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	<title>Cgia Archivi - Calabria News</title>
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	<description>Calabria News quotidiano on line: Cronaca e notizie di Lamezia Terme, informazioni di sport e cultura.</description>
	<lastBuildDate>Sat, 06 Jun 2026 13:44:36 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Economia sommersa, analisi Cgia: Calabria in cima alla classifica nazionale per lavoro nero e caporalato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorena Iuffrida]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 12:53:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[Caporalato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In Italia il lavoro nero continua a rappresentare una realtà economica di dimensioni rilevanti. Secondo un’analisi dell’Ufficio studi della CGIA su dati Istat riferiti al 2023, il volume d’affari generato dall’economia sommersa supera i 77 miliardi di euro all’anno. Oltre un terzo di questa ricchezza prodotta irregolarmente (il 35,7 per cento) si concentra nelle regioni [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>In Italia il lavoro nero continua a rappresentare una realtà economica di dimensioni rilevanti. Secondo un’analisi dell’Ufficio studi della CGIA su dati Istat riferiti al 2023, il volume d’affari generato dall’economia sommersa supera i 77 miliardi di euro all’anno. Oltre un terzo di questa ricchezza prodotta irregolarmente (il 35,7 per cento) si concentra nelle regioni del Mezzogiorno, dove si registra anche la quota più elevata di lavoratori coinvolti. Su un totale nazionale di 2,6 milioni di occupati irregolari, infatti, il 37,5 per cento opera nel Sud. Se storicamente il fenomeno è stato associato alle regioni meridionali, oggi il lavoro sommerso è diffuso in misura preoccupante anche nel Centro-Nord. A livello settoriale, le situazioni più critiche si riscontrano nei servizi alla persona, dove il tasso di irregolarità raggiunge il 48,8 per cento. In questo comparto rientrano soprattutto colf, badanti e altre figure impegnate nell’assistenza domestica. Seguono l’agricoltura, con un tasso di irregolarità del 20,8 per cento, e le attività artistiche e di intrattenimento <em>(attori, cantanti, spettacoli viaggianti, giochi, parchi divertimento, etc.)</em> al 20,3 per cento. I dati confermano come il lavoro nero continui a rappresentare un fenomeno strutturale dell’economia italiana, con effetti rilevanti sia sul piano sociale sia su quello tributario e contributivo.</p>
<p><strong>Il “nero” è diffuso soprattutto in Calabria, Campania e Sicilia- </strong>Come dicevamo, il valore aggiunto prodotto nel 2023 dal lavoro irregolare in Italia è stato pari a 77,1 miliardi di euro, di cui 27,5 miliardi nel Mezzogiorno, 19,4 nel Nordovest, 16,5 nel Centro e 13,7 nel Nordest. Se misuriamo la propensione al “nero” delle regioni, vale a dire l’incidenza percentuale dell’ammontare riconducibile al valore aggiunto del lavoro irregolare sul valore aggiunto totale regionale, l<strong>a quota più elevata, pari all’8,3 per cento, interessa la Calabria.</strong> Seguono la Campania con il 7 per cento, la Sicilia con il 6,4 per cento e la Puglia con il 6,3 per cento. La media nazionale è del 4 per cento.</p>
<p>Dei 2.608.600 occupati non regolari stimati in Italia dall’Istat, 979.500 sono ubicati nel Mezzogiorno, 634.000 nel Nordovest, 572.300 nel Centro e 422.800 nel Nordest. Se calcoliamo il tasso di irregolarità, dato dal rapporto tra il numero degli irregolari e il totale occupati per regione, la presenza più significativa si registra sempre nel Sud e, in particolare, <strong>in Calabria con il 17,9 per cento</strong>. Seguono la Campania con il 14,4 per cento e la Sicilia con il 14 per cento. Il dato medio Italia è del 10 per cento</p>
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		<title>Cgia: al Sud più pensionati che lavoratori, anche Reggio e Cosenza tra le realtà più critiche</title>
		<link>https://www.calabrianews.it/cgia-al-sud-piu-pensionati-che-lavoratori-anche-reggio-e-cosenza-tra-le-realta-piu-critiche/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio De Fazio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Nov 2025 19:31:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’Ufficio studi della Cgia di Mestre, in un&#8217;analisi, evidenzia che nel Sud e nelle Isole il numero delle pensioni erogate è nettamente superiore a quello dei lavoratori. Nel 2024, infatti, a fronte di 7,3 milioni pensioni pagate, avevamo poco più di 6,4 milioni di occupati. La regione con il disallineamento più marcato è la Puglia, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>L’Ufficio studi della Cgia di Mestre, in un&#8217;analisi, evidenzia che nel Sud e nelle Isole il numero delle pensioni erogate è nettamente superiore a quello dei lavoratori. Nel 2024, infatti, a fronte di 7,3 milioni pensioni pagate, avevamo poco più di 6,4 milioni di occupati.<br />
