Processo ‘ndrangheta stragista, Lombardo: prove “sovrabbondanti” contro inganno durato 30 anni

Reggio Calabria – “Questo non è un processo in cui si è chiamati a scrivere la storia partendo da un foglio bianco, ma dove siamo chiamati a completare un percorso ricostruttivo estremamente rilevante. Un percorso che non coinvolge solo il fronte calabrese, ma che va a intersecare suoi accadimenti, con una ricostruzione molto più ampia, che coinvolge tanti altri uffici con sentenze passate in giudicato, che ci raccontano una stagione drammatica che lo Stato italiano ha vissuto nei primi anni Novanta”. Giuseppe Lombardo pesa ogni parola della sua requisitoria iniziata oggi davanti alla Corte d’Assise di Reggio Calabria. Il processo ‘Ndrangheta stragista, che vede imputati il boss di Brancaccio Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone per gli attentati ai Carabinieri, in cui morirono gli appuntati Antonino Fava e Vincenzo Garofalo e ferirono altri quattro militari, è senza ombra di dubbio un processo storico. Al suo fianco, per tutta la durata dell’udienza odierna, è rimasto seduto il Procuratore capo Giovanni Bombardieri. “La mia presenza è a testimonianza dell’importanza e del rilievo che l’ufficio di Procura ha per questo processo che tenta di ricostruire pagine della storia giudiziaria di questo Paese per evidenti connessioni che ha questo con processi celebrati in altre parti d’Italia e davanti altri giudici – ha detto Bombardieri prendendo la parola – Una presenza che è anche a supporto del collega Lombardo che in maniera puntuale e precisa ha ricostruito i passaggi”.
Il tempo dell’eterno presente
Lombardo, citando il filosofo Nietzsche, ha messo in evidenza come i fatti avvenuti tra il 1° dicembre 1993 ed il 1° febbraio 1994, apparentemente lontani, seppur “distanti 819 milioni e 933mila secondi, appartengono all’eterno presente perché le stragi di mafia, in questa nazione, non sono solo fatti del passato. Perché quelle stragi eversive, spaventose, drammatiche, consumate ai danni di tutti noi e di uno Stato di cui tutti noi siamo cittadini, sono proprio la rappresentazione giudiziaria del concetto filosofico dell’eterno presente quindi tutti siamo chiamati a ricostruire fino in fondo quegli accadimenti proprio perché tutti ancora portiamo addosso ferite, paure, il peso enorme del compito che ci viene riservato, il dolore, la rabbia, il desiderio di verità. Quella che in questa aula di Giustizia finalmente verrà ricostruita. Allora se questo è vero, il futuro di questa nazione che ruota attorno alla ricostruzione di verità giudiziarie complesse, non si fonda sull’inganno e sulla mistificazione di tutti quelli che hanno tentato di far credere che la ‘Ndrangheta non abbia avuto ruoli nella strategia stragista, e i primi a portare avanti questa ricostruzione sono stati proprio i gradi elevati di quella stessa organizzazione criminale che invece un ruolo ce l’aveva avuto ed è un ruolo che andava ben oltre il supporto logistico a determinate azioni”. “La nostra ricostruzione – ha proseguito – andrà oltre le verità sottobanco, il compromesso, le scorciatoie, il silenzio e la paura. Questo siamo chiamati a fare oggi, perché noi abbiamo il dovere della verità, abbiamo il dovere di chiederla come cittadini, abbiamo il dovere di cercarla come magistrati del pubblico ministero, avete il compito di affermarla voi giudici. Costi quel che costi, perché noi viviamo un eterno presente da cui dipende il nostro domani. Perché per noi il tempo si è fermato in questo eterno presente e diventerà altro solo quando tutto quello che va ricostruito sarà ricostruito fino in fondo”.
In centoventisette udienze, secondo il procuratore aggiunto, sono state raccolte “prove sovrabbondanti” che permettono di rivisitare una serie di fatti inserendoli all’interno di una “ricostruzione che si scontra con quello che c’è stato raccontato per circa 30 anni”. Quale? “L’inganno che la ‘Ndrangheta non abbia avuto un ruolo nella strategia stragista. Quando, invece, il ruolo andava ben oltre al supporto logistico”.
“Ci vuole tempo per dare giustizia, che non sia giustizia sommaria – ha sostenuto Lombardo – Un percorso complesso che ha visto anche comportamenti gravemente depistanti da parte di collaboratori di giustizia inseriti all’interno dei percorsi investigativi per svolgere la funzione di ‘mine antiuomo’, in cui gli uomini eravamo noi”.
