte enorme della mia vita a investire nei bambini di Catanzaro. A cercare di accompagnarli a diventare persone capaci di pensare, scegliere, interrogarsi, amare la propria terra. Ho sempre desiderato che potessero partire, conoscere il mondo, studiare altrove, confrontarsi con altre realtà. Ma anche che potessero desiderare di tornare. Tornare per costruire. Per migliorare. Per restituire qualcosa alla città che li ha visti crescere. E oggi, quando incontro giovani professionisti che hanno scelto di lavorare qui, nella nostra Catanzaro, sento che quel desiderio ha un significato ancora più grande. Perché la Calabria non ha bisogno soltanto di trattenere i propri talenti. Ha bisogno di offrire loro le condizioni per esprimersi, crescere, fare ricerca, lavorare bene. Ha bisogno di credere nelle proprie eccellenze e di sostenerle concretamente.</p>
<p>E io, nell&#8217;Ematologia di Catanzaro, ho incontrato una realtà della quale sento di poter parlare con gratitudine e orgoglio. Non perché tutto sia perfetto. Ma perché ho visto quanta dedizione possa esserci anche dove molto resta da migliorare. Non vorrei che questo mio ringraziamento fosse interpretato come un elogio ingenuo, di quelli che nascono soltanto dalla riconoscenza di una paziente. So bene che la gratitudine non risolve le difficoltà di un sistema sanitario. E so che l&#8217;umanità degli operatori non dovrebbe mai essere chiamata a compensare ciò che le istituzioni hanno il dovere di garantire. Anzi, proprio perché ho imparato a conoscere queste persone, vorrei che fossero messe nelle condizioni di lavorare sempre meglio. Che fossero sostenute, ascoltate, valorizzate. Perché prendersi cura di chi cura significa, alla fine, prendersi cura anche di noi. E impariamo anche a raccontarle, le cose belle della nostra città. Perché siamo così abituati a parlare di ciò che non funziona, delle mancanze, delle difficoltà, che qualche volta dimentichiamo di fermarci davanti a ciò che funziona. Davanti alle persone che, senza fare rumore, costruiscono ogni giorno qualcosa di prezioso. Non si tratta di chiudere gli occhi sui problemi. Si tratta di non lasciare che siano soltanto i problemi a raccontare chi siamo. Catanzaro è anche questo. È fatta di competenze, di intelligenze, di mani capaci, di persone che scelgono di restare e di mettere il proprio sapere al servizio degli altri. E le cose belle vanno dette. Ad alta voce. Con la stessa forza con cui denunciamo quelle che non vanno. Perché riconoscere il valore di ciò che abbiamo è anche un modo per custodirlo, sostenerlo e farlo crescere. Nel mio libro non ho potuto raccontarli tutti. La vita, fortunatamente, ha continuato ad aggiungere capitoli, incontri, relazioni. E forse è proprio questa la cosa più bella che oggi posso dire. Che dentro un luogo nel quale sono entrata per combattere una malattia, ho trovato anche una famiglia. Una famiglia fatta di persone diverse, di caratteri diversi, di giornate storte e giornate migliori. Una famiglia che non cancella la paura, ma che riesce a non lasciartela attraversare da sola.</p>
<p>A tutti voi, grazie. Per le cure, certamente. Per la competenza, per lo studio, per la ricerca, per il lavoro che fate ogni giorno. Ma anche per quella cosa che non compare nelle cartelle cliniche, non si misura negli esami del sangue e non viene registrata dalle macchine. La sensazione di essere nelle mani di qualcuno a cui importa davvero di te. E se oggi posso dire che, quando torno in ospedale, mi sembra quasi di tornare a casa, è perché siete riusciti a fare qualcosa che nessuna struttura, da sola, potrebbe garantire. Avete trasformato un luogo nel quale si ha paura di entrare in un luogo nel quale ci si sente meno soli. E per una persona che sta lottando per vivere, questo conta moltissimo. Oggi, però, vorrei che foste voi a essere visti. Da questa città, dalle istituzioni, dalle persone che non hanno ancora avuto occasione di conoscervi. Perché meritate che il vostro lavoro venga riconosciuto. Che la vostra fatica non passi inosservata. Che qualcuno dica pubblicamente quanto valore custodisce quel reparto. Viva Catanzaro! Viva la gente che le rende onore. Chi sceglie di restare, di impegnarsi, di prendersi cura degli altri. Chi, ogni giorno, con competenza, umanità e dedizione, rende grande la nostra terra. <em>Vostra Maestra Mena.</em></p>
<ul>
<li>Fondatrice della scuola dell&#8217;infanzia <em>New Summerhill</em> di Catanzaro e autrice, tra gli altri, del libro autobiografico &#8216;<em>Voglio vivere io&#8217;</em>.</li>
</ul>
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