La regione con il disallineamento più marcato è la Puglia, che registra un saldo negativo pari a 231.700 unità. A eccezione della Liguria, dell’Umbria e dalle Marche, invece, le regioni del Centro-Nord mantengono un saldo positivo che si è rafforzato, grazie al buon andamento dell’occupazione avvenuto negli ultimi 2/3 anni. Dalla differenza tra i contribuenti attivi (lavoratori) e gli assegni erogati ai pensionati, spicca, sempre nel 2024, il risultato della Lombardia (+803.180), del Veneto (+395.338), del Lazio (+377.868), dell’Emilia Romagna (+227.710) e della Toscana (+184.266).</p>
<p>LECCE, REGGIO CALABRIA, COSENZA, TARANTO E MESSINA LE REALTA&#8217; PIU&#8217; IN «DIFFICOLTA&#8217;»<br />
Dall’analisi del saldo tra il numero di occupati e le pensioni erogate nel 2024, la provincia più «squilibrata» d’Italia è Lecce: la differenza è pari a -90.306. Seguono <strong>Reggio Calabria</strong> con -86.977, <strong>Cosenza</strong> con 80.430, Taranto con -77.958 e Messina con -77.002. Va segnalato che l’elevato numero di assegni erogati nel Sud e nelle Isole non è ascrivibile alla eccessiva presenza delle pensioni di vecchiaia/anticipate, ma invece all’elevata diffusione dei trattamenti assistenziali e di invalidità. Un risultato preoccupante che dimostra con tutta la sua evidenza gli effetti provocati in questi ultimi decenni da quattro fenomeni strettamente correlati fra di loro: la denatalità, il progressivo invecchiamento della popolazione, un tasso di occupazione molto inferiore alla media UE e la presenza di troppi lavoratori irregolari. La combinazione di questi fattori ha ridotto progressivamente il numero dei contribuenti attivi e, conseguentemente, ingrossato la platea dei percettori di welfare. Un problema che non riguarda solo l’Italia; purtroppo, attanaglia gran parte dei paesi del mondo occidentale.</p>
<p>Con sempre più pensionati e un numero di occupati che, tendenzialmente, dovrebbe rimanere stabile, nei prossimi anni &#8211; ricorda l&#8217;associazione &#8211; la spesa pubblica è destinata ad aumentare e nel giro di poco tempo queste dinamiche potrebbero compromettere l’equilibrio dei conti pubblici e la stabilità economica e sociale dell’Italia. Per frenare questa tendenza è fondamentale ampliare la base occupazionale, facendo emergere i tanti lavoratori in nero presenti nel Paese, incrementando, in particolare, i tassi di occupazione dei giovani e delle donne che, in Italia, restano tra i più bassi d’Europa.<br />
Con tanti pensionati e pochi giovani, anche le imprese sono in seria difficoltà. Reperire sul mercato del lavoro figure professionali altamente specializzate è ormai diventata un’impresa quasi impossibile. Ad oggi, la regione che presenta l’indice di anzianità dei dipendenti privati più elevato è la Basilicata (82,7). Significa che ogni 100 dipendenti al di sotto dei 35 anni, ve ne sono 82,7 che hanno oltre 55 anni. Seguono la Sardegna (82,2), il Molise (81,2), l’Abruzzo (77,5) e la Liguria (77,3). Il dato medio nazionale è pari al 65,2. Le regioni meno “colpite” da questo fenomeno &#8211; anche se già da alcuni anni sono costrette comunque a fare i conti con questa criticità &#8211; sono l’Emilia Romagna (63,5), la Campania (63,3), il Veneto (62,7), la Lombardia (58,6) e il Trentino Alto Adige (50,2).</p>
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		<item>
		<title>Ricerca Ufficio Studi Cgia Mestre: la Calabria terzultima per soddisfazione sul lavoro</title>
		<link>https://www.calabrianews.it/ricerca-ufficio-studi-cgia-mestre-la-calabria-terzultima-per-soddisfazione-sul-lavoro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio De Fazio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Oct 2025 13:28:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura e Società]]></category>
		<category><![CDATA[Cgia]]></category>
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		<category><![CDATA[Ricerca]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Calabria è terzultima nelle aree geografiche con il più alto livello di soddisfazione lavorativa in Italia, con un livello di felicità del proprio lavoro del 43,8% (pari a 245mila persone), la Basilicata penultima con il 42,3% (pari a 96mila) e, infine, la Campania con il 41,2% (681mila). E&#8217; quanto emerge da una ricerca dell&#8217;Ufficio [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La <strong>Calabria</strong> è terzultima nelle aree geografiche con il più alto livello di soddisfazione lavorativa in Italia, con un livello di felicità del proprio lavoro del 43,8% (pari a 245mila persone), la Basilicata penultima con il 42,3% (pari a 96mila) e, infine, la Campania con il 41,2% (681mila).<br />
E&#8217; quanto emerge da una ricerca dell&#8217;<strong>Ufficio Studi della Cgia di Mestre</strong> che si basa sull&#8217;indagine Bes-Istat condotta nel 2023. La ricerca considera vari fattori quali le opportunità di carriera, l&#8217;orario di lavoro, la stabilità occupazionale, la distanza tra casa e luogo di lavoro e l&#8217;interesse per le mansioni svolte.<br />
