Lamezia Terme – Da “segreto meglio custodito d’Europa” a sito naturalistico tra i più visitati della Calabria.
La filosofia delle Valli Cupe in un dialogo di Claudio Cavaliere con l’etnobotanico Carmine Lupia, artefice della sua valorizzazione e oggi direttore della Riserva.

Oramai ne parlano tutti. Dai documentari della BBC alle pagine del National Geographic; dai videoclip delle canzoni alle mostre fotografiche internazionali che girano per Londra, New York, Milano; dalle guide turistiche come la Lonely Planet, alle pagine dei giornali nazionali. Ma soprattutto sono decine di migliaia le persone che ogni anno visitano i luoghi più spettacolari della Riserva delle Valli Cupe accolti dalla coop. “Segreti mediterranei”.
Il 21 dicembre le Valli Cupe festeggiano il primo compleanno del riconoscimento a Riserva naturale regionale. Ma la loro valorizzazione nasce da lontano, dall’intuizione, dalla passione, dalla testardaggine, dalla professionalità di un calabrese dai tratti mediorientali, Carmine Lupia, etno-botanico di Sersale autore, tra l’altro, di numerosi studi e pubblicazioni e da aprile primo direttore della Riserva.
Averlo come guida è una esperienza difficile da dimenticare. Significa camminare a bocca aperta. Con lui abbiamo parlato del metodo, della filosofia che sta alla base di quello che è stato definito “il fenomeno Valli Cupe” e che regala più di una sorpresa.
Oggi sembra sia stato tutto facile. Passare da “segreto meglio custodito d’Europa”, seconda la definizione del naturalista belga Bouquet, a sito naturalistico tra i più visitati della Calabria non deve essere stato semplice.
Il turismo prettamente ambientale, etno-naturalistico non è ancora diffuso in Calabria. All’inizio c’era molto scetticismo sull’idea di valorizzazione del sito. Nessuno, sul territorio, credeva che un canyon potesse diventare un attrattore turistico. Da noi il canyon era considerata una timpa, dove l’unica possibilità di utilizzo era magari farci una discarica. Allo stesso modo una cascata non è altro che un burrone con un salto d’acqua. E’ un retaggio del passato, qualcosa che ricorda i periodi in cui c’era la fame e questi luoghi erano considerati inutilizzabili, perché terreni non coltivabili, improduttivi e spesso inaccessibili.
L’altra difficoltà è che in Calabria la valorizzazione del turismo, a partire dagli anni sessanta, ha puntato esclusivamente sulla costa o sull’alta montagna mentre si è esclusa la zona collinare o montana di mezza costa dove però sono concentrati gli ultimi milletrecento anni di storia della Calabria. C’era la convinzione che il centro storico collinare, spesso medievale, non avesse alcuna possibilità di fronte al villaggio turistico di nuova costruzione che andava localizzato sull’altopiano silano piuttosto che sull’Aspromonte. Tutto quello che era preesistente, antico, veniva considerato vecchio, da buttare, impossibile da valorizzare.
Valli Cupe invece è un contesto che non è né rivierasco né di alta montagna, ma un sito naturalistico dove il borgo ha una funzione importante, è l’anima di tutto il sistema. E’ un luogo-luogo perché i turisti vogliono anche altro, certo la natura, ma una natura impregnata di storia, di rapporti umani.

