Catanzaro – Sedici pagine. Hanno dovuto aspettare un anno, e protestare con forza, i familiari di Gennaro Ventura (nel riquadro foto a sinistra), per ottenere le motivazioni della sentenza emessa dal gup Carlo Saverio Ferraro l’8 maggio del 2017 che condannava a 10 anni di reclusione il collaboratore di giustizia Gennaro Pulice, reo confesso di essere l’esecutore materiale dell’omicidio del fotografo, e carabiniere in congedo, di Lamezia Terme. Le motivazioni portano la data del 10 maggio scorso e ripercorrono quelle che sono state le fasi del processo, tirando dentro anche il boss Domenico Antonio Cannizzaro, che in questa drammatica vicenda ricopre il ruolo di mandante. Un comando di uccidere che Cannizzaro – condannato in primo grado a 30 anni di reclusione – avrebbe dato all’allora appena 18enne Gennaro Pulice (nel riquadro foto a destra) per vendicare l’arresto di un cugino, Raffaele Rao, avvenuto nel 1991 quando Ventura faceva il carabiniere a Tivoli.
L’arresto, per una rapina durante la quale era stato sottratto un ingente quantitativo di sostanza stupefacente dagli uffici del perito chimico del tribunale, avrebbe provocato delle «conseguenze psicologiche al Rao» e anche queste andavano vendicate. Una volta congedato dall’Arma, Gennaro Ventura si era impiegato come fotografo con il padre. Quella del lavoro fu la scusa con la quale Pulice attirò nella sua trappola Ventura – che già conosceva per un precedente rapporto professionale – con la scusa di fotografare dei reperti archeologici che Pulice diceva di avere trovato in località Carrà-Volpe, alla periferia di Lamezia.
Una volta lì, due colpi di pistola calibro 9×19, di cui uno alla testa, uccidono il giovane fotografo di 28 anni. Era il 16 dicembre 1996. Il corpo di Gennaro Ventura giacerà occultato nel palmeto di una vecchia casa diroccata fino al 2008.
DATI EMERSI FIN DALL’INIZIO Eppure fin dall’inizio, fin dalla denuncia, era emerso che Gennaro Ventura, prima di sparire aveva avuto un appuntamento di lavoro con tale Gennaro Pulice. Ed era emerso il fatto dell’arresto di Tivoli, di Rao e della parentela con Cannizzaro. «Non essendo emersi ulteriori elementi il procedimento era stato archiviato il 13 marzo del 1998», scrive il Ferraro.
ALTRI COLLABORATORI Le indagini vengono riaperte nel 2008, col ritrovamento del copro da parte di persone che stavano visitando il casolare perché interessati a comprarlo. Si scopre che altri collaboratori di giustizia avevano parlato dell’omicidio Ventura. Gianfranco Norberti riferì di averne sentito parlare durante una cena da parte dello stesso Pulice il quale riferì di screzi con un fotografo per questioni di droga. Norberti, benché convinto che si trattasse di Ventura, fraintese e pensò che forse il fotografo consumava droga. Nel 2011 Massimo Di Stefano raccontò che «nel 94/95 i Torcasio mi avevano chiesto di portare loro Gennaro Ventura facendomi capire che lo volevano ammazzare sia per i fatti legati ad una operazione di droga alla quale Ventura aveva partecipato mentre si trovava a Tivoli e che concerneva sostanza stupefacente – gestita da gente dei Morabito/Pizzata e dei Cannizzaro per mezzo di un loro parente a nome Rao – sia per fatti di donne». Saltò fuori più di ogni altro elemento, per la cronaca, il fatto delle donne. Solo scandalo, solo fumo, nonostante alcuni elementi importanti e concordanti nelle dichiarazioni dei pentiti, e una nuova archiviazione.
LA SVOLTA La svolta arriva con le confessioni di Gennaro Pulice, collaboratore di giustizia dopo l’arresto nell’operazione antimafia Andromeda, a maggio 2015. Pulice racconta che quando uscì la notizia del ritrovamento delle ossa di Ventura lui era a Rosarno a casa di suo suocero. Suo cognato allora fece la battutta «Adesso il “Bibbiano” non dorme», riferendosi a Mimmo Cannizzaro, detto Bibbiano perché quando era latitante a casa della sorella stava sempre con una Bibbia in mano. Ai suoi parenti di Rosarno Pulice spiega che “Sto cane”, Ventura, andava punito perché aveva «rovinato Raffaele (Rao, ndr)» che si era fatto 7/8 anni di carcere. «È stato – racconta Pulice – accusato ingiustamente. E sto cugino è andato fuori di testa mentre era detenuto, non si è mai ripreso più no?» Era questa la matrice della vendetta.
Il delitto avrebbe dovuto consumarsi nel negozio ma nel negozio Ventura non era mai solo, c’erano sempre il fratello minore e la madre o la moglie.
DIECI ANNI PER L’ASSASSINO Per quanto riguarda la condanna il giudice scrive di avere tenuto conto della «dichiarazione confessoria con la quale ha riconosciuto la sua responsabilità quale esecutore materiale dell’omicidio». «Il corretto comportamento processuale dell’imputato – prosegue il giudice – consente la concessione delle attenuanti generiche».
«Pena congrua da irrogare, valutati i criteri tutti di cui agli articoli 133 e seguenti del codice penale, ritenuta la continuazione, è quella di anni dieci di reclusione, così determinata: pena base, ergastolo, sostituita ex art 8 legge 203/91 (la legge sulla dissociazione dall’attività mafiosa, ndr) con la pena di anni 15 di reclusione, ulteriormente ridotta per la scelta del rito (il rito abbreviato può comportare uno sconto di pena, ndr) alla pena di anni 10 di reclusione». Alla famiglia della vittima, assistita dall’avvocato Italo Reale, è stato riconosciuto il risarcimento danni con una provvisionale di 80mila euro che sarà valutata in sede civile.
Adesso, dopo 22 anni, si può cominciare a pensare al secondo grado di giudizio e all’avvio di una condanna definitiva.

Alessia Truzzolillo
(Corriere della Calabria.it)

12 maggio 2018