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	<title>liberazione Archivi - Calabria News</title>
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	<description>Calabria News quotidiano on line: Cronaca e notizie di Lamezia Terme, informazioni di sport e cultura.</description>
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		<title>80esimo della Liberazione: ecco perché si celebra il 25 aprile, giorno simbolico nella storia d&#8217;Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maurizio De Fazio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Apr 2025 06:30:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 25 aprile di ogni anno si celebra in Italia la Festa della Liberazione, un anniversario molto significativo nella storia italiana perché commemora la liberazione dell’Italia dal nazifascismo, con la fine dell’occupazione nazista e la caduta del fascismo. È una festa nazionale, simbolo della Resistenza, della lotta partigiana condotta dall&#8217;8 settembre 1943 (il giorno in [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il <strong>25 aprile</strong> di ogni anno si celebra in Italia la <strong>Festa della Liberazione</strong>, un anniversario molto significativo nella storia italiana perché commemora la liberazione dell’Italia dal nazifascismo, con la fine dell’occupazione nazista e la caduta del fascismo. È una festa nazionale, simbolo della Resistenza, della lotta partigiana condotta dall&#8217;8 settembre 1943 (il giorno in cui gli italiani seppero della firma dell&#8217;armistizio a Cassibile). Quest&#8217;anno di celebra l&#8217;80esimo della Liberazione.</p>
<p>La guerra non finì il 25 aprile 1945. Questo è un giorno simbolico, scelto perché in questa data cominciò la ritirata dei tedeschi e dei soldati della Repubblica di Salò da Milano e Torino, in seguito allo sfondamento della Linea Gotica da parte degli alleati e all’azione della Resistenza. Su proposta del presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, il 22 aprile 1946, il Re Umberto II emanò un decreto: “A celebrazione della totale liberazione del territorio italiano, il 25 aprile 1946 è dichiarato festa nazionale”. La ricorrenza venne celebrata anche negli anni successivi, ma solo nel 1949 è stata istituzionalizzata come festa nazionale, insieme al 2 giugno, festa della Repubblica.</p>
<p>Da allora ogni anno, in varie città d’Italia da Nord a Sud, il 25 aprile vengono organizzate manifestazioni pubbliche in memoria della Liberazione. Tra gli eventi c&#8217;è il solenne omaggio, da parte del presidente della Repubblica italiana e delle alte cariche dello Stato, al Milite Ignoto presso l’Altare della Patria a Roma, con la deposizione di una corona di alloro in ricordo ai caduti e ai dispersi italiani nelle guerre.</p>
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		<title>Catanzaro, cerimonia istituzionale per la Festa della Liberazione all&#8217;insegna dell&#8217;unità</title>
		<link>https://www.calabrianews.it/catanzaro-cerimonia-istituzionale-per-la-festa-della-liberazione-allinsegna-dellunita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio De Fazio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Apr 2024 10:55:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Catanzaro &#8211; Un messaggio di unità: è stato questo il senso della cerimonia istituzionale per il 25 aprile a Catanzaro. A presiedere la cerimonia il sottosegretario di Stato all’Interno, Wanda Ferro. “E’ una grande emozione, per me non è la prima volta, è un momento importante che – ha spiegato Ferro – segna il ritorno [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Catanzaro &#8211; Un messaggio di unità: è stato questo il senso della cerimonia istituzionale per il 25 aprile a Catanzaro. A presiedere la cerimonia il sottosegretario di Stato all’Interno, Wanda Ferro. “E’ una grande emozione, per me non è la prima volta, è un momento importante che – ha spiegato Ferro – segna il ritorno di quella che è stata la conquista della democrazia in Italia ma che vede questo governo impegnato a salvaguardare un grande risultato, a contrastare qualunque dittatura, quella passata sicuramente, ma anche le tante dittature che sono oggi presenti nel mondo.</p>
<p>È una festa di tutti, una festa che dovrebbe appartenere a tutti gli italiani e a chi dà realmente un significato importante di una memoria condivisa, una festa che – ha sostenuto il sottosegretario all’Interno – non dev’essere occasione di strumentalizzazione”.</p>
<p>Alla cerimonia hanno partecipato le massime autorità istituzionali, a partire dal prefetto di Catanzaro Enrico Ricci e dal comandante regionale dell’Arma dei carabinieri, generale Pietro Salsano. “Questo 25 aprile – ha detto il prefetto Ricci – ha il significato di tutti gli anni, da sempre, dal 1945 ad oggi, è la festa della libertà riconquistata, la festa della democrazia che è il fondamento del nostro ordinamento costituzionale e della consapevolezza che la libertà va di pari passo con la democrazia, l’una non può prescindere dall’altra. Il 25 aprile è la festa di tutti, è una festa che unisce, non può che unire perché tutti ci riconosciamo nei valori costituzionali che nascono dalla lotta di liberazione”.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone  wp-image-248063" src="https://www.calabrianews.it/wp-content/uploads/2024/04/CZ-Cerimonia-25aprile-300x164.png" alt="" width="640" height="350" srcset="https://www.calabrianews.it/wp-content/uploads/2024/04/CZ-Cerimonia-25aprile-300x164.png 300w, https://www.calabrianews.it/wp-content/uploads/2024/04/CZ-Cerimonia-25aprile-1024x560.png 1024w, https://www.calabrianews.it/wp-content/uploads/2024/04/CZ-Cerimonia-25aprile-768x420.png 768w, https://www.calabrianews.it/wp-content/uploads/2024/04/CZ-Cerimonia-25aprile-696x381.png 696w, https://www.calabrianews.it/wp-content/uploads/2024/04/CZ-Cerimonia-25aprile-1068x584.png 1068w, https://www.calabrianews.it/wp-content/uploads/2024/04/CZ-Cerimonia-25aprile.png 1071w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p>
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		<title>Festa della Liberazione, le donne calabresi della Resistenza: Tante, coraggiose e&#8230;dimenticate</title>
		<link>https://www.calabrianews.it/festa-della-liberazione-le-donne-calabresi-della-resistenza-tante-coraggiose-e-dimenticate-3/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio De Fazio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Apr 2024 06:30:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura e Società]]></category>