cascata dell'inferno

Oltre il 60% della popolazione calabrese vive sotto i 300 metri sul livello del mare e meno del 4% sopra gli 800. Forse per questo è raro trovare esempi di sottomissione della pianura alle ragioni di chi “abita più in alto”.
Ci vorrebbero di nuovo le incursioni saracene per allontanare le persone dalla costa (ride). La vera debolezza della Calabria è non avere una politica montana forestale con politiche agricole di valorizzazione delle varietà autoctone. Siamo la regione più forestata del mediterraneo, ma con boschi spesso abbandonati preda anche di speculatori. Tutti i nostri boschi si sono coevoluti con la presenza dell’uomo e quindi non sono ecosistemi naturali ma agro forestali. E il bosco non è solo una risorsa ricreativa ma è anche una risorsa per i prodotti del sottobosco e del legname. Ho un amico che si occupa di piani di assestamento forestale, bravissimo. E’ convinto che se venissero gestiti bene, i boschi pubblici calabresi potrebbero creare centomila posti di lavoro. I nostri operai forestali vengono considerati un peso mentre potrebbero diventare una vera risorsa. Qualcuno potrebbe obiettare che questo è un ragionamento anti ecologico ma non è così perché i boschi gestiti secondo le leggi della silvicoltura e delle scienze forestali sono importanti dal punto di vista ecologico. Ho condotto studi in molte parti del mondo e ovunque i boschi abbandonati perdono in pochi decenni molta biodiversità. Ricordo sui Pirenei una faggeta non sottoposta a taglio da oltre duecento anni aveva 37 specie vegetali. Un’altra tagliata secondo le leggi della silvicoltura aveva 157 specie. Governato come si deve il bosco fa aumentare la biodiversità, migliora persino la qualità dell’aria. Un bosco maturo, una faggeta abbandonata da un secolo produce 3 tonnellate di ossigeno per ettaro all’anno. Una faggeta gestita bene, secondo i principi della silvicoltura sistemica, produce 25 tonnellate di ossigeno per ettaro all’anno. Per questo penso che una politica per la montagna seria non può eludere il tema della valorizzazione del territorio attraverso sistemi economici montani efficienti.
Questa tua visione è stata minoritaria per molto tempo. Forse lo è ancora. L’idea che l’uomo debba stare più lontano possibile dalla natura, al massimo assumere il ruolo di spettatore è ancora prevalente tra un certo tipo di ecologisti.
Bisogna capire cosa abbiamo di fronte. Nelle regioni mediterranee come la nostra non siamo in presenza di ecosistemi naturali dove l’uomo non ha mai messo le mani, al contrario l’uomo ne è parte integrante ed è sbagliato non tenerlo in considerazione perché rischiamo solo di fare del male alla biodiversità. Nei nostri ecosistemi se dovesse sparire l’uomo con le attività pastorali, silvo forestali e agricole, in pochissimi decenni si estinguerebbero decine e decine di specie. Sappiamo che gli ecosistemi stanno in piedi se c’è un disturbo che crea un equilibrio dinamico importante per la conservazione. Ti porto qualche esempio. Scomparso l’uomo con la coltivazione dei cereali nella media e alta montagna sono scomparse alcune specie, tra cui la coturnice, animale molto importante nella catena alimentare perché era la preda di alcuni carnivori, mammiferi e di altre specie alate. Scomparsa la coltivazione della maiocca, grano tenero locale, dello jermano, la segale, sono scomparse non solo alcune specie agrarie ma interi ecosistemi agro forestali. Paradossalmente da noi molti problemi nascono perché la presenza dell’uomo è diminuita e l’idea che l’abbandono possa migliorare le cose, gli ecosistemi e la biodiversità è sbagliata. L’abbandono non migliora mai le cose. Altro esempio, il capo vaccaio, l’avvoltoio sacro dei geroglifici degli antichi egizi, animale importante per la biodiversità, una specie prioritaria, tutelata, oggi a rischio estinzione. La sua scomparsa è legata anche alla circostanza che l’uomo ha abbandonato alcune attività che erano il suo habitat, pascolo, pastorizia. Dove non ci sono mandrie il capo vaccaio non può stare perché si ciba di placente di animali, di carogne, di sterco di vacche.
La presenza dell’uomo non è quindi solo una forma di tutela ma a volte è importante anche direttamente per gli ecosistemi. In alcune zone della Riserva, proprio per la ricchezza di specie, c’era un forte bracconaggio, sono state trovate specie importanti, anche rapaci notturni, uccisi. Da quando c’è un flusso costante di visitatori il bracconaggio è scomparso. Quando una cose è conosciuta non si può fare quello che si vuole perché si nota, c’è un controllo sociale positivo.

