L’Asp di Reggio infiltrata dalla ’ndrangheta: Ecco con quali intrecci e meccanismi

Roma – Infiltrazioni mafiose in ogni tipo di attività e collusione con indagati e soggetti già interdetti dai rapporti con pubblici uffici, assenza di gare per gli appalti e molto altro. E’ lungo l’elenco delle ragioni che hanno portato allo scioglimento e al conseguente commissariamento dell’Asp di Reggio Calabria da parte del Consiglio dei Ministri il 7 marzo scorso.
Ed è scritto tutto nero su bianco nei due documenti allegati al Dpr che ha ratificato la decisione del Governo e che è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 2 aprile: il primo è la relazione del ministero dell’Interno Matteo Salvini e il secondo la relazione del prefettura di Reggio Calabria a firma del prefetto di Bari.
E’ in particolare il ministro dell’Interno a spiegare le ragioni dello scioglimento dell’organo di direzione generale e della nomina di una commissione straordinaria per un periodo di almeno diciotto mesi, che ha primo di tutto lo scopo di evitare “ogni motivo di deterioramento e inquinamento della vita amministrativa” dell’Asp di Reggio Calabria “a salvaguardia degli interessi delle comunità comprese nell’ambito territoriale di utenza dell’Azienda sanitaria provinciale”.
La commissione straordinaria è composta da Giovanni Meloni, prefetto a riposo; Maria Carolina Ippolito, viceprefetto; Domenico Giordano, dirigente di seconda fascia Area I.
Nei due documenti allegati al Dpr si sottolinea il richiamo alle risultanze di recenti operazioni di polizia giudiziaria che attestano “la forte capacità di penetrazione dei sodalizi malavitosi nella realtà economica e sociale e nel tessuto amministrativo locale”, “mettendo in luce sia l’accentuata propensione delle organizzazioni ‘ndranghetiste ad ingerirsi nel settore della sanità pubblica al fine di orientarne la gestione delle risorse finanziarie a proprio vantaggio sia il ruolo di affiliati o di «fiancheggiatori» svolto da taluni operatori di quel settore nei confronti delle consorterie territorialmente egemoni”.
Negli anni passati, sottolineano tra l’altro le note, l’azienda ha omesso di adottare “le prescritte misure disciplinari nei confronti di alcuni dipendenti condannati in via definitiva per associazione di tipo mafioso o per reati aggravati” e si è rilevata “la fitta e intricata rete di rapporti di parentela, di affinità e di frequentazione che legano persone controindicate ovvero esponenti anche apicali della criminalità organizzata locale a numerosi soggetti che prestano attività lavorativa alle dipendenze dell’azienda, alcuni dei quali con pendenze o pregiudizi di natura penale”.
Ma non sono solo le persone nel mirino della magistratura. Anche nell’attività gestionale “notoriamente esposta al rischio di pregiudizievoli condizionamenti esterni” – sono state accertate diffuse inefficienze e irregolarità oltre che una generalizzata situazione di “grave disordine organizzativo”.
Gli esempi sono le ripetute anomalie riscontrate nel settore delle risorse umane – definito dal prefetto “assolutamente fuori controllo” – e il notevole ritardo con cui è stato adottato l’atto aziendale, emanato solo nel 2017 e a tutt’oggi inattuato.
Per quanto riguarda i rapporti tra l’Asp di Reggio Calabria, le strutture private accreditate, le farmacie e i depositi farmaceutici, è stata messa in luce “l’assoluta mancanza di una corretta attività di pianificazione” e il “costante superamento dei limiti annuali di spesa fissati dal competente dipartimento dell’amministrazione regionale con una conseguente, indebita erogazione di risorse finanziarie”.
L’Asp ha sistematicamente omesso di richiedere le certificazioni antimafia stipulando contratti, per importi anche rilevanti, con imprese in stato di amministrazione giudiziaria “o già destinatarie di informative interdittive, alcune delle quali confermate in via definitiva dal giudice amministrativo”.
Negli affidamenti di lavori, servizi e forniture, nel settore delle manutenzioni la commissione di indagine ha rilevato poi la mancata adozione di norme regolamentari o di atti di indirizzo per rendere uniformi le procedure di aggiudicazione, gestite da diverse centrali di committenza in corrispondenza con i territori di competenza delle soppresse aziende sanitarie locali di Locri, Palmi e Reggio Calabria.
