Qualità delle acque, la Calabria non fornisce alcun dato

Lamezia Terme – E’ un quadro allarmante quello che emerge dal tradizionale rapporto che l’ISPRA, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, ha stilato nell’edizione 2014 del rapporto nazionale “Pesticidi nelle acque“.
Nel biennio 2011-2012 sono stati esaminati ben 27.995 campioni per un totale di 1.208.671 di specifiche misure analitiche. Nei campioni sono spesso presenti miscele di sostanze diverse: ne sono state trovate fino a 36 contemporaneamente concretizzando un vero “cocktail” di 175 sostanze dagli effetti non ancora ben conosciuti. Le concentrazioni misurate sono spesso basse, ma la diffusione della contaminazione è molto ampia come emerge dai dati forniti da regioni e agenzie regionali che si sono poste l’obiettivo di individuare eventuali effetti negativi non previsti in fase di autorizzazione delle sostanze.

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Tutte le regioni hanno collaborato ad eccezione della Calabria e del Molise le cui competenti autorità amministrative e sanitarie, evidentemente, ritengono poco interessante comprendere quali elementi possono contribuire ad inquinare le falde acquifere e, successivamente, scorrere dal rubinetto di casa dei propri corregionali. La Calabria, ancora una volta, non brilla per partecipazione ed efficienza scientifica nonostante il suo territorio sia davvero un giacimento di sorgenti e pozzi.
Di certo le enormi difficoltà gestionali della SoRiCal, la società regionale per le risorse idriche, attualmente oberata di debiti e in fase di liquidazione non aiuta nello sforzo di trasparenza ed informazione verso i cittadini. Ma i calabresi hanno la memoria lunga e si ricordano bene dei tanti scandali registrati negli anni il primo e più importante dei quali è ancora ben lontano dall’essere chiarito definitivamente.
Ancora oggi decine e decine di migliaia di cittadini attendono di sapere se l’acqua di cui si sono serviti per le loro diverse esigenze in tanti anni proveniente dall’invaso dell’Alaco, situato a cavallo del vibonese e catanzarese, rientra o meno nei parametri che ne garantiscono la potabilità e l’utilizzo anche in agricoltura. Di certo, e siamo alla pura cronaca, la Procura della Repubblica di Vibo Valentia, nel mese di aprile 2014, ha disposto la chiusura delle indagini nei confronti di trentasei persone, coinvolte a vario titolo nell’operazione che ha portato, nel maggio del 2012, proprio al sequestro dell’invaso dell’Alaco.

L'invaso Alaco dall'alto
L’invaso Alaco dall’alto

Pesanti le accuse mosse che variano dall’avvelenamento colposo di acque, inadempimento di contratti di pubbliche forniture all’omissione in atti d’ufficio e interruzione di un servizio di pubblica utilità. A circa due anni di distanza, rimangono comunque sotto sequestro sia l’invaso che l’impianto di potabilizzazione, mentre sono stati dissequestrati solo alcuni impianti dislocati sul territorio, che erano fuori uso.
Le indagini della Procura hanno stabilito che le acque dell’Alaco non possono formalmente essere dichiarate in categoria A 3, per le quali è previsto il trattamento fisico e chimico spinto e, di conseguenza, i trattamenti di potabilizzazione potrebbero risultare non idonei. Un aiuto a comprendere meglio la reale situazione dell’Alaco ma anche del resto delle risorse idriche calabresi sarebbe potuto arrivare dalla Regione e dai suoi organismi ambientali di emanazione diretta. Ma così non è stato. Si perpetua ad ignorare ricerca scientifica e prevenzione causando, probabilmente, danni alla salute pubblica ed all’ambiente. Si tratta solo di irresponsabilità amministrativa oppure anche di qualcos’altro?