canyon

Questa filosofia è stata applicata al sistema delle Valli Cupe. Offrire non solo un modello estetico-emozionale ma soprattutto di conoscenza. L’uscita del paesaggio dall’apparenza esclusivamente estetica ne fa il veicolo più adatto per assicurare il transito verso la conoscenza.
E’ così. Il nostro tentativo è di offrire non solo una visione estetica – emozionale dell’ambiente ma di riempirlo di contenuti di conoscenza cosicché le emozioni siano più vere, più durature. Lo sguardo dimentica, la conoscenza no. Quando parliamo di animali e piante ne mettiamo in risalto il rapporto che c’è con l’uomo ed è la parte che più interessa i visitatori. Se parlo del lentisco e ne descrivo le caratteristiche botaniche mi accorgo che incuriosisce poco. Se ne racconto l’utilizzo da parte dell’uomo e dico che questo cespuglio è l’albero della gomma da masticare, la cosiddetta “mastica di Chio”, una tecnica arrivata in Calabria secoli e secoli prima che gli americani portassero il chewing gum; se racconto che il frutto si utilizzava per estrarre l’olio e da noi veniva offerto alle divinità e che era un olio ricco di polifenoli, che la cenere serviva per fare il sapone, l’elemento che poi è stato sostituito dalla soda caustica, c’è più attenzione. Oppure se mostro l’albero della manna di biblica memoria, un dolcificante di cui la Calabria era uno dei maggiori esportatori, o la rosa canina e spiego che dalle bacche si faceva quello che possiamo considerare l’antesignano della passata di pomodoro, sono sicuro di attrarre l’interesse dei visitatori perché questi antichi saperi oggi dimenticati fanno della visita all’ambiente la parte più emozionale.
E’ la consapevolezza dell’affinità uomo-natura ciò che appassiona, non le disaffinità. Il fatto di parlare di etno-botanica, cioè dell’antico utilizzo di queste piante è la cose che stimola di più l’interesse e diventa allo stesso tempo educazione ambientale duratura. Solo la conoscenza produce rispetto, è l’unica cosa che può far cambiare l’atteggiamento dell’uomo. Le sole emozioni sono transitorie, fatue non garantiscono il vero cambiamento che è l’obiettivo dell’educazione ambientale.

E’ questo dunque il modello alla base dell’idea Valli Cupe …
Non basta dire che una cosa è bella, suggestiva per essere attrattiva. Ci sono alcuni passaggi che non puoi eludere se vuoi fare turismo ambientale.
La prima fase è dare una lettura del territorio scevra da un approccio ideologico. C’è una visione oggettiva degli ecosistemi che non puoi saltare. E qui entra in gioco la conoscenza del territorio, del suo passato, delle sue storie, delle sue tradizioni. La seconda fase è progettare la fruibilità dei luoghi con i sentieri che si realizzano intorno ad attrattori forti, attraverso l’ingegneria naturalistica, legname locale, pietra e materiale del luogo. Oggi molti sentieri sono anelli nei boschi, belli per carità ma anche monotoni, senza un contorno di attrattive che possono essere spiegati da un punto di vista botanico, naturalistico. Quando parlo di attrattori principali mi riferisco ad una cascata, ad un canyon, ad alberi secolari, a monoliti, ma anche a reperti archeologici, geologici. E poi intorno una serie di attrattori secondari. Tutte cose che bisogna conoscere, saper leggere e mettere a sistema. Infine i servizi, da guide ben preparate all’ospitalità. Alla fine della giornata occorre che ci sia un posto dove chi viene può poter fare una doccia, mangiare qualcosa di buono, girare nel paese, dormire. E qui torniamo all’inizio, all’importanza fondamentale del borgo nel sistema. Questo è il modello Valli Cupe, il criterio che stiamo seguendo ed intorno al quale è stato possibile sviluppare la promozione.

Giampiero Bodino

La promozione è stato il vostro punto forte. Come hai fatto a creare tutti questi rapporti con giornalisti, registi, intellettuali, gente dello spettacolo, studiosi, fotografi … ?
Centoventi servizi televisivi mandati più di una volta sulle maggiori reti tv sono state importanti per noi, dalla BBC a Geo&Geo senza dimenticare le innumerevoli tv locali. Così come avere il nostro paesaggio come sfondo ad una mostra di gioielli Richemont in mostra a Londra, New York e Milano.
E’ vero, qualcuno spesso mi dice: “Ma tu conosci tante persone che hanno permesso questo”. Certo, due minuti di spot sulle Valli Cupe alla finale di Miss Italia, un servizio in prima serata sul Tg1, sono tutte cose che ci hanno fatto bene. Ma queste relazioni sono nate perché ho collaborato con molta di questa gente dal punto di vista scientifico, ho fatto consulenze per programmi televisivi, ho curato i giardini di molte persone. Così li ho conosciuti, siamo diventati amici e li ho fatti innamorare dei nostri luoghi.

