Lamezia, minacce prima dell’omicidio Pagliuso: scontro tra Ordine avvocati e Camera penale

Lamezia Terme – Continuano a provocare reazioni gli effetti dell’operazione “Reventinum” che ha consentito di individuare i mandanti dell’omicidio dell’avvocato Francesco Pagliuso, assassinato la sera del 9 agosto 2016 mentre scendeva dall’auto nel cortile della sua casa di via Marconi a Lamezia Terme.
Nei giorni scorsi, infatti, rispondendo alle domande del collega Pasqualino Rettura de “Il Quotidiano del Sud”, il presidente dell’Ordine degli avvocati lametini, Antonello Bevilacqua in relazione alla circostanza che Pagliuso avesse informato i colleghi della Camera Penale delle minacce subite nonchè di un sequestro lampo di persona proprio dai soggetti, successivamente, arrestati ha avuto modo di dichiarare: “…ne ebbi contezza solo molti mesi dopo la morte di Francesco, quando ormai la notizia era diventata di dominio pubblico. Ricordo che espressi grandissima meraviglia e fui pervaso da una grande rabbia per la mancata denuncia di tale fatto alla Procura della Repubblica e mi venne risposto, con mio grande stupore, che Francesco, per sua scelta, si era limitato a raccontare la vicenda soltanto ai colleghi della Camera Penale“.
Bevilacqua, inoltre, ha aggiunto “…posso assicurare che se fossi stato avvisato dell’accaduto nella mia qualità, avrei fatto di tutto per convincere Francesco a denunciare tutto alla Procura della Repubblica. Ho pensato, da allora, che una immediata denuncia avrebbe potuto forse, evitare quel che poi è successo…“.
Le dichiarazioni di Bevilacqua non sono affatto piaciute agli avvocati della Camera Penale che hanno inteso indirizzargli una lettera.
Eccone il testo integrale:
“Egr. Presidente, tutti noi del Direttivo della Camera Penale abbiamo ricevuto numerosi messaggi con i quali i nostri palesemente risentiti Colleghi, iscritti e non, hanno stigmatizzato le dichiarazioni da Te rese e pubblicate dal «Quotidiano del Sud» in data 26/01/2019 con il sensazionalistico titolo “Avrei fatto di tutto affinché Pagliuso denunciasse”. Articolo poi da Te persino riportato sulla Tua pagina “Facebook”, ed il cui tenore è stato talmente infelice ed intempestivo da provocare commenti offensivi sul compianto Francesco tanto da determinare l’immediato intervento legittimamente risentito della sorella Angela.
Ciò posto, non possiamo non biasimare, in perfetto accordo tra noi, la portata delle Tue affermazioni che offendono la dignità ed il decoro dell’intero Direttivo della Camera Penale nonché la stessa memoria di Francesco e l’indicibile dolore dei familiari che ben altro contegno si sarebbero legittimamente attesi da chi, come te, si pregia di rappresentare l’intero Foro lametino.
Anzicché recepire acriticamente la notizia di stampa (che pure qualche trasalimento critico avrebbe dovuto suscitarti), sarebbe bastato contattare anche solo telefonicamente l’Avv. Pino Zofrea, Presidente fondatore della Camera Penale e già Presidente per 3 bienni del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Lamezia Terme, affinché potesse renderTi adeguatamente edotto delle effettive dinamiche della vicenda su cui hai avvertito la necessità di intervenire, e fugarti ogni possibile residua perplessità sul consapevole e responsabile comportamento dell’intero Direttivo della Camera Penale (per come del resto già a suo tempo compiutamente riferito all’Autorità Giudiziaria), nei cui confronti hai improvvidamente rappresentato obblighi di denuncia che, oltre ad essere assolutamente inesistenti sotto qualsivoglia profilo, erano e restavano di esclusivo dominio di Francesco Pagliuso. Vieppiù quando, ove mai fosse stato possibile (e non lo era) un anomalo intervento da parte nostra sul coinvolgimento dell’Autorità Giudiziaria, esso avrebbe certamente esposto Francesco a quei rischi che purtroppo la storia ci ha dimostrato essere fondati.
Ti saresTi in tal modo risparmiato quelle affermazioni, di certo non adeguatamente meditate (né tanto meno concertate con il Consiglio che rappresenti), su fatti e circostanze da Te totalmente ignorate (per come tu stesso hai dichiarato).
Nonostante i nostri sforzi, non abbiamo compreso sulla scorta di quali elementi hai potuto affermare che i componenti del Direttivo non abbiano adeguatamente sollecitato Francesco -per lo meno al pari di quanto rivendichi avresti fatto tu ove fossi stato informato- a denunciare in tutte le sedi opportune quanto era stato loro riferito.
Non puoi aver dimenticato che il caro ed indimenticabile Francesco era non solo fervente e qualificato Segretario ma, soprattutto, l’animatore appassionato ed inesauribile della nostra Camera Penale, legato a tutti i componenti della stessa da profonda stima ed incontenibile affetto. Da tanto avresti dovuto facilmente immaginare con quale sincera e responsabile intensità avessimo tutti sollecitato una definitiva soluzione e sviscerato le ragioni che Francesco prospettava, anche per riportare la piena serenità nell’ambito della stessa Camera Penale.
Per concludere, riteniamo utile ribadirti: Francesco ci aveva chiaramente espresso le fondate ragioni per le quali aveva ritenuto opportuno superare il pur grave episodio; ragioni che, come sopra cennato, non avevano nulla a che fare con la pusillanimità, ma esaltavano invece la sua dignitosa consapevolezza e coerenza.
Tale doveroso chiarimento s’è reso necessario per fugare gli equivoci ingenerati dalla rappresentazione, del tutto unilaterale e snaturata, della vicenda che hai offerto, ed i frettolosi giudizi da Te formulati nei confronti del Direttivo della Camera Penale.
I tuoi sforzi ed il tuo fervore in ben altra direzione avrebbero invece potuto orientarsi, allontanandosi, per come avrebbe invece dovuto essere, dalle polemiche sterili e prive di concludenza”.