Gli attentati ai carabinieri
Il magistrato ha dunque inquadrato gli attentati ai carabinieri all’interno di un disegno che aveva “una logica ben precisa”.
“Quegli attacchi violenti ad appartenenti dell’arma dei carabinieri non erano spiegabili con le attività di soggetti che non facevano altro che il loro servizio – ha ricordato il pm – Quei delitti, apparentemente incomprensibili, avevano ritratti e tracce comuni e presentavano delle simmetrie che facevano capire che gli autori materiali di quei delitti agivano secondo una logica ben precisa. E’ chiaro che l’azione dei due killer (Giuseppe Calabrò e Consolato Villani, ndr) fosse mascherata nonostante avesse una logica eversiva”.
“Calabrò e Villani materialmente agirono da soli, ma su mandato di ben individuate cosche di ‘Ndrangheta – ha proseguito Lombardo -. Noi oggi ci occupiamo di Graviano e Filippone, ma il processo ci ha rivelato un contesto molto rilevante, un circuito di vertice della ‘Ndrangheta con ruoli superiori del singolo soggetto. Poi vedremo perché si sceglie Rocco Santo Filippone e perché porta con sé Villani e Calabrò”.
Lombardo ha evidenziato come, all’interno della strategia stragista vi sia stata proprio una fase, immediatamente dopo gli attentati in Continente di Firenze, Roma e Milano, in cui “tutte le attenzioni vanno verso i carabinieri”. E’ in quella fase che la ‘Ndrangheta diventa protagonista con il coinvolgimento delle principali famiglie calabresi.
“Vi è un anello di congiunzione fra tali sodalizi. Stiamo parlando dei temi che porta all’attenzione il pentito catanese Di Giacomo, quando spiega quali sono le famiglie di vertice nella ‘Ndrangheta. Abbiamo un riferimento ai Piromalli-Molè e De Stefano-Tegano-Libri”.

Imputato mancato
Nel processo, ha aggiunto Lombardo continuando la ricostruzione su quegli anni terribili, “c’è un imputato che manca perché è deceduto. Ed è un soggetto di rilievo in relazione alle cosche della città di Reggio Calabria, e in particolare del cartello. Erano tutti tornati. È Demetrio Lo Giudice, detto Mimmo, che apprendiamo era stato il soggetto incaricato di addestrare Calabrò all’uso delle armi, ma non in qualsiasi poligono di tiro”.
Non un soggetto qualunque, dunque.
“Lo Giudice – ha ricordato il pm – era referente della cosca Libri nella zona di S. Antonio, ma soprattutto un uomo che aveva contatti con ambienti che andavano oltre le dinamiche di base della ‘Ndrangheta reggina. Avete sentito accostare il suo nome alla figura di Giovanni Aiello”.
Calabrò, le ritrattazioni e il barlume di verità
In un passaggio della requisitoria Lombardo ha evidenziato come Calabrò sia una figura importante, non solo in quanto nipote di Rocco Santo Filippone, ma anche perché era destinato a divenire il killer principale della criminalità organizzata calabrese. Un soggetto che, nella sua controversa collaborazione con la giustizia, ha mescolato il vero con il falso. “Io alle coincidenze non ci credo – ha aggiunto Lombardo – Non ci credo nella misura in cui chi è che accosta il nome di Lo Giudice a quello di Aiello è Giuseppe Calabrò. Per la evidente volontà di Calabrò di ritrattare le dichiarazioni, nel momento in cui subisce le pressioni e le minacce di Marina Filippone, sua madre e sorella di Rocco Santo. Vedrete, dal verbale, che Calabrò disse per la prima e unica volta la verità. Perché il passaggio in cui Calabrò è chiamato a precisare i motivi per i quali aveva scritto la lettera al procuratore nazionale antimafia Grasso, sono talmente chiari che lasciano poco spazio a ricostruzioni alternative. La prima cosa che fa Calabrò è alzarsi in piedi e iniziare a urlare ‘mi ammazzano, ammazzano tutta la mia famiglia’. Leggete quello che dice Calabrò quando ritratta la prima volta, dopo l’inizio del suo percorso di collaborazione con la giustizia. Già all’epoca Calabrò giustifica la ritrattazione dicendo che non può dire la verità, perché passa dallo sterminio della mia famiglia. Quel Demetrio Lo Giudice diventa elemento di rilievo perché lui non è uno qualsiasi, nel momento in cui Nino Lo Giudice decide di dover aprire un punto vendita di frutta a S. Antonio e si ritrova a interloquire con Demetrio Lo Giudice. Giuseppe Calabrò è un uomo di ‘Ndrangheta di altissimo profilo”.