Da questa elaborazione è emerso che in Italia sono 12,2 milioni gli addetti che hanno dichiarato di &#8220;amare&#8221; il proprio lavoro, pari al 51,7 per cento del totale degli occupati presenti nel Paese.<br />
A livello territoriale la Valle d&#8217;Aosta si è posizionata al primo posto nella classifica nazionale con il 61,7% degli occupati (in valore assoluto pari a 70mila persone). Seguono la Provincia Autonoma di Trento con il 61,1% (161mila) e quella di Bolzano con il 60,5% (170mila). Subito dopo si sono collocate l&#8217;Umbria con il 58,2% (234mila), il Piemonte con il 57,1% (poco più di un milione) e le Marche con il 55,4% (370mila).</p>
<p>L&#8217;analisi dell&#8217;Ufficio studi della Cgia mette a confronto inoltre l&#8217;indicatore appena analizzato con altri nove collegati sempre alla qualità dell&#8217;attività lavorativa svolta. Attraverso questa operazione è stato possibile misurare il benessere aziendale presente in tutte le 21 regioni d&#8217;Italia. Analizzando i risultati che emergono dall&#8217;incrocio dei 10 sotto indicatori sulla qualità del lavoro, è la Lombardia a guidare la graduatoria nazionale. Seguono la Provincia Autonoma di Bolzano, il Veneto, la Provincia Autonoma di Trento, il Piemonte e il Friuli Venezia Giulia. Nelle parti basse della classifica troviamo la Sicilia, la Basilicata e, <strong>fanalino di coda, la Calabria</strong>. Tra coloro che hanno deciso di non lavorare e nemmeno di cercare un posto di lavoro spicca il dato della <strong>Calabria</strong> pari al 32,1%.</p>
<p>Per quanto riguarda gli infortuni mortali, in particolare quelli che hanno provocato nel 2022 una inabilità permanente ogni 10mila occupati,  tra le regioni più investite Cgia segnala l&#8217;Abruzzo con il 14,7%, la Basilicata con il 16,1% e l&#8217;Umbria con il 16,7%. La regione meno coinvolta, invece, è stata la Lombardia con il 7,4%. Rispetto al numero di precari &#8211; vale a dire alla percentuale di occupati con lavori a termine da almeno 5 anni &#8211; le situazioni più critiche registrate nel 2023 hanno interessato la Calabria e la Puglia entrambe con il 25,5%, la Basilicata con il 25,7% e la Sicilia con il 27,9%. La Lombardia, con il 10,7% è la meno interessata da questo fenomeno. </p>
<p>Il tasso di occupazione più elevato è in capo alla Provincia Autonoma di Bolzano che è pari al 79,6% per cento. La punta più elevata degli occupati sovraistruiti  è del 33,5% in Molise. Il <strong>lavoro irregolare è presente soprattutto nel Mezzogiorno</strong>, con punte ogni 100 occupati del 16%  in Sicilia.  La paura di perdere il posto di lavoro è diffusa soprattutto nel Mezzogiorno con le situazioni più critiche in Basilicata (8,8%), <strong>Calabria</strong> (5,9%) e in Sicilia (6,4%).  Per il part time involontario presente ogni 100 occupati, le situazioni più critiche hanno interessato il Molise con il 13,8%, la Sardegna con il 14,7%  e la Sicilia con il 14,8%.  A far maggior ricorso allo smart working sono stati i lavoratori del Lazio: nel 2023 la media ha interessato il 20,9% degli occupati.</p>
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		<item>
		<title>Report Cgia: è la Calabria la regione più povera d&#8217;Italia. Milano la città più ricca e più tassata</title>
		<link>https://www.calabrianews.it/report-cgia-e-la-calabria-la-regione-piu-povera-ditalia-milano-la-citta-piu-ricca-e-piu-tassata/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio De Fazio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 Sep 2025 07:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[Cgia]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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		<category><![CDATA[Regione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il prelievo medio netto Irpef più elevato sul reddito 2023 ha interessato i contribuenti della Città Metropolitana di Milano con 8.846 euro. Seguono le persone fisiche di Roma con 7.383, della provincia di Monza-Brianza con 6.908, di Bolzano con 6.863 e della Città Metropolitana di Bologna con 6.644. I meno &#8216;tartassati&#8217; d&#8217;Italia sono stati i contribuenti della Sud Sardegna che hanno pagato 3.619 euro. La media nazionale è stata pari a 5.663 euro. Lo rileva l&#8217;Ufficio studi della CGIA che [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="themed-links break-words font-prose font-thin text-md leading-160">Il <strong>prelievo medio netto Irpef</strong> più elevato sul <strong>reddito 2023</strong> ha interessato i <strong>contribuenti</strong> della <strong>Città Metropolitana di Milano</strong> con 8.846 euro. Seguono le <strong>persone fisiche</strong> di <strong>Roma</strong> con 7.383, della <strong>provincia di Monza-Brianza</strong> con 6.908, di <strong>Bolzano</strong> con 6.863 e della <strong>Città Metropolitana di Bologna</strong> con 6.644. I meno &#8216;tartassati&#8217; d&#8217;Italia sono stati i <strong>contribuenti</strong> della <strong>Sud Sardegna</strong> che hanno pagato 3.619 euro. La <strong>media nazionale</strong> è stata pari a 5.663 euro. Lo rileva l&#8217;<strong>Ufficio studi della CGIA</strong> che ha elaborato i dati del <strong>Ministero dell&#8217;Economia e delle Finanze</strong>.</p>