		<category><![CDATA[Donne]]></category>
		<category><![CDATA[liberazione]]></category>
		<category><![CDATA[partigiane]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Claudio Cavaliere* “Il tempo, il tempo, insomma, porta via … porta via la memoria, porta via le immagini, porta via un po’ tutto … ma come si fa a dimenticare? Non puoi dimenticare. Non puoi dimenticare perché noi abbiamo passato anni … anni atroci.” (Giacomina Ercoli, partigiana). Forse per quanto riguarda la Calabria non [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Claudio Cavaliere*</em><br />
“Il tempo, il tempo, insomma, porta via … porta via la memoria, porta via le immagini, porta via un po’ tutto … ma come si fa a dimenticare? Non puoi dimenticare. Non puoi dimenticare perché noi abbiamo passato anni … anni atroci.” (Giacomina Ercoli, partigiana). Forse per quanto riguarda la Calabria non si tratta di dimenticare, semmai di recuperarla la memoria, di tirarla fuori da silenzi, sottovalutazioni, oblii. Grazie a numerosi storici, studiosi, istituti di ricerca, scrittori, si va delineando una immagine un po’ diversa rispetto a quella stereotipata di questo pezzo di terra e dei suoi abitanti anche per quanto riguarda la partecipazione calabrese alla Resistenza, da sempre considerata esclusiva prerogativa delle popolazioni del nord, con i meridionali spettatori passivi di una vicenda fondativa della nostra democrazia. E invece? Invece quei quattro gatti dimenticati che dalla storia hanno preso solo bastonate si scopre erano migliaia. Una “Resistenza taciuta”, per dirla utilizzando il titolo di un libro, che grazie al lavoro di censimento avviato in alcune regioni con le banche dati dei partigiani, sta emergendo in tutta la sua portata. Solo tra Piemonte, Liguria ed Emilia Romagna sono migliaia i nativi calabresi censiti attivi nella lotta partigiana. Centinaia quelli caduti in combattimento con figure di assoluto rilievo meritevoli di medaglie al valor militare (sette d’oro, sei d’argento e quattro di bronzo). Come si spiega? C’è qualcosa che non funziona in un popolo capace di dimenticare una simile e straordinaria epopea. Parlare poi di donne calabresi nella Resistenza significa andare alla ricerca di grandi dimenticate. Recuperare solo i loro nomi appare molto, molto più difficile. Tra le tante speranze tradite nel dopoguerra per le donne va annoverato anche il mancato riconoscimento della loro resistenza al nazifascismo che fu insieme civile e militare. Iniziano dando rifugio agli sbandati del dopo 8 settembre, una gigantesca operazione di salvataggio, secondo alcuni storici forse la più grande della nostra storia, fatta senza direttive, indicazioni, che conta solo sull’azione individuale, un maternage di massa secondo Anna Bravo. Si trasformano in moderne Antigone sfidando il nuovo tiranno per sottrarre il più velocemente possibile al ludibrio i corpi esposti a monito degli impiccati, torturati, fucilati. Sono le promotrice degli scioperi nelle fabbriche e quando non è possibile ne sabotano la produzione. Stringono relazioni, coinvolgono parenti, vicine, compagne di lavoro, frequentano i mercati facendo insieme spesa e propaganda politica, scrivono e ciclostilano in case che sono nello stesso tempo abitazioni e centri di resistenza, fanno del proprio corpo il nascondiglio di documenti, sono infermiere, informatrici, portaordini, collegatrici. E infine imbracciano le armi.</p>
<p>Qualcosa, com’è evidente, che va ben al di là del termine vago e riducente di “staffetta” che inserisce le donne in un ruolo secondario. Ma soprattutto fa comprendere l’errore di ridurre la Resistenza solo ad una vicenda armata che al più le concede il compito di un “contributo”. Solo nella seconda metà degli anni settanta la storiografia inizia a recuperare il senso di questo impegno recuperando le donne non al ruolo di comprimarie ma di protagoniste. Al di là della facile retorica, ha funzionato per molto tempo il pregiudizio che avvolse le resistenti dopo la ne della guerra, in una Italia desiderosa di tornare al perbenismo e di riportare le donne al loro ruolo tradizionale. E’ storia che alle partigiane torinesi della brigata Garibaldi venne proibito dal Pci di sfilare dopo la liberazione perché il partito voleva accreditarsi come forza rispettabile, mentre in molte altre città furono i capi brigata a consigliare alle donne di non sfilare o almeno di farlo senza armi o vestite da crocerossine o in borghese, con un “Bella ciao” che scandì per anni anche l’idea che l’uomo andava mentre le donne restavano.<br />
“Alla sfilata non ho partecipato, ero fuori ad applaudire. Ho visto passare il mio comandante. Poi ho visto Mauri col suo distaccamento con le donne che avevano, insieme. Loro si che c’erano! Mamma mia! Per fortuna che non sono andata anche io. La gente diceva che eran delle puttane …” (Intervista ad una partigiana nel film-documentario di Liliana Cavani “La donna nella Resistenza”). Anche per questo non sapremo mai il numero esatto delle resistenti. Continuare a discutere sulla loro dimensione numerica riferendosi ai criteri di oltre settant’anni fa non ha senso. Occorreva aver svolto almeno tre mesi in armi, aver partecipato a tre azioni di guerra o sabotaggio o avere fatto almeno tre mesi di carcere per essere riconosciute “partigiani combattenti”. Per quello di “patriota” si richiedeva un impegno sostanziale e continuato, sotto forma di cessioni di denari, viveri, armi, munizioni, materiali sanitari, ospitalità clandestina, o aver fornito importanti informazioni ai fini di buon esito della lotta di liberazione. Moltissime, visto il rinnovato clima che spingeva verso un ritorno al privato delle donne, non richiesero mai la qualifica. Per molte altre, che avevano partecipato ad una resistenza civile senza armi non fu nemmeno possibile farlo. Altre ancora, che pure avevano messo in gioco la propria vita, ritennero solo di aver fatto ciò che era giusto. Le donne avevano combattuto non solo per la libertà ma anche per affermare una Italia diversa per i loro diritti civili e sociali che solo molto lentamente furono ad esse concesse nonostante la nuova Costituzione. Rimangono i numeri ufficiali che parlano di 4.653 donne arrestate, torturate, condannate; 2.750 deportate nei campi di concentramento nazisti e 623 fucilate o morte in combattimento.</p>
<p>Ad esse furono conferite sedici medaglie d’oro al valor militare e diciassette d’argento. Per questo, oggi che quasi tutte non sono più in vita rimane difficile, sulla base della sola documentazione ufficiale, ricostruire il quadro reale a partire dai nomi e dalle storie.<br />
