Lamezia, per la prima di #Tramedicolorfest in scena Peppe Voltarelli e la musica di Otello Profazio

Lamezia Terme – Grande successo di pubblico per il primo appuntamento di #TramediColorFest; protagonisti Peppe Voltarelli e la musica di Otello Profazio. Sullo sfondo, la presentazione del cd-book “Voltarelli canta Profazio” prodotto da Squilibri Editore. A coordinare l’incontro lo scrittore Andrea di Consoli.
Un lavoro, definito “psicanalitico” che porta il cantautore a riscoprire la musica folk Calabrese in una chiave di lettura più intimistica e sentimentale. Voltarelli sceglie Profazio, esponente del folk meridionale, e lo fa deponendo le armi, chiudendo quella guerra interiore che in un primo momento lo ha portato a rifiutare la storia della musica popolare del Sud. Così il cantautore: “Per anni ho odiato Calabrisella; non ho mai visto questa canzone come un rimpianto”.
Attraverso il cd-book, Voltarelli fa rivivere la collaborazione tra Profazio e Buttita con un richiamo all’esistenzialismo moderno, alla condizione di gente di periferia, chiusa in una gabbia di autocommiserazione pietosa, in un meridione che nel tempo rimane uguale a se stesso.
“I Calabresi sono arrabbiati lo si vede nei loro volti. Io scrivo canzoni, incido dischi ma ancora non ho il coraggio di vivere nella mia terra. Non lo faccio perché ho paura che la Calabria mi fagociti nelle sue contraddizioni. Mi piacerebbe invece essere d’esempio. Io in Profazio ho riconosciuto la mia storia. È come se avessi fatto un master di canzone italiana.”
Un percorso di studio profondo e analitico: “Profazio è l’uomo che ha vissuto la sua arte quasi in maniera trasgressiva; l’artista che non ha un manager, che dopo avergli proposto il mio progetto è arrivato in pullman chiedendo solo una chitarra. L’uomo che ha fatto sparire in un minuto il mio passato da musicista, fatto di amplificatori, strumenti, pesi reali. Per lui basta solo una chitarra perché tutto ciò che ha da dire, da suonare e da cantare è dentro di sé. Io mi rivedo in lui, io salgo su un palco con solo in braccio una chitarra”.
Intonando pezzi come Qua si campa d’aria e Amuri amuri, Voltarelli ha enfatizzato l’importanza del folk in un’ottica di riscoperta del dialetto visto come mezzo di diffusione di un linguaggio universale: Di Consoli ha sottolineato inoltre la distinzione tra folk e folklore definendo errato considerare “al singolare” il concetto di tradizione. Secondo Voltarelli la preoccupazione di un’artista oggi sta nel non perdere il successo: “oggi si è persa la dimensione collaborativa. Non esistono esempi di condivisione nella musica. La magia della musica sta nella condivisione sta nel ritornare alle cose semplici”.
Tornando al suo lavoro, Voltarelli ha narrato la difficoltà nel riarrangiare le canzoni di Profazio: “i pezzi di Otello sono molto semplici, fatti di pochi accordi; il mio è stato un lavoro quasi geometrico di ricostruzione.”
“Il lavoro è stato un omaggio fatto quasi ad insaputa di Profazio, nessuna collaborazione. Ho iniziato ad approcciarmi alla sua musica nel 2009. Mi piace proporre un artista di 81 anni che ancora oggi è seguitissimo. Il dialetto non è un muro, non è una chiusura, ha uno sguardo aperto verso il mondo, il dialetto si sporca, non ha paura di rovinarsi e contaminarsi, è come se fosse un’opera, una rovina ma viva.. Quando hai questi momenti in cui riesci ad utilizzare il dialetto per modellare il circostante stai raccontando storie. La scrittura è necessità.” – Così Voltarelli prima di salutare il pubblico.
Un incontro che ha voluto smantellare “i pregiudizi per convenzione” sulla musica folk offrendo al pubblico una nuova chiave di lettura sul dialetto nella musica. Quella folk è musica di denuncia, musica dell’anima consolatoria, intima, riconoscibile e trasversale.
L’incontro si chiude con un’ultima intensa interpretazione del brano Allu mè paisi, un grido nostalgico che esprime al tempo stesso, attraverso un linguaggio definito universale, rassegnazione e speranza.

(c.s.)

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