<p class="themed-links break-words font-prose font-thin text-md leading-160"><span style="color: #111111; font-family: Roboto, sans-serif; font-size: 27px;">Correlazione tra prelievo fiscale e reddito</span></p>
<p class="themed-links break-words font-prose font-thin text-md leading-160">In considerazione del fatto che il nostro <strong>sistema fiscale</strong> si fonda su <strong>criteri di progressività</strong>, la ricerca evidenzia che le aree geografiche caratterizzate da un <strong>prelievo fiscale</strong> più elevato corrispondono, in linea di massima, a quelle con <strong>redditi</strong> più alti. Infatti, analizzando la graduatoria delle <strong>province italiane</strong> per <strong>reddito complessivo medio dichiarato</strong>, si evidenzia che la <strong>Città Metropolitana di Milano</strong> è la più ricca con 33.604 euro. Seguono i <strong>contribuenti</strong> di <strong>Bologna</strong> con 29.533, quelli di <strong>Monza-Brianza</strong> con 29.455, di <strong>Lecco</strong> con 28.879, di <strong>Bolzano</strong> con 28.780, di <strong>Parma</strong> con 28.746 e di <strong>Roma</strong> con 28.643. Tutte realtà territoriali che si contendono anche le primissime posizioni della classifica relativa al <strong>prelievo fiscale</strong> riconducibile all&#8217;<strong>Irpef</strong>.</p>
<h2 class="h4 pt-2 border-t border-base-300">Servizi pubblici e imposizione fiscale</h2>
<p class="themed-links break-words font-prose font-thin text-md leading-160">Nei territori in cui l&#8217;<strong>imposta sulle persone fisiche</strong> è più elevata, solitamente si osserva una <strong>qualità/quantità superiore dei servizi pubblici</strong> offerti ai cittadini, quali <strong>trasporti</strong>, <strong>infrastrutture sociali</strong>, <strong>istruzione</strong>, <strong>cultura</strong>, <strong>sport</strong> e <strong>tempo libero</strong>.</p>
<h2 class="h4 pt-2 border-t border-base-300">Divario Nord-Sud in termini di reddito e tassazione</h2>
<p class="themed-links break-words font-prose font-thin text-md leading-160">Sia per quanto riguarda il <strong>livello di reddito</strong> che di <strong>tassazione</strong>, la <strong>Cgia</strong> annota che lo scostamento tra <strong>Nord e Sud</strong> del Paese è &#8220;molto rilevante&#8221;. Si pensi che tra le 107 province monitorate in questa analisi, la prima area geografica del <strong>Mezzogiorno</strong> per <strong>livello di prelievo Irpef</strong> e anche per quel che concerne il <strong>reddito complessivo medio</strong> è la <strong>Città Metropolitana di Cagliari</strong> che occupa rispettivamente il 25° e il 46° posto. Inoltre, stimando la percentuale di <strong>contribuenti</strong> sul totale regionale che dichiara un <strong>reddito complessivo inferiore</strong> a quello <strong>medio nazionale</strong> (pari nel 2023 a 24.830 euro), si nota che le regioni del <strong>Mezzogiorno</strong> presentano dati molto preoccupanti.</p>
<h2 class="h4 pt-2 border-t border-base-300">Situazione critica in Calabria</h2>
<p class="themed-links break-words font-prose font-thin text-md leading-160">Se a livello <strong>medio nazionale</strong> la percentuale è del 65,9%, tutte le regioni del <strong>Sud</strong> e delle <strong>Isole</strong> registrano una quota superiore al 70 per cento. La situazione più critica riguarda la <strong>Calabria</strong>, dove il 77,7 per cento dei <strong>contribuenti</strong> (pari a 919.009 <strong>persone fisiche</strong>) ha dichiarato meno della <strong>media nazionale</strong>.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.calabrianews.it/report-cgia-e-la-calabria-la-regione-piu-povera-ditalia-milano-la-citta-piu-ricca-e-piu-tassata/">Report Cgia: è la Calabria la regione più povera d&#8217;Italia. Milano la città più ricca e più tassata</a> proviene da <a href="https://www.calabrianews.it">Calabria News</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Studio Cgia, in Calabria la quota più elevata di popolazione a rischio povertà (48,8%)</title>
		<link>https://www.calabrianews.it/studio-cgia-in-calabria-la-quota-piu-elevata-di-popolazione-a-rischio-poverta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio De Fazio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 06 Apr 2025 07:00:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[Cgia]]></category>
		<category><![CDATA[popolazione]]></category>
		<category><![CDATA[povertà]]></category>