I nomi di battaglia di alcune partigiane calabresi li conosciamo: Cecilia, Cunegonda, Angiolina, Prima, Beba, Reginella, Nina, Lia Ferrero, Maia, Mina … Erano casalinghe, operaie, professoresse, contadine, alcune nemmeno maggiorenni. Oggi, di molte di loro, tranne il nome, non conosciamo praticamente nulla, non una foto in quell’oltremondo che si chiama internet. Anche nei loro paesi di origine il ricordo sembra definitivamente perso. Alcune storie magnifiche sono venute alla luce grazie anche all’Istituto Calabrese per la Storia dell’Antifascismo, all’ANPI, a studiosi che tengono accesa l’attenzione su una vicenda che riserva sempre nuove sorprese. Giuseppina Russo di Roccaforte del Greco una delle Api furibonde dell’omonimo libro che da organizzatrice degli scioperi nelle fabbriche finisce come partigiana combattente, dalla resistenza civile a quella armata.<br />
Anna Cinanni, di Gerace, sorella di Paolo, che subì ripetute sevizie in carcere, una delle dodici biografie di partigiane contenute nel libro &#8216;La Resistenza taciuta&#8217; e nell’altro volume di Lentini-Guerrisi &#8216;I partigiani calabresi nell’Appennino Ligure-Piemontese&#8217;, anche lei protagonista di quel raffinato gioco delle apparenze alla base di episodi infinite volte narrati di donne che superano i posti di blocco con le loro sporte piene di volantini o munizioni – piene di politica e di guerra – esibendo i simboli della routine domestica o della femminilità inoffensiva.<br />
Caterina Tallarico di Marcedusa, sorella del più noto comandante partigiano “Frico” che appena laureata in medicina sale in montagna e comincia a ricoprire il ruolo di medico nella brigata del fratello Federico esercitando non solo verso i partigiani feriti e bisognosi di cure, ma anche nei confronti di tedeschi e fascisti prigionieri. Per fortuna un suo libro autobiografico, &#8216;Una donna … un medico … una vita&#8217;, ci permette di avere tutte le informazioni di prima mano su di lei.<br />
Anna Condò di Reggio Calabria, testimone della strage della Benedicta in cui fu ucciso il fratello. E poi tante altre donne di cui conosciamo meno: Cosco Lucia (Catanzaro); Lucio Alba (Crotone); Lucio Assunta (Crotone); Di Tocco Maria (Vibo Valentia); Oneglia Antonietta (Catanzaro); Carpino Maria (Colosimi), Fadel Giacomina (Cosenza); Arcidiaco Domenica (San Lorenzo); Bazzani Gazagne Margherita (Sant’Ilario dello Ionio); Pontoriero Anna (Rosarno); Pontoriero Giulia (Rosarno); Pontoriero Tina (Rosarno); Torello Maria (Reggio Calabria); Panuccio Maria (Sant’Eufemia d’Aspromonte); Gangemi Concetta (Palmi); Pata Franceschina (Mileto); Pata Angela (Mileto); Di Tocco Bice (Reggio Calabria); Ranieri Isolina (San Giorgio Morgeto); Forte Carinda (Saracena); Montanari Carmelina (Siderno); Iaconetti Maria (Carolei); Barone Maria (Vibo Valentia); Vuorinna Giovanna (Rossano Calabro) …</p>
<p><em>*sociologo e scrittore</em></p>
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		<title>Festa della Liberazione, le donne calabresi della Resistenza: Tante, coraggiose e&#8230;dimenticate</title>
		<link>https://www.calabrianews.it/festa-della-liberazione-le-donne-calabresi-della-resistenza-tante-coraggiose-e-dimenticate-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio De Fazio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Apr 2023 08:38:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura e Società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Claudio Cavaliere* “Il tempo, il tempo, insomma, porta via … porta via la memoria, porta via le immagini, porta via un po’ tutto … ma come si fa a dimenticare? Non puoi dimenticare. Non puoi dimenticare perché noi abbiamo passato anni … anni atroci.” (Giacomina Ercoli, partigiana). Forse per quanto riguarda la Calabria non [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.calabrianews.it/festa-della-liberazione-le-donne-calabresi-della-resistenza-tante-coraggiose-e-dimenticate-2/">Festa della Liberazione, le donne calabresi della Resistenza: Tante, coraggiose e&#8230;dimenticate</a> proviene da <a href="https://www.calabrianews.it">Calabria News</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Claudio Cavaliere*</em><br />
“Il tempo, il tempo, insomma, porta via … porta via la memoria, porta via le immagini, porta via un po’ tutto … ma come si fa a dimenticare? Non puoi dimenticare. Non puoi dimenticare perché noi abbiamo passato anni … anni atroci.” (Giacomina Ercoli, partigiana). Forse per quanto riguarda la Calabria non si tratta di dimenticare, semmai di recuperarla la memoria, di tirarla fuori da silenzi, sottovalutazioni, oblii. Grazie a numerosi storici, studiosi, istituti di ricerca, scrittori, si va delineando una immagine un po’ diversa rispetto a quella stereotipata di questo pezzo di terra e dei suoi abitanti anche per quanto riguarda la partecipazione calabrese alla Resistenza, da sempre considerata esclusiva prerogativa delle popolazioni del nord, con i meridionali spettatori passivi di una vicenda fondativa della nostra democrazia. E invece? Invece quei quattro gatti dimenticati che dalla storia hanno preso solo bastonate si scopre erano migliaia. Una “Resistenza taciuta”, per dirla utilizzando il titolo di un libro, che grazie al lavoro di censimento avviato in alcune regioni con le banche dati dei partigiani, sta emergendo in tutta la sua portata. Solo tra Piemonte, Liguria ed Emilia Romagna sono migliaia i nativi calabresi censiti attivi nella lotta partigiana. Centinaia quelli caduti in combattimento con figure di assoluto rilievo meritevoli di medaglie al valor militare (sette d’oro, sei d’argento e quattro di bronzo). Come si spiega? C’è qualcosa che non funziona in un popolo capace di dimenticare una simile e straordinaria epopea. Parlare poi di donne calabresi nella Resistenza significa andare alla ricerca di grandi dimenticate. Recuperare solo i loro nomi appare molto, molto più difficile. Tra le tante speranze tradite nel dopoguerra per le donne va annoverato anche il mancato riconoscimento della loro resistenza al nazifascismo che fu insieme civile e militare. Iniziano dando rifugio agli sbandati del dopo 8 settembre, una gigantesca operazione di salvataggio, secondo alcuni storici forse la più grande della nostra storia, fatta senza direttive, indicazioni, che conta solo sull’azione individuale, un maternage di massa secondo Anna Bravo. Si trasformano in moderne Antigone sfidando il nuovo tiranno per sottrarre il più velocemente possibile al ludibrio i corpi esposti a monito degli impiccati, torturati, fucilati. Sono le promotrice degli scioperi nelle fabbriche e quando non è possibile ne sabotano la produzione. Stringono relazioni, coinvolgono parenti, vicine, compagne di lavoro, frequentano i mercati facendo insieme spesa e propaganda politica, scrivono e ciclostilano in case che sono nello stesso tempo abitazioni e centri di resistenza, fanno del proprio corpo il nascondiglio di documenti, sono infermiere, informatrici, portaordini, collegatrici. E infine imbracciano le armi.</p>
