Lamezia Terme, Piazza Santa Maria Maggiore tra memoria storica e interventi di riqualificazione

Lamezia Terme – di Giulio Benincasa e Giovanna Saladino.
Per decidere se una cosa sia bella o no, noi non poniamo, mediante l’intelletto, la rappresentazione in rapporto con l’oggetto; la rapportiamo invece, tramite l’immaginazione, al soggetto e al suo sentimento di piacere e di dispiacere. Il giudizio di gusto non è un giudizio di conoscenza; non è quindi logico, ma estetico: non può essere che soggettivo ».
Da molti racconti, antichi spazi di Lamezia Terme suscitavano piacere nei soggetti che vi ponevano lo sguardo e non disapprovazione come ora, quegli stessi luoghi deturpati dall’uomo, provocano.
Il bisogno di ricostruire la storia, pagina dopo pagina, testimonianza dopo testimonianza dovrebbe essere avvertito dai contemporanei necessario tanto quanto l’aria, se vogliamo preservare tutto ciò che di bello le generazioni precedenti ci hanno lasciato e conservare memoria per quelle future.
La nostra terra è spesso vittima di disastri ambientali ma se ogni qual volta che la Natura danneggiasse o peggio, distruggesse il nostro patrimonio artistico, il Comune costruisse al suo posto mostri di cemento, che Lamezia Terme avrebbero le future generazioni? Perché i nostri beni artistici non vengono salvaguardati dal Comune? E soprattutto perché al loro posto sorgono opere orribili?
La curiosità è sorta da vecchi racconti. Racconti su una chiesa che si affacciava là dove adesso sorge un indefinibile agglomerato di cemento e acciaio, insieme a palazzi pericolanti e ad un opificio, che svolge, da sempre, illegalmente la sua attività inquinante con buona pace dei residenti che ormai sono abituati a svegliarsi all’alba con le martellanti note del fabbro e l’aroma del rovente carbon coke. «Fino alla fine della Seconda guerra mondiale sorgeva un muro, poi abbattuto. Il muro s’affacciava sulla Piazza di Santa Maria Maggiore»: è il ricordo di un vecchietto di novantasei anni.

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Non è facile trovare notizie certe su una vox populi ma l’ostinazione dà sempre i suoi frutti. Si consultano libri, si leggono vecchie riviste, se ne ricavano bibliografie per risolvere una sorta di mistero culturale.
Perché Piazza Santa Maria Maggiore si chiama così? E perché la chiesa di Santa Maria Maggiore è chiamata S.Francesco o Chiesa del carcere dalle persone più anziane? La chiesa di S. Francesco è stata istituita nel 1764 e rinominata S. Maria Maggiore nel 1883. Perché?
Delle fonti letterarie testimoniano una Chiesa di Santa Maria Maggiore diversa da quella di “San Francesco” poi rinominata. «S. Maria Maggiore. La cui fondazione, secondo l’Annuario delle diocesi d’Italia, Roma 1951, 169, risalirebbe al 1600, invece è molto più antica, perché ne ho trovato cenno, come parrocchia, in un breve di Leone X del 19 Marzo 1513, in cui si legge: Hippolitus de Cesis providur de parochia S. Maria de la Grande, Neocastren dioc., per obitum Iohannis de SSanctorellis ».
E ancora ne La diocesi di Nicastro di Russo si parla di Santa Maria Maggiore o la Grande o di Terravecchia. Una chiesa, sotto la religione Gerosolomitana, indipendente dalla giurisdizione vescovile. Dagli Atti di visita del Vicario Apostolico, Paolino Pace, nel 1769 si rileva che la chiesa fosse già parrocchia, benché unita alla religione di San Giovanni Gerosolimitano. «La parrocchia comprendeva anche una vasta zona di terreni coltivati dai contadini del rione che venivano irrigati dal torrente Piazza. Questi arrecò ripetuti danni alle strutture dell’edificio sacro. Si ricordano gli straripamenti del 1558, 1727, 1782, 1823, 1860, 1864, 1876 ».