		<category><![CDATA[rischio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In termini assoluti tutta la popolazione a rischio povertà o esclusione sociale presente in Italia è a pari a 13,5 milioni di persone (23,1 per cento del totale abitanti). Di questi, 7,7 milioni (pari al 57 per cento del totale) sono residenti nel Mezzogiorno. La regione che ne conta di più è la Campania con [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.calabrianews.it/studio-cgia-in-calabria-la-quota-piu-elevata-di-popolazione-a-rischio-poverta/">Studio Cgia, in Calabria la quota più elevata di popolazione a rischio povertà (48,8%)</a> proviene da <a href="https://www.calabrianews.it">Calabria News</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>In termini assoluti tutta la <strong>popolazione a rischio povertà o esclusione sociale</strong> presente in Italia è a pari a 13,5 milioni di persone (23,1 per cento del totale abitanti). Di questi, 7,7 milioni (pari al 57 per cento del totale) sono residenti nel Mezzogiorno. La regione che ne conta di più è la Campania con 2,4 milioni. Seguono la Sicilia con 1,9, il Lazio con quasi 1,5 e la Puglia con 1,46. Se, invece, prendiamo come riferimento la percentuale a rischio povertà sul totale abitanti, <strong>la regione con la quota più elevata è la Calabria (48,8 per cento)</strong>. Seguono la Campania (43,5), la Sicilia (40,9) e la Puglia (37,7). E&#8217; quanto riporta uno studio della Cgia su rischio povertà.</p>
<p>In linea generale tra tutti i nuclei che hanno come capofamiglia un lavoratore autonomo, il rischio povertà o esclusione sociale è al 22,7 per cento, mentre la quota riferita a tutte le famiglie con alla guida un lavoratore dipendente è decisamente inferiore e pari al 14,8 per cento. &#8220;In altre parole- si legge nello studio-, se negli ultimi decenni abbiamo assistito a una progressiva riduzione del potere d’acquisto dei salari che ha spinto verso l’area dell’indigenza molti operai/impiegati con bassi livelli di inquadramento contrattuale, ai lavoratori autonomi le cose sono andate molto peggio. I fatturati hanno subito delle forti contrazioni e, conseguentemente, la qualità della vita delle partite Iva ha subito un deciso aggravamento. La denuncia è sollevata dall’Ufficio studi CGIA che ha elaborato i dati dell’Istat. Qualcuno potrebbe obbiettare che i dati riferiti alla povertà dei lavoratori autonomi sarebbero condizionati da importi reddituali dichiarati non corrispondenti al vero. In realtà, il rischio povertà o esclusione sociale è un indicatore molto complesso che è dato dalla somma delle persone che si trovano in almeno una delle seguenti condizioni: vivono in famiglie a rischio povertà; vivono in famiglie in condizioni di grave deprivazione materiale e sociale; vivono in famiglie a bassa intensità di lavoro. Ovviamente, tra le categorie monitorate dall’Istat la più disagiata economicamente e socialmente è quella dei pensionati, dove il rischio povertà delle famiglie è addirittura al 33,1 per cento&#8221;.</p>
<p><strong>Oltre 5 milioni di partite Iva, metà sono forfettari</strong><br />
In Italia il numero dei lavoratori indipendenti è stimato in 5.170.000 unità. Di questi, poco meno della metà opera in regime dei minimi. Stiamo parlando di attività economiche senza dipendenti e senza alcuna organizzazione d’impresa con un fatturato annuo al di sotto degli 85 mila euro. Insomma, una pura e semplice partita Iva che fa dell’autoimprenditorialità la sua ragione lavorativa. E’ il caso di tanti giovani, di altrettante donne e di molte persone in età avanzata soprattutto del Mezzogiorno che sbarcano il lunario con piccoli lavori/consulenze senza disporre di alcun ammortizzatore sociale e/o sostegno pubblico. Soggetti che faticano a incassare le proprie spettanze e che, nella stragrande maggioranza dei casi, si trovano in condizioni economiche molto fragili e, quindi, a forte rischio di povertà o esclusione sociale.<br />
<strong>Rispetto al 2003, reddito autonomi – 30%</strong><br />
Negli ultimi 20 anni il reddito degli autonomi è sceso del 30 per cento, mentre quello dei lavoratori dipendenti è diminuito di “solo” l’8 per cento. Per i pensionati, invece, il dato è rimasto pressoché stabile. La debolezza economica di molte partite Iva, il crollo dei consumi interni – causato dalle crisi economiche che si sono succedute in questi due decenni – e alla concorrenza praticata dapprima dalla grande distribuzione e negli ultimi anni dal commercio elettronico, hanno fiaccato la tenuta reddituale di tantissime micro attività.</p>