<p>Qualcosa, com’è evidente, che va ben al di là del termine vago e riducente di “staffetta” che inserisce le donne in un ruolo secondario. Ma soprattutto fa comprendere l’errore di ridurre la Resistenza solo ad una vicenda armata che al più le concede il compito di un “contributo”. Solo nella seconda metà degli anni settanta la storiografia inizia a recuperare il senso di questo impegno recuperando le donne non al ruolo di comprimarie ma di protagoniste. Al di là della facile retorica, ha funzionato per molto tempo il pregiudizio che avvolse le resistenti dopo la ne della guerra, in una Italia desiderosa di tornare al perbenismo e di riportare le donne al loro ruolo tradizionale. E’ storia che alle partigiane torinesi della brigata Garibaldi venne proibito dal Pci di sfilare dopo la liberazione perché il partito voleva accreditarsi come forza rispettabile, mentre in molte altre città furono i capi brigata a consigliare alle donne di non sfilare o almeno di farlo senza armi o vestite da crocerossine o in borghese, con un “Bella ciao” che scandì per anni anche l’idea che l’uomo andava mentre le donne restavano.<br />
“Alla sfilata non ho partecipato, ero fuori ad applaudire. Ho visto passare il mio comandante. Poi ho visto Mauri col suo distaccamento con le donne che avevano, insieme. Loro si che c’erano! Mamma mia! Per fortuna che non sono andata anche io. La gente diceva che eran delle puttane …” (Intervista ad una partigiana nel film-documentario di Liliana Cavani “La donna nella Resistenza”). Anche per questo non sapremo mai il numero esatto delle resistenti. Continuare a discutere sulla loro dimensione numerica riferendosi ai criteri di oltre settant’anni fa non ha senso. Occorreva aver svolto almeno tre mesi in armi, aver partecipato a tre azioni di guerra o sabotaggio o avere fatto almeno tre mesi di carcere per essere riconosciute “partigiani combattenti”. Per quello di “patriota” si richiedeva un impegno sostanziale e continuato, sotto forma di cessioni di denari, viveri, armi, munizioni, materiali sanitari, ospitalità clandestina, o aver fornito importanti informazioni ai fini di buon esito della lotta di liberazione. Moltissime, visto il rinnovato clima che spingeva verso un ritorno al privato delle donne, non richiesero mai la qualifica. Per molte altre, che avevano partecipato ad una resistenza civile senza armi non fu nemmeno possibile farlo. Altre ancora, che pure avevano messo in gioco la propria vita, ritennero solo di aver fatto ciò che era giusto. Le donne avevano combattuto non solo per la libertà ma anche per affermare una Italia diversa per i loro diritti civili e sociali che solo molto lentamente furono ad esse concesse nonostante la nuova Costituzione. Rimangono i numeri ufficiali che parlano di 4.653 donne arrestate, torturate, condannate; 2.750 deportate nei campi di concentramento nazisti e 623 fucilate o morte in combattimento.</p>
<p>Ad esse furono conferite sedici medaglie d’oro al valor militare e diciassette d’argento. Per questo, oggi che quasi tutte non sono più in vita rimane difficile, sulla base della sola documentazione ufficiale, ricostruire il quadro reale a partire dai nomi e dalle storie.<br />
I nomi di battaglia di alcune partigiane calabresi li conosciamo: Cecilia, Cunegonda, Angiolina, Prima, Beba, Reginella, Nina, Lia Ferrero, Maia, Mina … Erano casalinghe, operaie, professoresse, contadine, alcune nemmeno maggiorenni. Oggi, di molte di loro, tranne il nome, non conosciamo praticamente nulla, non una foto in quell’oltremondo che si chiama internet. Anche nei loro paesi di origine il ricordo sembra definitivamente perso. Alcune storie magnifiche sono venute alla luce grazie anche all’Istituto Calabrese per la Storia dell’Antifascismo, all’ANPI, a studiosi che tengono accesa l’attenzione su una vicenda che riserva sempre nuove sorprese. Giuseppina Russo di Roccaforte del Greco una delle Api furibonde dell’omonimo libro che da organizzatrice degli scioperi nelle fabbriche finisce come partigiana combattente, dalla resistenza civile a quella armata.<br />
Anna Cinanni, di Gerace, sorella di Paolo, che subì ripetute sevizie in carcere, una delle dodici biografie di partigiane contenute nel libro &#8216;La Resistenza taciuta&#8217; e nell’altro volume di Lentini-Guerrisi &#8216;I partigiani calabresi nell’Appennino Ligure-Piemontese&#8217;, anche lei protagonista di quel raffinato gioco delle apparenze alla base di episodi infinite volte narrati di donne che superano i posti di blocco con le loro sporte piene di volantini o munizioni – piene di politica e di guerra – esibendo i simboli della routine domestica o della femminilità inoffensiva.<br />
Caterina Tallarico di Marcedusa, sorella del più noto comandante partigiano “Frico” che appena laureata in medicina sale in montagna e comincia a ricoprire il ruolo di medico nella brigata del fratello Federico esercitando non solo verso i partigiani feriti e bisognosi di cure, ma anche nei confronti di tedeschi e fascisti prigionieri. Per fortuna un suo libro autobiografico, &#8216;Una donna … un medico … una vita&#8217;, ci permette di avere tutte le informazioni di prima mano su di lei.<br />
Anna Condò di Reggio Calabria, testimone della strage della Benedicta in cui fu ucciso il fratello. E poi tante altre donne di cui conosciamo meno: Cosco Lucia (Catanzaro); Lucio Alba (Crotone); Lucio Assunta (Crotone); Di Tocco Maria (Vibo Valentia); Oneglia Antonietta (Catanzaro); Carpino Maria (Colosimi), Fadel Giacomina (Cosenza); Arcidiaco Domenica (San Lorenzo); Bazzani Gazagne Margherita (Sant’Ilario dello Ionio); Pontoriero Anna (Rosarno); Pontoriero Giulia (Rosarno); Pontoriero Tina (Rosarno); Torello Maria (Reggio Calabria); Panuccio Maria (Sant’Eufemia d’Aspromonte); Gangemi Concetta (Palmi); Pata Franceschina (Mileto); Pata Angela (Mileto); Di Tocco Bice (Reggio Calabria); Ranieri Isolina (San Giorgio Morgeto); Forte Carinda (Saracena); Montanari Carmelina (Siderno); Iaconetti Maria (Carolei); Barone Maria (Vibo Valentia); Vuorinna Giovanna (Rossano Calabro) …</p>
