Limbadi: no del parroco al concerto in ricordo di Matteo Vinci, ucciso dalla ‘ndrangheta

“La Chiesa è un luogo di culto e di preghiera, non di spettacolo”. Un principio sul quale si può essere assolutamente d’accordo con Don Ottavio Scrugli, parroco della Chiesa San Pantaleone di Limbadi, in provincia di Vibo Valentia. Ma se “lo spettacolo” è un concerto in ricordo di un uomo ammazzato dalla ‘ndrangheta e la Chiesa si trova proprio nel feudo della famiglia mafiosa che l’ha ammazzato, le cose appaiono sotto una luce diversa.

Oggi, 9 aprile 2018, si commemora un anno dall’autobomba che ha ucciso Matteo Vinci, i cui responsabili sono probabilmente gli esponenti della potentissima cosca Mancuso. Il motivo di un omicidio così efferato? Impadronirsi di un fazzoletto di terra di meno di 50 metri quadrati.

L’evento musicale all’interno della chiesa di Limbadi, piccolo paesino di montagna a due passi da Gioia Tauro, era stato organizzato dalla fondazione “Città invisibile” di Catania. Tra le navate della chiesa di Limbadi, tra gli amici e i familiari del biologo di 42 anni fatto saltare in aria, avrebbe dovuto esibirsi l’orchestra giovanile “Falcone e Borsellino”. Un’orchestra che ha suonato ovunque, persino in piazza San Pietro davanti a Papa Francesco.

Ma a Limbadi, feudo della famiglia di ‘ndrangheta dei Mancuso, non c’è spazio né per la musica né tantomeno per la memoria di questo ragazzo innocente.

“Da anni ho impartito precise direttive sull’utilizzo delle chiese per i concerti, o altre manifestazioni simili”, ha confermato il vescovo della diocesi di Mileto-Nicotera-Tropea, Luigi Renzo.

E quando, stando ad alcune ricostruzioni di stampa, la fondazione avrebbe chiesto al parroco se sapeva che Matteo Vinci era stato ucciso dalla ‘ndrangheta, lui avrebbe risposto: “Io sono un pastore di anime, sto dalla parte della Chiesa”. E da che parte sta allora la Chiesa, verrebbe da chiedersi?

La Fondazione “Città invisibile” si rivolge adesso al Santo Padre, perché intervenga per concedere ai bambini del coro di onorare con la loro musica il ricordo di un giovane e di una famiglia perbene.

Matteo Vinci è stato ucciso con un’autobomba il 9 aprile del 2018,mentre era nella terra di famiglia insieme al padre Francesco, gravemente ustionato nell’incendio. Tutto per un pezzo di terra di 50 metri quadri, adiacente alle proprietà della cosca Mancuso di Limbadi, che da quel “feudo” controlla gli affari di famiglia: traffico di droga e di armi su tutti.

Matteo, insieme alla coraggiosa mamma Rosaria e al papà Francesco, da anni cercava di resistere alle pretese dei Mancuso, che avrebbero voluto impossessarsi della terra dei Vinci, a tutti i costi. E da oltre dieci anni era in corso una “guerra” a bassa intensità, fatta di animali da cortile uccisi, di letame gettato oltre i confini della terra dei Vinci, di minacce più o meno velate. Fino ad arrivare ad ottobre 2017, quando Francesco viene quasi ucciso in un agguato a colpi di ascia. A colpirlo alcuni esponenti della famiglia Mancuso, un clan potentissimo, tra i primi dieci al mondo per giro d’affari e potenza di fuoco.  

Ma i Mancuso, come avevano confermato anche in conversazioni private intercettate dai Carabinieri, dovevano assolutamente prendersi tutta la terra dei Vinci. A costo di uccidere.

E così il 9 aprile 2018, mentre Matteo e il padre sono sull’auto che li sta riportando a casa dopo una giornata di lavoro nella loro terra, saltano in aria per una bomba nascosta proprio sotto il loro veicolo.Matteo, che si era messo al volante su quell’auto di proprietà del padre, muore sul colpo, dilaniato dall’autobomba. Francesco, il padre, rimane a lungo tra la vita e la morte nel reparto grandi ustionati dell’Ospedale di Palermo.

Oggi Matteo Vinci, a un anno esatto dalla sua morte, è stato di nuovo ucciso. Questa volta, però, dalla miopia di una decisione francamente assurda presa dal parroco di Limbadi. Non resta da sperare, almeno, che si sia trattato di “miopia” e non di sudditanza psicologica ad una delle più potenti cosche mafiose del mondo.
(leiene.it)