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		<title>Al Nord stipendi dipendenti privati fino al 50% più alti che al Sud: Milano al top, Vibo Valentia ultima</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maurizio De Fazio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Dec 2024 00:00:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le differenze retributive tra i lavoratori dipendenti privati del Nord e i colleghi del Sud sono evidentissime: se i primi percepiscono una busta paga di circa 2 mila euro lordi al mese, quella dei secondi, invece, sfiora i 1.350. In buona sostanza nel settentrione si guadagna mediamente quasi il 50%; pari, in termini monetari, a [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Le differenze retributive tra i lavoratori dipendenti privati del Nord e i colleghi del Sud sono evidentissime: se i primi percepiscono una busta paga di circa 2 mila euro lordi al mese, quella dei secondi, invece, sfiora i 1.350. In buona sostanza nel settentrione si guadagna mediamente quasi il 50%; pari, in termini monetari, a +8.450 euro lordi all&#8217;anno. Lo rileva la Cgia di Mestre, che ha realizzato un&#8217;analisi sugli stipendi. Per questo mese di dicembre, ovviamente, lo spread riguarda anche la tredicesima mensilità che viene pagata proprio in questi giorni. E sebbene le gabbie salariali siano state abolite nel 1972, oltre 50 anni di applicazione dei Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro (CCNL) non ha mitigato le marcate differenze retributive tra le regioni italiane, anche se l&#8217;obbiettivo, in linea di massima, è stato raggiunto solo a livello intra-settoriale.</p>
<p><strong>A Milano i più alti, maglia nera Vibo Valentia</strong><br />
Gli stipendi dei dipendenti privati sono più alti al Nord ma con delle differenze e una top ten che vede in cima Milano. Emerge da un&#8217;analisi condotta dall&#8217;Ufficio studi della CGIA. L&#8217;area geografica con gli stipendi medi più alti è Milano: nel capoluogo regionale lombardo la retribuzione mensile media nel 2023 è stata di 2.642 euro. Seguono i dipendenti privati di Monza-Brianza con 2.218 euro e i lavoratori delle province ubicate lungo la via Emilia. Ovvero, Parma con una busta paga lorda di 2.144 euro, Modena con 2.129 euro, Bologna con 2.123 euro e Reggio Emilia con 2.072 euro. Nella graduatoria nazionale che include 107 province, la prima realtà geografica del Mezzogiorno è Chieti che occupa il 55 posto con una retribuzione mensile media di 1.598 euro. <strong>Infine, tra le province con le retribuzioni più &#8220;leggere&#8221;</strong> scorgiamo Trapani con 1.143 euro, <strong>Cosenza con 1.140 euro</strong> e Nuoro con 1.129 euro. <strong>Maglia nera a livello nazionale è Vibo Valentia, dove i dipendenti occupati in questo territorio percepiscono uno stipendio mensile medio di soli 1.030 euro.</strong></p>
<p>È chiaro, spiega la nota della Cgia di Mestre, che queste disuguaglianze salariali molto marcate sono legate al caro-vita e alla produttività che sono nettamente superiori al Nord rispetto al Sud; al fatto che i valori retributivi medi sono condizionati negativamente dalla presenza dei contratti a termine, che gravitano in particolare nel Mezzogiorno e alla concentrazione delle multinazionali, dei grandi gruppi industriali e degli istituti di credito/finanziari/assicurativi che, rispetto alle Pmi, erogano stipendi più pesanti, ma non sono distribuiti uniformemente lungo tutto lo stivale. La presenza di queste realtà, infatti, si raccoglie, in particolar modo, nelle grandi aree urbane del Nord.</p>
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		<title>Abbandono scolastico: in Italia 431mila giovani nel 2023 hanno lasciato prematuramente gli studi</title>
		<link>https://www.calabrianews.it/abbandono-scolastico-in-italia-431mila-giovani-nel-2023-hanno-lasciato-prematuramente-gli-studi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio De Fazio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Sep 2024 07:20:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[abbandono]]></category>
		<category><![CDATA[Cgia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’inizio del nuovo anno porta con sé la riflessione su un problema che riguarda sempre più giovani italiani: l’abbandono scolastico. Secondo i dati Eurostat e Istat elaborati dall’Ufficio studi della CGIA, riportati da AGI, sono 431mila i giovani tra i 18 e i 24 anni che nel 2023 hanno lasciato prematuramente gli studi. Questo fenomeno preoccupa non [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L’inizio del nuovo anno porta con sé la riflessione su un problema che riguarda sempre più giovani italiani: l’<strong>abbandono scolastico</strong>. Secondo i dati Eurostat e Istat elaborati dall’Ufficio studi della CGIA, riportati da <em>AGI</em>, sono<strong> 431mila i giovani tra i 18 e i 24 anni che nel 2023 hanno lasciato prematuramente gli studi</strong>. Questo fenomeno preoccupa non solo il Mezzogiorno, da sempre più esposto, ma anche alcune aree del Nord Italia. Chi abbandona la scuola ha, nella maggior parte dei casi, conseguito solo la licenza media e non ha completato alcun percorso formativo. La povertà educativa si concentra nelle famiglie più fragili, spesso colpite da difficoltà economiche e sociali, aggravando la situazione in territori già segnati dal degrado urbano. Questo quadro rappresenta una sfida non solo per i giovani, che vedranno <strong>ridotte le possibilità di accedere a occupazioni qualificate,</strong> ma anche per il tessuto economico del Paese. Infatti, le imprese si troveranno in difficoltà a reperire figure specializzate, indispensabili per affrontare le transizioni ecologica e digitale in atto.</p>