<p><em>*sociologo e scrittore</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.calabrianews.it/festa-della-liberazione-le-donne-calabresi-della-resistenza-tante-coraggiose-e-dimenticate-2/">Festa della Liberazione, le donne calabresi della Resistenza: Tante, coraggiose e&#8230;dimenticate</a> proviene da <a href="https://www.calabrianews.it">Calabria News</a>.</p>
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		<title>Festa della Liberazione, le donne calabresi della Resistenza: Tante, coraggiose e&#8230;dimenticate</title>
		<link>https://www.calabrianews.it/festa-della-liberazione-le-donne-calabresi-della-resistenza-tante-coraggiose-e-dimenticate/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio De Fazio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Apr 2022 12:35:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura e Società]]></category>
		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[Donne]]></category>
		<category><![CDATA[liberazione]]></category>
		<category><![CDATA[partigiane]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Claudio Cavaliere* &#8211; “Il tempo, il tempo, insomma, porta via … porta via la memoria, porta via le immagini, porta via un po’ tutto … ma come si fa a dimenticare? Non puoi dimenticare. Non puoi dimenticare perché noi abbiamo passato anni … anni atroci.” (Giacomina Ercoli, partigiana). Forse per quanto riguarda la Calabria [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Claudio Cavaliere*</em></p>
<p>&#8211; “Il tempo, il tempo, insomma, porta via … porta via la memoria, porta via le immagini, porta via un po’ tutto … ma come si fa a dimenticare? Non puoi dimenticare. Non puoi dimenticare perché noi abbiamo passato anni … anni atroci.” (Giacomina Ercoli, partigiana). Forse per quanto riguarda la Calabria non si tratta di dimenticare, semmai di recuperarla la memoria, di tirarla fuori da silenzi, sottovalutazioni, oblii. Grazie a numerosi storici, studiosi, istituti di ricerca, scrittori, si va delineando una immagine un po’ diversa rispetto a quella stereotipata di questo pezzo di terra e dei suoi abitanti anche per quanto riguarda la partecipazione calabrese alla Resistenza, da sempre considerata esclusiva prerogativa delle popolazioni del nord, con i meridionali spettatori passivi di una vicenda fondativa della nostra democrazia. E invece? Invece quei quattro gatti dimenticati che dalla storia hanno preso solo bastonate si scopre erano migliaia. Una “Resistenza taciuta”, per dirla utilizzando il titolo di un libro, che grazie al lavoro di censimento avviato in alcune regioni con le banche dati dei partigiani, sta emergendo in tutta la sua portata. Solo tra Piemonte, Liguria ed Emilia Romagna sono migliaia i nativi calabresi censiti attivi nella lotta partigiana. Centinaia quelli caduti in combattimento con<br />
figure di assoluto rilievo meritevoli di medaglie al valor militare (sette d’oro, sei d’argento e quattro di bronzo). Come si spiega? C’è qualcosa che non funziona in un popolo capace di dimenticare una simile e straordinaria epopea. Parlare poi di donne calabresi nella Resistenza significa andare alla ricerca di grandi dimenticate. Recuperare solo i loro nomi appare molto, molto più difficile. Tra le tante speranze tradite nel dopoguerra per le donne va annoverato anche il mancato riconoscimento della loro resistenza al nazifascismo che fu insieme civile e militare. Iniziano dando rifugio agli sbandati del dopo 8 settembre, una gigantesca operazione di salvataggio, secondo alcuni storici forse la più grande della nostra storia, fatta senza direttive, indicazioni, che conta solo sull’azione individuale, un maternage di massa secondo Anna Bravo.Si trasformano in moderne Antigone sfidando il nuovo tiranno per sottrarre il più velocemente possibile al ludibrio i corpi esposti a monito degli impiccati, torturati, fucilati. Sono le promotrice degli scioperi nelle fabbriche e quando non è possibile ne sabotano la produzione. Stringono relazioni, coinvolgono parenti, vicine, compagne di lavoro, frequentano i mercati facendo insieme spesa e propaganda politica, scrivono e ciclostilano in case che sono nello stesso tempo abitazioni e centri di resistenza, fanno del proprio corpo il nascondiglio di documenti, sono infermiere, informatrici, portaordini, collegatrici. E infine imbracciano le armi.<br />
Qualcosa, com’è evidente, che va ben al di là del termine vago e riducente di “staffetta” che inserisce le donne in un ruolo secondario. Ma soprattutto fa comprendere l’errore di ridurre la Resistenza solo ad una vicenda armata che al più le concede il compito di un “contributo”. Solo nella seconda metà degli anni settanta la storiografia inizia a recuperare il senso di questo impegno recuperando le donne non al ruolo di comprimarie ma di protagoniste. Al di là della facile retorica, ha funzionato per molto tempo il pregiudizio che avvolse le resistenti dopo la ne della guerra, in una Italia desiderosa di tornare al perbenismo e di riportare le donne al loro ruolo tradizionale. E’ storia che alle partigiane torinesi della brigata Garibaldi venne proibito dal Pci di sfilare dopo la liberazione perché il partito voleva accreditarsi come forza rispettabile, mentre in molte altre città furono i capi brigata a consigliare alle donne di non sfilare o almeno di farlo senza armi o vestite da crocerossine o in borghese, con un “Bella ciao” che scandì per anni anche l’idea che l’uomo andava mentre le donne restavano.<br />
“Alla sfilata non ho partecipato, ero fuori ad applaudire. Ho visto passare il mio comandante. Poi ho visto Mauri col suo distaccamento con le donne che avevano, insieme. Loro si che c’erano! Mamma mia! Per fortuna che non sono andata anche io. La gente diceva che eran delle puttane …” (Intervista ad una partigiana nel film-documentario di Liliana Cavani “La donna nella Resistenza”). Anche per questo non sapremo mai il numero esatto delle resistenti. Continuare a discutere sulla loro dimensione numerica riferendosi ai criteri di oltre settant’anni fa non ha senso. Occorreva aver svolto almeno tre mesi in armi, aver partecipato a tre azioni di guerra o sabotaggio o avere fatto almeno tre mesi di carcere per essere riconosciute “partigiani combattenti”. Per quello di “patriota” si richiedeva un impegno sostanziale e continuato, sotto forma di cessioni di denari, viveri, armi, munizioni, materiali sanitari, ospitalità clandestina, o aver fornito importanti informazioni ai fini di buon esito della lotta di liberazione. Moltissime, visto il rinnovato clima che spingeva verso un ritorno al privato delle donne, non richiesero mai la qualifica. Per molte altre, che avevano partecipato ad una resistenza civile senza armi non fu nemmeno possibile farlo. Altre ancora, che pure avevano messo in gioco la propria vita, ritennero solo di aver fatto ciò che era giusto. Le donne avevano combattuto non solo per la libertà ma anche per affermare una Italia diversa per i loro diritti civili e sociali che solo molto lentamente furono ad esse concesse nonostante la nuova Costituzione. Rimangono i numeri ufficiali che parlano di 4.653 donne arrestate, torturate, condannate; 2.750 deportate nei campi di concentramento nazisti e 623 fucilate o morte in combattimento.<br />