La ‘Ndrangheta e le stragi
Proseguendo con la requisitoria il magistrato, ricordato il ruolo di Rocco Santo Filippone (“cerniera fra i Piromalli e quelle cosche del territorio di Reggio Calabria nel momento in cui dà l’incarico al nipote Calabrò e Villani di attaccare i carabinieri”), ha anche individuato nel periodo che va tra il novembre ed il dicembre 1993, ovvero quello in cui Cosa nostra già pianificava l’attentato all’Olimpico, come il tempo in cui la criminalità organizzata calabrese interviene direttamente nella strategia stragista. “Villani – ha ricordato il pm – ci dice che gli sembra di ricordare che quando Rocco Santo Filippone disse di essere più spietati e fare i morti, colloca il momento alla settimana antecedente al Natale del 1993. Graviano transita dalla Calabria per andare in Sicilia il 17 dicembre 1993”.
Certo era che quel coinvolgimento nel piano d’attacco allo Stato non era figlio di una decisione solitaria, ma frutto di una concertazione con i vertici dell’organizzazione criminale, anche se a lungo la “vulgata” diffusa alla base era differente. “Quando parliamo di componenti apicali della ‘Ndrangheta – ha rimarcato Lombardo – parliamo della ‘Ndrangheta tutta. Oggi siamo in grado di fare affermazioni sulla base delle acquisizioni fatte che ci consentono di capire come è strutturata la ‘Ndrangheta verso l’alto e perché organizzare quegli incontri nei villaggi di Nicotera. Cosa che volle Franco Coco Trovato che diventa elemento di vertice della ‘Ndrangheta nel momento in cui sposa la figlia di Carmine De Stefano. Coco Trovato insieme ad Antonio Papalia vogliono quella riunione. L’incontro di Nicotera è una riunione in cui la ‘Ndrangheta di vertice effettivamente si riunisce per dare adesione alla strategia di Cosa nostra o rientra nella falsa politica, con riunioni che servono a far recepire dalla base il messaggio opposto?”.

La “falsa politica”
Per spiegare il significato di quella “falsa politica” Lombardo ha ricordato le parole del collaboratore di giustizia Antonino Fiume, uno che “si è seduto a tavola con la famiglia De Stefano”. “Il cuore del problema – ha detto il pm – è capire la ‘Ndrangheta che cosa volle fare organizzando gli incontri in cui si parlava delle stragi da consumare. La ‘Ndrangheta formalmente non poteva non organizzare quelle riunioni, ma cosa si decise è l’esatto opposto che il vertice decise di fare dando adesione a Cosa nostra. Riprendendo Nino Fiume, che ci racconta le parole di De Stefano, avete cosa è la falsa politica. Per anni ci hanno detto che la ‘Ndrangheta disse no, ma in verità nelle sue poche componenti apicali decise di aderire alla strategia stragista”.
“Nella prospettiva di questa intesa criminale fra ‘Ndrangheta e Cosa nostra, come si inserisce la ‘falsa politica’ della ‘Ndrangheta sui grandi temi che ne caratterizzano l’agire? I delitti contro i carabinieri rappresentavano il completamento e la prosecuzione. Voluta da chi? Da Giuseppe Graviano che ha reso un contributo enorme su temi che ha introdotto lui. Non possiamo far finta che Graviano non abbia parlato”.
Il dichiarato di Spatuzza
Ovviamente nel quadro di ricostruzione un ruolo importante lo ha avuto il collaboratore di giustizia di Brancaccio Gaspare Spatuzza. L’ex killer di don Pino Puglisi aveva raccontato ai magistrati di quanto gli disse Graviano a Roma, al bar Doney, sulla necessità di proseguire con l’attentato allo stadio Olimpico, in quanto “i calabresi si erano già mossi”. “La strage dell’Olimpico è l’ulteriore chiave di lettura che ci consente di comprendere quanto sono rilevanti gli attentati ai carabinieri in Calabria. – ha ribadito Lombardo – La ‘Ndrangheta si muove in quel momento perché era la fase decisiva per ottenere quanto era stato chiesto. L’incontro nella campagna dello zio di Calabrò in cui egli sente i siciliani parlare e in cui il cugino Antonio gli dà il mandato di fare ciò che è stato fatto, si iscrive nel periodo in cui si progetta l’attentato all’Olimpico. Gli agguati ai carabinieri non erano mirati a colpire individuati appartenenti all’Arma”.

di Aaron Pettinari
(antimafiaduemila.com)