<p>Nonostante una leggera diminuzione del fenomeno a livello nazionale, il tasso di abbandono scolastico resta alto.  La regione maggiormente in difficoltà è la Sardegna, che nel 2023 ha registrato un tasso di abbandono scolastico del 17,3%. Seguono la Sicilia con il 17,1%, poi, a sorpresa, la Provincia di Bolzano con il 16,2%. Subito dopo la Campania con il 16%, la Puglia con il 12,8% e la <strong>Calabria</strong> con l&#8217;11,8%. A livello assoluto, l<strong>a Campania guida la classifica</strong> con 72mila giovani fuori dalla scuola, seguita dalla Sicilia (62mila) e dalla Lombardia (53mila).</p>
<p>Il fenomeno, come sottolinea <strong>la CGIA di Mestre</strong>, può essere legato anche all’insoddisfazione verso l’offerta formativa. In tal senso, va riconosciuto il ruolo cruciale degli Istituti di Istruzione e Formazione Professionale (IeFP), che offrono percorsi inclusivi e di recupero, soprattutto per studenti stranieri e ragazzi reduci da insuccessi scolastici. Queste scuole, spesso situate in contesti di degrado sociale, rappresentano presidi di legalità e devono essere sostenute con maggiori risorse. A livello europeo, l’Italia si colloca al terzo posto per tasso di abbandono scolastico (10,5%), preceduta solo da Spagna e Germania.</p>
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		<title>Report Cgia-dati Inps: gli statali si ammalano più dei lavoratori privati. Calabria in testa per assenze</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maurizio De Fazio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 31 Aug 2024 12:14:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I lavoratori del settore pubblico in Italia si ammalano di più, ma restano meno tempo in malattia. È la fotografia scattata dall’ufficio studi della Cgia di Mestre, a partire dei dati registrati dall’Inps. Guardando alle statistiche del primo trimestre dell’anno il divario in termini di incidenza delle assenze è di quasi dieci punti percentuali: tra [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>I lavoratori del settore pubblico in Italia si ammalano di più, ma restano meno tempo in malattia. È la fotografia scattata dall’ufficio studi della Cgia di Mestre, a partire dei dati registrati dall’Inps. Guardando alle statistiche del primo trimestre dell’anno il divario in termini di incidenza delle assenze è di quasi dieci punti percentuali: tra gennaio e marzo di quest&#8217;anno il 33% dei dipendenti pubblici è rimasto a casa almeno un giorno per malattia, mentre nel settore privato questa quota quota è stata del 22%; nel secondo trimestre il gap si riduce leggermente: per i primi la soglia delle assenze scende al 26% e per i secondi al 18%.</p>
<p><strong>Nel privato assenze leggermente più lunghe</strong><br />
Nel settore pubblico in compenso la durata media è leggermente più bassa, con 8,3 giorni di assenza in media contro gli 8,6 del settore privato. Sul podio per le assenze si posizione la Calabri, dove chi si è ammalato è rimasto a casa mediamente 15,3 giorni (9,6 giorni l&#8217;assenza dei dipendenti pubblici e ben 18,8 degli occupati nel privato). Quasi il doppio doppio di quanto registrato in Emilia Romagna e in Veneto, che, invece, hanno entrambe cumulato 7,8 giornate medie di malattia.</p>
<p><strong>Calabria in testa</strong><br />
Dopo la Calabria, la regione con il numero maggiore di assenze è la Basilicata, con 10,7 giorni di media. Seguono gli occupati della Valle d&#8217;Aosta con 9,7, quelli della Sardegna con 9,6 e quelli del Molise con 9,4. Rispetto al 2017, in tutte le regioni il numero delle giornate medie di assenza per malattia è in calo, con punte del -20% proprio nel Mezzogiorno (addirittura -23 per cento in Calabria). E’ la stessa Cgia di Mestre a invitare a non giungere a letture approssimative dei dati, rispetto al fatto che i lavoratori pubblici si ammalano più dei privati ma i giorni medi di assenza dei primi sono leggermente inferiori ai secondi. &#8220;Supporre che dietro una breve malattia si nasconda un comportamento assenteista è molto suggestivo, ma difficilmente dimostrabile&#8221;, argomenta la Cgia.</p>
<p><strong>Solo uno su diecimila licenziato nel pubblico per infedeltà</strong><br />
In ogni caso, ricorda l’associazione, dopo la pandemia il numero dei licenziamenti nel pubblico impiego per assenze ingiustificate è tornato ad aumentare, ma l’incidenza sul totale dei lavoratori è molto esigua, intorno allo 0,01%, uno su diecimila. Nel 2018 sono state licenziate 196 persone per assenze ingiustificate o falsa attestazione della presenza in servizio. Nel 2019 il numero è salito a 221, mentre nel 2020 e nel 2021 &#8211; anni caratterizzati dal Covid e da un largo impiego dello smart working &#8211; lo stesso è sceso rispettivamente a 188 e a 161. Nel 20222 i licenziamenti sono tornati a crescere e hanno raggiunto quota 310 (+58,1 per cento rispetto al 2018).<br />