Ad esse furono conferite sedici medaglie d’oro al valor militare e diciassette d’argento. Per questo, oggi che quasi tutte non sono più in vita rimane difficile, sulla base della sola documentazione ufficiale, ricostruire il quadro reale a partire dai nomi e dalle storie.<br />
I nomi di battaglia di alcune partigiane calabresi li conosciamo: Cecilia, Cunegonda, Angiolina, Prima, Beba, Reginella, Nina, Lia Ferrero, Maia, Mina … Erano casalinghe, operaie, professoresse, contadine, alcune nemmeno maggiorenni. Oggi, di molte di loro, tranne il nome, non conosciamo praticamente nulla, non una foto in quell’oltremondo che si chiama internet. Anche nei loro paesi di origine il ricordo sembra definitivamente perso. Alcune storie magnifiche sono venute alla luce grazie anche all’Istituto Calabrese per la Storia dell’Antifascismo, all’ANPI, a studiosi che tengono accesa l’attenzione su una vicenda che riserva sempre nuove sorprese. Giuseppina Russo di Roccaforte del Greco una delle Api furibonde dell’omonimo libro che da organizzatrice degli scioperi nelle fabbriche finisce come partigiana combattente, dalla resistenza civile a quella armata.<br />
Anna Cinanni, di Gerace, sorella di Paolo, che subì ripetute sevizie in carcere, una delle dodici biografie di partigiane contenute nel libro &#8216;La Resistenza taciuta&#8217; e nell’altro volume di Lentini-Guerrisi &#8216;I partigiani calabresi nell’Appennino Ligure-Piemontese&#8217;, anche lei protagonista di quel raffinato gioco delle apparenze alla base di episodi infinite volte narrati di donne che superano i posti di blocco con le loro sporte piene di volantini o munizioni – piene di politica e di guerra – esibendo i simboli della routine domestica o della femminilità inoffensiva.<br />
Caterina Tallarico di Marcedusa, sorella del più noto comandante partigiano “Frico” che appena laureata in medicina sale in montagna e comincia a ricoprire il ruolo di medico nella brigata del fratello Federico esercitando non solo verso i partigiani feriti e bisognosi di cure, ma anche nei confronti di tedeschi e fascisti prigionieri. Per fortuna un suo libro autobiografico, &#8216;Una donna … un medico … una vita&#8217;, ci permette di avere tutte le informazioni di prima mano su di lei.<br />
Anna Condò di Reggio Calabria, testimone della strage della Benedicta in cui fu ucciso il fratello. E poi tante altre donne di cui conosciamo meno: Cosco Lucia (Catanzaro); Lucio Alba (Crotone); Lucio Assunta (Crotone); Di Tocco Maria (Vibo Valentia); Oneglia Antonietta (Catanzaro); Carpino Maria (Colosimi), Fadel Giacomina (Cosenza); Arcidiaco Domenica (San Lorenzo); Bazzani Gazagne Margherita (Sant’Ilario dello Ionio); Pontoriero Anna (Rosarno); Pontoriero Giulia (Rosarno); Pontoriero Tina (Rosarno); Torello Maria (Reggio Calabria); Panuccio Maria (Sant’Eufemia d’Aspromonte); Gangemi Concetta (Palmi); Pata Franceschina (Mileto); Pata Angela (Mileto); Di Tocco Bice (Reggio Calabria); Ranieri Isolina (San Giorgio Morgeto); Forte Carinda (Saracena); Montanari Carmelina (Siderno); Iaconetti Maria (Carolei); Barone Maria (Vibo Valentia); Vuorinna Giovanna (Rossano Calabro) …</p>
<p><em>*sociologo e scrittore</em></p>
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		<title>Il 25 aprile di una ex consigliera comunista: &#8220;Riabitare la Calabria&#8221;</title>
		<link>https://www.calabrianews.it/il-25-aprile-di-una-ex-consigliera-comunista-riabitare-la-calabria/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 Apr 2021 11:08:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[liberazione]]></category>
		<category><![CDATA[tavella]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Riceviamo e pubblichiamo le riflessioni sul 25 aprile di Rosa Tavella, ex consigliera regionale di Rifondazione Comunista Sono stata sempre orgogliosa di essere calabrese Se negli anni dell’università, a Pisa, mi chiamavano Calabria Saudita sorridevo contenta e ancora più contenta ero della mia faccia inequivocabilmente mediterranea. Ridevo delle mie vocali larghe anche se non mi [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Riceviamo e pubblichiamo le riflessioni sul 25 aprile di Rosa Tavella, ex consigliera regionale di Rifondazione Comunista</p>
<h3><em>Sono stata sempre orgogliosa di essere calabrese</em></h3>
<p><em>Se negli anni dell’università, a Pisa, mi chiamavano Calabria Saudita sorridevo contenta e ancora più contenta ero della mia faccia inequivocabilmente mediterranea.</em></p>
<p><em>Ridevo delle mie vocali larghe anche se non mi piaceva indulgere nel dialetto identitario. Ero contenta di essere una piccola donna del Sud curiosa delle culture altrui, anche delle storie dei più forti, ma ancorata alle sue origini, a quel retroterra di fatiche e difficoltà ma anche di straordinarie bellezze e risorse che era racchiuso nella mia terra.</em></p>
<p><em>Sono ritornata in Calabria che in verità non avevo mai abbandonato perché avevo fiducia nel cambiamento, nel riscatto di una generazione assicurato da un lavoro scelto e qualificato, da uno spirito critico per poter discriminare, da una forte volontà di dimostrare che donne e uomini nuovi potevano disegnare una architettura sociale e politica e professionale diversa, libera. Ho sempre pensato che al di là degli stereotipi, dei luoghi comuni, la Calabria era Italia anche quando appariva particolare, lontana, diversa.</em></p>
<p><em>La scuola, l’università, la politica, il femminismo, la letteratura, mi hanno fatto sempre sentire cittadina del mondo. E ho avuto anche la fortuna di un testimone   prezioso, compagno per 50 anni di vita, Antonio Milano, una persona geniale, speciale per intelligenza, creatività, cultura ,umanità  che ho perso troppo presto per una terribile malattia. Insieme ad Antonio e ai nostri compagni e compagne di strada dicevamo Lamezia come Milano per dire che idee, lotte, aspirazioni, sensibilità, progetti, ci univano al resto dell’Italia, ci rendevano simili molto  più che differenti dagli altri nostri coetanei. Le parole, la musica, le lotte, la cultura, le aspirazioni di giustizia e uguaglianza e libertà ci rendevano attori di uno stesso processo, in ogni luogo. Eravamo tutti realmente connessi.</em></p>
