Lamezia, scioglimento consiglio: causa o effetto di una comunità che non esiste?

Lamezia Terme – Era inevitabile che il “papocchio” che si è generato dalla vicenda dello scioglimento del Consiglio comunale di Lamezia Terme, nei vari “gradi di giudizio”, suscitasse polemiche e prese di posizione.
Alcune, a dire la verità, anche fuori luogo. Ad esempio personalmente non mi piace la contrapposizione frontale che Paolo Mascaro ha intrapreso con lo sciopero della fame. E’ un brillante avvocato e credo che a un potenziale cliente che si trovasse nella sua stessa situazione avrebbe consigliato di “battersi” nelle sedi opportune senza “clamore” e senza “oltraggiare” le istituzioni giudiziarie.
Premesso che, come scritto nero su bianco dal Tar Lazio e dal Consiglio di Stato e ancora prima nella relazione della commissione di accesso, nessun addebito di alcun tipo si possa muovere nei confronti del sindaco Paolo Mascaro, la sua “sete” di giustizia (chiunque al suo posto si sentirebbe ingiustamente colpito in prima persona) però non dovrebbe andare ad alimentare quella larga fascia di opinione pubblica che, nella convinzione che Lamezia Terme abbia subito un’ingiustizia, parla di complotti, di poteri forti, di interessi contrari allo sviluppo della città. Cioè guarda fuori dai suoi confini per spiegarsi il cataclisma che si è abbattuto, invece, di guardarsi dentro.
Nessuno che abbia onestà intellettuale, comunque, può nascondersi il fatto, ribadito dagli stessi organismi di cui sopra, che nel Consiglio comunale di Lamezia Terme si siano accomodati soggetti che, per le singole responsabilità personali, non lo avrebbero meritato o, per usare un termine purtroppo desueto, non erano degni di occupare quegli scranni.
Ora, le singole posizioni giudiziarie si definiranno nelle sedi opportune, ma il fatto resta. E su questo, duole doverlo evidenziare, non sono state espresse le giuste considerazioni e non sono state fatte le doverose valutazioni.
Lo dico con convinzione, lo Stato non ci sta facendo una bella figura. Ma lo Stato “inefficace” che intendo io non è quello chiamato a giudicare atti amministrativi e provvedimenti giudiziari, per valutare i quali bisogna possedere competenza. E’ quello che una volta che ti dice: basta la situazione è grave intervengo io per aiutarti, poi, non ti porta alcuna soluzione, nessun sollievo, nessuna attività che possa permettere ai cittadini di avvertire un miglioramento delle proprie condizioni e della vivibilità della città.
Alzi la mano chi è convinto che la triade commissariale (ora reinsediata) abbia operato in questi termini. E alzi la mano chi, con il suo ritorno, crede che le cose cambieranno (Anche se qui bisognerebbe aprire un capitolo a parte sui poteri che l’attuale normativa riserva ai commissari straordinari).
Questo è il punto vero di cui una comunità partecipe dovrebbe occuparsi. Il problema che affligge Lamezia Terme, a mio avviso, è più sociale che politico.
La classe dirigente della città, intesa come professionisti, menti libere, rappresentanze sociali e datoriali, cosa pensa? Perchè assiste inerte allo sfascio del significato stesso della parola comunità?
Guardiamoci intorno, in un momento di “smarrimento” così grave, quali figure e quali proposte sono emerse che possono indicare una speranza, un percorso virtuoso, un progetto di risveglio delle coscienze, una visione della città futura. Chi sta cercando di alimentare un dibattito che guardi oltre l’attualità?
Il vuoto. Il silenzio.
Allora, è ovvio che ci si interroghi e si dibatta di quanto è accaduto e di tutte le sue ripercussioni, ma è assolutamente indispensabile pensare già da oggi a cosa fare affinchè la città non si ritrovi ancora una volta (è già successo nel 1991 e nel 2002) a dover fare i conti con provvedimenti drastici che alla fine puniscono più i cittadini che i loro rappresentanti politici e istituzionali.
E bisogna farlo partendo da un punto fondamentale: il rispetto delle istituzioni. Siano esse l’autorità giudiziaria, i giudici amministrativi o i tribunali. Ma anche e, soprattutto, partendo dal rispetto delle istituzioni rappresentative della volontà popolare: consiglio comunale prima di tutto.
La raccolta del consenso popolare è la prima forma di infiltrazione che le mafie e i gruppi di potere utilizzano per poter poi influenzare e modificare a loro vantaggio le scelte amministrative.
E’ evidente, quindi, che il primo passo lo deve fare la politica nel selezionare candidati degni e non semplici collettori di voti, aprendo a personale qualificato, culturalmente preparato, motivato, protetto da possibili “contaminazioni”.
Ma qui torniamo al concetto di “società” inerte di cui parlavo. Chi si sente pronto a metterci la faccia? Ecco, appunto, il silenzio. E nel silenzio durato 28 anni che quegli spazi di “democrazia” sono stati “occupati” contro l’interesse della cittadinanza.
Guardarsi dentro, allora, è davvero il primo passo per cambiare.

Maurizio De Fazio