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La chiesa di Santa Maria Maggiore e tutto il borgo di Terravecchia furono flagellate dalle alluvioni e nel 1883 la parrocchia fu trasportata, dal Vescovo Giuseppe Candido, nella chiesa di S. Francesco. «Con delibera del 28 Maggio 1877, il Consigliere comunale, tenendo conto che la Chiesa di Santa Maria Maggiore, di Terravecchia, era stata resa dalle ricorrenti alluvioni del torrente Piazza, accordò al Parroco Gennaro Vecchi la facoltà di celebrare le funzioni religiose nella chiesa di S. Francesco a profitto dei suoi parrocchiani e dei carcerati, detenuti nell’ex-convento ». E la delibera del 28 Maggio 1877 conferma: «Il consigliere Butera invoca l’urgenza per la discussione della petizione del Sig. Parroco Gennaro Vecchi (…). Posta a votazione l’invocata urgenza, ad unanimità e per appello nominale è stata approvata. Aperta la discussione sul merito della domanda e non avendo nessun consigliere chiesta la parola, si è dichiarata chiusa la discussione. Si è data lettura della domanda del suddetto parroco Gennaro Vecchi, colla quale (…) la rovina della Chiesa di Santa Maria Maggiore addetta alla sua parrocchia, chiede al Consiglio di poter prestare il servizio religioso ai suoi parrocchiani ed ai detenuti delle carceri (…) nella Chiesa comunale di S. Francesco (…) P.P. Francescani, senza pregiudicare i diritti inerenti all’attuale Rettore della Chiesa stessa Sig. Bruno Gaetano. Invitato all’uopo il detto Sig. Gaetano a dare la sua adesione, lo stesso vi ha aderito rilasciando formale dichiarazione scritta e sottoscritta di suo carattere. Invitato il Consiglio a deliberare, non avendo alcuno chiesto la parola si è dichiarata chiusa la discussione. Si è quindi giunti alla votazione per appello nominale, colla dichiarazione che col si s’intenda accettare la domanda del Sig. Gennaro Parroco Vecchi in correlazione dell’adesione del Signor Gaetano (…)».
La chiesa quindi esisteva realmente. La vox populi aveva ragione. Cosa è necessario fare per salvaguardare la memoria storica della nostra città. La chiesa sarà stata distrutta o sarà rimasto di certo ben poco date le violenze subite dal torrente Piazza e dal terremoto, ma aver cementificato e resa orrenda la zona in cui sorgeva non è un oltraggio a ciò che di bello poteva nascere dalla sua memoria? Come impedire che l’opera dell’uomo, aiutata dal tempo, distrugga la memoria?
Oltretutto il progetto originario di riqualificazione «sostenibile architettonica ed urbanistica» non prevedeva al centro della piazza alcuna struttura d’acciaio, al contrario alberi (che oggi crescono rigogliosi solo all’interno dei palazzi pericolanti che le fanno da cornice) e lateralmente preziosi parcheggi.
Perché questa struttura che ad oggi non svolge alcuna funzione deve restare a deturpare l’area ? Così poco interessa ai nativi lametini il decoro di una piazza storica ? E non sarebbe opportuno che l’utilità delle varianti ad un progetto di riqualificazione di uno spazio pubblico sia discussa con i cittadini legittimi proprietari ? Il Sindaco dovrebbe convocare i cittadini e chiedere il loro parere sulle opere che si intendono realizzare. Sono i cittadini che vivono Lamezia Terme, non i progettisti o gli architetti.
In ultimo è «curioso» (oltre alla presenza «medievale» del fabbro) il fatto che vengano realizzati i lavori di riqualificazione di una piazza e nulla si faccia per gli edifici pericolanti che la circondano. Con provvedimento n.4606 del 28 novembre del 2000 veniva intimato ai proprietari «di rimuovere i pericoli per l’incolumità delle persone e di provvedere al ripristino dell’immobile nell’osservanza delle leggi entro 10 giorni (!!!!!)». Son passati quindici anni e gli edifici rimangono fuori legge . Chi ha la responsabilità ? Prefettura, Uffici del Comune, Vigili del Fuoco sono tutti stati informati!”

Si ringraziano per la collaborazione Aldo Emilio Perri e Marco Ammendola.

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