<h3><em>Tutto questo non è solo nella mia testa.</em></h3>
<p><em>Basta guardare le foto, i filmati, i manifesti, i volantini, i documenti politici, i giornali di quegli anni. E quelle che  erano  le associazioni culturali, le sedi di partito, le radio libere, le televisioni locali, le manifestazioni contro i fascisti e i boia chi molla, per la pace, contro ogni guerra, contro gli F16 e il ponte sullo stretto, contro la centrale a carbone di Gioia Tauro e per una agricoltura biologica, le piazze colorate delle femministe per un mondo a partire da sé, per  i consultori e l’aborto libero e gratuito.  Alle elezioni prendevamo percentuali bassissime, qualcuno, qualcuna a mò di sentinella, riusciva anche a stare nelle istituzioni, mentre il nostro popolo  riempiva le piazze, i cinema, i teatri. Era corpo vivo di una Calabria migliore, piena di futuro, con giovani nuovi istruiti, consapevoli, anche colti, non più  servi,  politicizzati, soggetti della propria storia.</em></p>
<h3><em>Non è bastato.</em></h3>
<p><em>Scardinare il potere consolidato dei più forti, l’egoismo dei potenti, la penetrazione ndranghetistica e affaristica, l’uso strumentale dei problemi del sud da parte dei governi centrali, le leggi di una economia che non metteva al centro persone e ambiente e salute, era troppo arduo anche per le nuove generazioni del cambiamento, in parte poi riassorbite dai poteri dominanti, in parte disperse, separate nel proprio privato.</em></p>
<p><em>Così quelle giovani e quei  giovani nuovi hanno in parte cambiato la propria vita, hanno anche segnato con le loro idee usi e costumi e culture e relazioni nella loro terra, ma non hanno vinto e non sono riusciti a trattenere i loro figli. E’ iniziata nuovamente la diaspora perché, proprio quando il mondo globalizzato metteva tutto a portata di mano, si dissolvevano le promesse di riscatto e di cambiamento, si perdeva soggettività,  e cosi di nuovo per studiare, per lavorare, per curarsi, si andava via. </em></p>
<h3><em>Chiudevano alcuni, aprivano altri</em></h3>
<p><em>Chiudevano ospedali, tribunali, uffici pubblici, i pochi insediamenti industriali; scuole, stazioni ferroviarie, cinema, teatri. Ma si moltiplicavano i centri commerciali, gli sportelli bancari, le attività economiche fantasma, le discariche, le pale eoliche e le centrali elettriche e aumentavano le strade franate, i paesi dissestati, disabitati, i rifiuti interrati o sepolti nel mare, i consigli comunali disciolti per infiltrazioni mafiose, la disoccupazione, la povertà.</em></p>
<p><em>Oggi la Calabria progressivamente si spopola, aumenta la corruzione, il peso della ndrangheta,  si desertifica una regione , si desertifica la democrazia. Non è solo qui che avviene il disastro. La politica ovunque non è più partecipazione, idea di futuro, proposta di cambiamento. E l’esodo parte da qui ma continua altrove, portando le persone fuori dalla Calabria ma anche dall’Italia. Si perdono ovunque: lavoro, diritti, salute, servizi. Il Paese tutto si mostra fragile e indifeso di fronte ad alluvioni, terremoti, avvelenamenti industriali. Il pensiero unico del moderno capitalismo fa danni ovunque e interconnette in negativo gli estremi della penisola. E poi l’imprevisto, l’inaudito, la Pandemia.</em></p>
<h3><em>Noi dobbiamo cambiare questa realtà che inesorabilmente ci uccide</em></h3>
<p><em>Lo dobbiamo fare per primi noi calabresi che più facilmente di altri potremmo non farcela, che già in qualche modo, prima di ogni ufficiale autonomia differenziata, siamo stati sganciati, abbandonati, considerati scarto.</em></p>
<p><em>E Invece dobbiamo  e vogliamo vivere la Calabria come un corpo largo che ha bisogno di essere nutrito, accudito, messo in salute, promosso, valorizzato.</em></p>
<p><em>Ci sarebbe da fare tanto lavoro socialmente utile per mettere in sicurezza da terremoti, alluvioni, frane, smottamenti la nostra terra fragile, per rivitalizzare i suoi parchi, tra i più grandi e i più belli d’Italia, il nostro polmone naturale, per difendere le nostre coste e il nostro mare da cementificazioni, porti inutili, sversamenti di rifiuti,per rendere    abitati, accoglienti, i nostri  tanti piccoli paesi, borghi ricchi di storia e oramai senza vita.</em></p>
<h3><em> Ci vuole tanto lavoro </em></h3>
<p><em>per garantire a tutti e tutte salute,  cura delle malattie,  assistenza.</em></p>
<p><em>Ce ne vuole tanto per cure per i bambini, le persone malate, quelle non autosufficienti</em></p>
<p><em>Ci vuole molta consapevolezza per rispettare i percorsi di libertà delle donne, la loro autonomia, i loro lavori,la loro sicurezza.</em></p>
<p><em>Abbiamo bisogno di tanti lavoratori e lavoratrici: medici, infermieri, tecnici, operai, artigiani, commercianti, impiegati, agricoltori, imprenditori, geologi, ingegneri, architetti, insegnanti…</em></p>
<p><em>Abbiamo bisogno di donne e uomini nuovi con la cultura dell’accoglienza, del rispetto di ogni diversità, con le ali spiegate verso il futuro e lo sguardo attento rivolto al passato come l’Angelus Novus caro a Walter Benjamin, perché il passato parli al nostro presente e aiuti la costruzione del futuro.</em></p>
<p><em>Un’altra storia è necessaria, governata da un pensiero meridiano che incontra l’altro da sé, che trasforma i confini in ponti, che fa andirivieni tra il mare e la costa, tra diritto e rovescio, come diceva Franco Cassano anche lui purtroppo prematuramente scomparso.</em></p>
<p><em>Questa pandemia alla fine ci riconsegna a noi stessi,  ci isola ma ci fa pensare,  ci impaurisce e però ci dà il tempo di sognare, di desiderare l’autentico, il fondamentale, l’umano sentire.</em></p>
<h3><em>Ripensare la Calabria. </em></h3>
<p><em>Partire dai suoi figli più fragili, ricostruendo un mondo di relazioni che li possa includere, restituendo loro visibilità, diritti, cittadinanza, partecipazione attiva alla costruzione della propria vita .</em></p>
<p><em>Vogliamo cose semplici: una volta si diceva pane terra  lavoro. E’ ancora così ma vogliamo costruire le parole e la politica per dirlo in forma nuova, per fare da protagonisti la nostra storia, per creare cultura, salute, armonia con il nostro ambiente, per lottare contro ingiustizie, soprusi, violenze di ogni tipo .</em></p>