Centrali che hanno fatto ricorso al metodo dell’affidamento diretto anche al di fuori dei casi previsti dalla legge, senza alcuna valutazione comparativa con buona pace dei principi di trasparenza e di tutela della concorrenza.
A trarne vantaggio sono state ditte tra le quali il Prefetto menziona una società interdetta dall’antimafia già nel 2013 “la cui legittimità ha superato con esito positivo il sindacato giurisdizionale e nondimeno ripetutamente affidataria di forniture di materiali edili nel 2016”.
Diversi lavori di rimozione rifiuti sono stati poi eseguiti nel 2016 da un’impresa cancellata dall’elenco dei fornitori, prestatori ed esecutori non soggetti a tentativi di infiltrazione mafiosa (c.d. white list) tenuto dalla Prefettura di Reggio Calabria e interdetta nel 2009.
Dalla relazione del prefetto, richiamata dalla nota del ministro dell’Interno, sono emersi ancora nel settore delle manutenzioni stretti collegamenti per rapporti di parentela o di affinità o convergenze di interessi “tra elementi degli ambienti malavitosi locali e i titolari di altre ditte beneficiarie di affidamenti diretti tra cui figurano due imprese, aggiudicatarie di lavori nel 2016 e nel 2017”, nei confronti delle quali la prefettura ha adottato provvedimenti ostativi antimafia rispettivamente ad agosto 2017 e a gennaio 2018.
La commissione di indagine ha poi accertato l’esistenza di analoghi collegamenti nei confronti di amministratori e dipendenti di alcune ditte di un’associazione temporanea di imprese a cui è stato aggiudicato per il 2013-2018, il servizio di pulizia e sanificazione delle strutture dell’Asp.
Ancora sulle procedure contrattuali il Prefetto sottolinea che anche una società affidataria del servizio di lavaggio e noleggio biancheria è risultata vicina alle consorterie territorialmente dominanti per vincoli di parentela o affinità di alcuni soci e dipendenti con soggetti controindicati. Questa società – a cui l’Asl di Reggio Calabria aveva già affidato il servizio fin dal 2006 – ha beneficiato di ripetute proroghe, l’ultima delle quali a novembre 2018.
Dall’esame della Commissione e dalla dettagliata relazione del Prefetto non sfugge la gestione del patrimonio immobiliare. In questa sono state evidenziate irregolarità e inefficienze in particolare perché diversi immobili non risultano censiti al catasto o si trovano in stato di abbandono e non è mai stato messo a punto un piano per la valorizzazione o dismissione “dei beni non strumentali all’esercizio delle funzioni istituzionali dell’azienda”.
La commissione di indagine ha sottolineato nella sua relazione che l’Asp non ha mai preso iniziative per ottenere lo sgombero di immobili occupati da soggetti con pendenze penali o legami familiari con esponenti di ambienti controindicati, tanto che alcuni di questi “hanno usucapito la proprietà degli immobili occupati e altri hanno in corso giudizi finalizzati a ottenere la dichiarazione di usucapione”.
Per quanto riguarda il settore economico-finanziario il Prefetto e la Commissione evidenziano fortissime criticità che ha anche sottolineato la sezione regionale della Corte dei conti nel suo giudizio di parificazione del rendiconto generale della regione Calabria per il 2017. Ad esempio la mancata approvazione dei bilanci a decorrere dal 2013, la mancata tenuta di scritture contabili obbligatorie e una forte esposizione debitoria aggravata dall’incapacità dell’azienda di “avere esatta contezza dei debiti pregressi e di provvedere tempestivamente al pagamento degli stessi”.
Nella gestione amministrativa sono stati messi in evidenza indizi di ingerenza mafiosa che hanno portato a ritenere presenti i presupposti previsti dalla legge per l’intervento dello Stato per prevenire e contrastare l’infiltrazione della criminalità organizzata a livello locale e a recuperare l’azienda “ai propri fini istituzionali”.
“La compromissione delle legittime aspettative della popolazione – conclude la nota del Ministero dell’Interno – a essere garantita nella fruizione dei sevizi relativi a diritti fondamentali nonché la finalità della misura di rigore, sotto il duplice profilo della repressione del fenomeno inquinante e del recupero dell’ente a una gestione ordinaria delle proprie attività, con il miglioramento dell’offerta all’utenza, rappresentano gli ambiti entro i quali si articola la previsione” di legge “applicabile … anche agli organi delle aziende sanitarie provinciali” e in base al quale è scattato il commissariamento.