(<em>Fonte: repubblica.it</em>)</p>
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		<title>Analisi Cgia: lavoro nero e caporalato, in Calabria tasso record irregolari</title>
		<link>https://www.calabrianews.it/analisi-cgia-lavoro-nero-e-caporalato-in-calabria-tasso-record-irregolari/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio De Fazio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Jun 2024 18:34:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
		<category><![CDATA[Caporalato]]></category>
		<category><![CDATA[Cgia]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>E&#8217; la Calabria con il 19,6 per cento di lavoratori in nero in rapporto al totale degli occupati e a fronte del dato medio nazionale che è dell&#8217;11,3%, la regione dove si registra in Italia la presenza più alta di occupazione irregolare (117.400 unità) nel sud. Un podio, in negativo, condiviso con la Campania, seconda, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217; la Calabria con il 19,6 per cento di lavoratori in nero in rapporto al totale degli occupati e a fronte del dato medio nazionale che è dell&#8217;11,3%, la regione dove si registra in Italia la presenza più alta di occupazione irregolare (117.400 unità) nel sud. Un podio, in negativo, condiviso con la Campania, seconda, che tocca il 16,5 per cento e la Sicilia, terza, con il 16 per cento. E&#8217; quanto stima un&#8217;analisi condotta dall&#8217;Ufficio studi della Cgia di Mestre su dati del 2021.</p>
<p>L&#8217;analisi indica in circa 68 miliardi di euro il volume d&#8217;affari annuo riconducibile al lavoro irregolare nel Paese, di cui 23,7 miliardi nel Mezzogiorno, 17,3 nel Nordovest, 14,5 nel Centro e 12,4 nel Nordest. In Calabria si parla di 2,5 miliardi di euro.    Se misuriamo l&#8217;incidenza percentuale di questo ammontare sul valore aggiunto totale regionale, la quota più elevata, pari all&#8217;8,3 per cento, interessa ancora la Calabria, seguita dalla Campania con il 6,9 per cento e dalla Sicilia con il 6,6 per cento. La media nazionale è del 4,2 per cento.</p>
<p>Il fenomeno tuttavia, riporta l&#8217;analisi della Cgia, è esteso anche al Centronord ed ha una presenza record soprattutto nel settore dei servizi alle persone (colf, badanti). Il tasso di irregolarità di questo settore raggiunge il 42,6% Al secondo posto si collocano i lavori in agricoltura (16,8%), al terzo le costruzioni con il 13,3%. L&#8217;analisi si sofferma anche sul fenomeno dello sfruttamento e del caporalato che interessa le categorie sociali più fragili come le persone in condizione di estrema povertà, gli immigrati e le donne. Tra le realtà a maggiore incidenza del fenomeno si cita la Piana di Gioia Tauro assieme all&#8217;Agro Pontino, al Nocerino-Sarnese, a Villa Literno e alla Capitanata di Foggia.<br />
<em>(Ansa</em>)</p>
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		<item>
		<title>Covid: Cgia, 65 miliardi di aiuti alle imprese</title>
		<link>https://www.calabrianews.it/covid-cgia-65-miliardi-di-aiuti-alle-imprese/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Mar 2021 09:15:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[aiuti alle imprese]]></category>
		<category><![CDATA[Cgia]]></category>
		<category><![CDATA[Covid]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Roma &#8211; &#8220;Ammontano a 64,7 miliardi di euro gli aiuti diretti stanziati dai governi Conte e Draghi alle imprese e ai lavoratori autonomi in questo primo anno di pandemia. Risorse, comunque, che in buona parte devono essere ancora erogate&#8221;. E&#8217; quanto sottolinea l’Ufficio studi della Cgia stimando che fino a ora gli imprenditori italiani hanno [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Roma &#8211; &#8220;Ammontano a 64,7 miliardi di euro gli aiuti diretti stanziati dai governi Conte e Draghi alle imprese e ai lavoratori autonomi in questo primo anno di pandemia. Risorse, comunque, che in buona parte devono essere ancora erogate&#8221;.<br />
E&#8217; quanto sottolinea l’Ufficio studi della Cgia stimando che fino a ora gli imprenditori italiani hanno beneficiato di 27 miliardi di euro, mentre le risorse ascrivibili alla legge di Bilancio 2021 e quelle riconducibili al decreto Sostegni espleteranno i propri effetti principalmente nel corso di quest’anno.<br />
Secondo l&#8217;associazione, &#8220;sebbene in termini assoluti questi 64,7 miliardi di euro costituiscono un importo molto rilevante, tuttavia, se rapportati ai circa 350 miliardi di euro di contrazione del fatturato  registrato dalle aziende italiane nel 2020, &#8216;compensano solo il 18,5 per cento dei mancati ricavi totali&#8221;.<br />
&#8220;E’ evidente &#8211; afferma la Cgia &#8211; che a fronte di questi numeri c’è ora la necessità che sul fronte delle misure a sostegno delle imprese e dei lavoratori autonomi il governo Draghi cambi registro&#8221;. </p>
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