<h3><em>Ce la possiamo fare </em></h3>
<p><em>insieme a un candidato presidente Luigi De Magistris  che crede fermamente in questo riscatto, ce la possiamo fare con Mimmo Lucano che ha  testimoniato  con Riace che un’altra idea di convivenza è possibile, con le femministe e tutte le donne calabresi che cercano con coraggio di parlare per sé e per i diritti di tutti, con i giovani e le giovani che vogliamo far ritornare per ripopolare , per arricchire con i loro saperi questa terra bellissima, con i compagni e le compagne di una vita, resistenti e solidali, da anni impegnati contro ogni stereotipo che li vuole rassegnati e perdenti.</em></p>
<p><em>Ce la possiamo fare per creare una Calabria migliore, giusta, democratica, antifascista, solidale, multicolore</em></p>
<p><em>Viva il 25 Aprile, viva la Liberazione, viva la Calabria resistente, viva l’Italia&#8221;</em></p>
<p>*Ex consigliera regionale Rifondazione Comunista</p>
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		<title>Per il 25 aprile Reggio ricorda Teresa Gullace e il partigiano Malerba con due murales</title>
		<link>https://www.calabrianews.it/per-il-25-aprile-reggio-ricorda-teresa-gullace-e-il-partigiano-malerba-con-due-murales/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Apr 2021 18:13:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura e Società]]></category>
		<category><![CDATA[Reggio Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[25 aprile]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Falcomatà]]></category>
		<category><![CDATA[liberazione]]></category>
		<category><![CDATA[murales]]></category>
		<category><![CDATA[partigiani]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.calabrianews.it/?p=152348</guid>

					<description><![CDATA[<p>Per la Festa di Liberazione, a Reggio Calabria saranno inaugurati due murales per ricordare il partigiano &#8220;Malerba&#8221; e Teresa Gullace, ma tante altre iniziative sono in programma nella città dello Stretto per la ricorrenza. Spiega il sindaco Giuseppe Falcomatà: «Attraverso l&#8217;arte ci rivolgiamo soprattutto alle nuove generazioni affinché difendano sempre i valori della libertà e [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div dir="auto"><strong>Per la Festa di Liberazione, a Reggio Calabria saranno inaugurati due murales per ricordare il partigiano &#8220;Malerba&#8221; e Teresa Gullace,</strong> ma tante altre iniziative sono in programma nella città dello Stretto per la ricorrenza.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Spiega il sindaco Giuseppe Falcomatà: «Attraverso l&#8217;arte ci rivolgiamo soprattutto alle nuove generazioni affinché difendano sempre i valori della libertà e della democrazia conquistati col sacrificio e l&#8217;impegno della Resistenza». Così, in occasione del 25 aprile, anniversario della Liberazione del Paese dal nazifascismo, saranno inaugurati due grandi murales dedicati a quanti, col loro impegno ed il loro sacrificio, hanno contribuito a rendere l’Italia terra di civiltà e democrazia.</div>
<div dir="auto"><strong>Alle ore 12, in via Enna, nell’area del Largo Botteghelle, l’Amministrazione comunale e la Città Metropolitana di Reggio Calabria presenteranno alla città due distinte opere che richiamano le figure di Pasquale Brancatisano detto “Malerba”, partigiano di Samo, e di Teresa Gullace, la donna originaria di Cittanova che ispirò il personaggio di Pina, interpretato da Anna Magnani, nel celeberrimo film di Roberto Rossallini “Roma Città aperta”.</strong> Gli artisti che realizzeranno i murales sono Daniele Geniale e Luis Gomez de Teran, coordinati da Inward Osservatorio Nazionale sulla Creatività Urbana che da anni lavora seguendo un proprio modello nazionale di valorizzazione della street art tra pubblico, privato, no profit e internazionale.</div>
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<div dir="auto">«Ancora una volta – ha detto il sindaco Giuseppe Falcomatà – è l’arte la leva sulla quale spingiamo per celebrare una ricorrenza solenne. Durante la dittatura e la guerra, molti cittadini reggini hanno pagato un prezzo altissimo per l’affermazione della libertà, della giustizia e della democrazia. Con queste opere ricordiamo il partigiano “Malerba” e Teresa Gullace, ma idealmente vogliamo preservare la memoria di quanti, nelle nostre comunità, hanno subito e resistito alla violenza e alla prevaricazione dell’abominio nazifascista».</div>
<div dir="auto">«Non sono soltanto gesti simbolici», ha affermato, ancora, il sindaco aggiungendo: «Abbiamo, infatti, la responsabilità e la necessità di preservare e tramandare i valori incaranti da chi deve sempre rappresentare un esempio, soprattutto, per le nuove generazioni. Sono passati 76 anni dalla fine del secondo conflitto mondiale e dalla Liberazione del nostro Paese. Molti protagonisti di allora non ci sono più e noi abbiamo l’obbligo di raccogliere il testimone che ci hanno lasciato affermando, ogni giorno e in ogni maniera possibile, i principi fondamentali che stanno alla base della nostra Costituzione. Attraverso i murales, quindi, rivolgiamo le nostre attenzioni ai più giovani, a chi, cresciuto lungo un arco temporale troppo distante dai fatti del 1945, non può permettersi di perdere la strada, ma deve continuare sul sentiero di libertà tracciato dai nostri avi. La democrazia e la libertà sono valori sacri, ma allo modo sottili e delicati. Vanno perciò difesi sempre senza mai darli per assodati e compiuti. L’incoscienza dell’uomo, purtroppo, in attimo è capace delle cose più indicibili».</div>
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<div dir="auto"><strong>Quello di via Enna sarà l’appuntamento cardine di una giornata intensa e ricca di eventi per celebrare l’anniversario della Liberazione. Alle ore 10, infatti, un’altra iniziativa si terrà a Piazza Castello, nel solco del progetto delle “Panchine parlanti” lanciato dall’Amministrazione comunale guidata dal sindaco Giuseppe Falcomatà. Sarà posta una seduta dedicata ad Antonio Gramsci ed ai valori della Resistenza.</strong></div>
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<div dir="auto">Alle ore 11, invece, ai piedi della statua del Partigiano nella villa Comunale, si svolgerà il tradizionale omaggio con la deposizione di una corona di fiori. Tutte le manifestazioni sono promosse dall’Amministrazione comunale di Palazzo San Giorgio e dalla Città Metropolitana, in collaborazione con l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia.</div>
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