Insomma non ti sei lasciato coinvolgere nel gioco spocchioso di chi guarda al turismo con la sufficienza che caratterizza l’altezzosità di chi in fondo mantiene un atteggiamento classista. Del resto la metafora del “gregge di turisti” risale al 1872, coniata dal conte Gobineau, per carità, grande viaggiatore ma anche ispiratore delle teorie razziste moderne.
Il turismo naturalistico è già in partenza più consapevole. So bene che anche in natura c’è un problema di carico massimo. Allo stesso modo di come un pascolo può sopportare un certo numero di capi bovini per ettaro anche la presenza umana va dosata. Tuttavia i nostri siti sono ben lontani, purtroppo, da presenze numeriche tali da diventare potenzialmente pericolose. Da questo punto di vista ben vengano le greggi.
Quello che cerchiamo di fare, il nostro obiettivo, è far capire che è possibile una riconciliazione attraverso il mondo dei saperi tra uomo e natura, qualcosa che esisteva nel passato e di cui la Calabria è un esempio straordinario. Il turismo deve servire anche a far tornare i nostri paesi luoghi vissuti, protagonisti attraverso la conoscenza, e naturalmente anche fonte di reddito. Non dimentichiamo che il turismo riesce a creare un mercato quasi in regime di monopolio sul territorio, nel senso che il turista deve spendere per forza nel posto in cui si trova.

E’ replicabile questo modello in Calabria?
Civita nel nord della Calabria è un altro esempio positivo. Potrebbero nascere molte esperienze simili. Sono stato chiamato da innumerevoli altre realtà, dal sud al nord della Calabria, proprio perché volevano ripercorrere il nostro modello. Sono stato contattato da oltre venticinque gruppi, ma nessuno, lo dico con rammarico, è riuscito a superare i tre anni di vita. Non sono riusciti perché a mio avviso queste esperienze difettavano di alcuni elementi importanti, la conoscenza, la cultura del territorio dal punto di vista botanico, zoologico, storico, archeologico, antropologico.
Se vuoi scrivere un libro devi conoscere l’alfabeto, le idee senza alfabeto non servono. Il territorio da solo non parla, bisogna sapergli dare voce, interpretarlo. Ma per fare questo devi avere un metodo, gli strumenti e una serie di professionalità di cui non si può fare a meno. Si può amare solo ciò che si conosce e solo ciò che si ama si valorizza e si tutela.

Valli-cupe1

La Calabria è terra di parchi ma è evidente che non esprimono il potenziale possibile.
I parchi potrebbero funzionare bene perché abbiamo in Calabria le persone con le competenze e con un ottimo livello tecnico scientifico per gestirli. Forse ci vorrebbe meno ingerenza politica. Ridiscutere la governance sarebbe importante ma soprattutto mettere le persone giuste al posto giusto. Dopo oltre mezzo secolo dalla nascita dei primi parchi in Calabria non bisogna pensare a generare solo assistenzialismo cosa che anche a livello nazionale è stato fatto. I Parchi devono pensare non solo a conservare ma anche ad incentivare le attività agro silvo pastorali così come prevede la legge istitutiva e creare sviluppo sostenibile.
Sei uno che ha deciso di rimanere. Evidentemente ci sono cose per le quali è valso la pena restare, che ti hanno soddisfatto così come è ovvio che vedi anche un futuro possibile …
Spesso guardo indietro con la mentalità e le responsabilità di oggi, di padre, marito e penso che è importante avere l’imprudenza, l’incoscienza dei venti anni.
La cosa più soddisfacente è stato capire, imparare dalla natura. Credo di essere cresciuto molto dal punto di vista professionale lavorando sul territorio. Così come vedere il mio paese crescere su questa esperienza è stata un’altra grande soddisfazione. Appena ritornato dall’università c’era un solo ristorante stagionale a Sersale. Oggi ci sono sette realtà che lavorano molto grazie a Valli Cupe e si è creato un indotto di ricettività, di bar. Spesso di questo sviluppo sostenibile si parla molto ma si realizza poco. Una realtà che nasce attraverso una cooperativa di giovani del luogo solo con la conoscenza e il lavoro è riuscita a creare ricchezza sul territorio e come dice il direttore delle aree protette di Legambiente siamo la prima green comunity del mezzogiorno. Soddisfatto anche perché la politica, che solo all’inizio l’innovazione l’ha vista male, in seguito non ha ostacolato anzi ha aiutato. Questa esperienza mi ha fatto incontrare persone eccezionali che hanno contribuito a dare non solo le basi culturali, ma un sostegno serio al nostro percorso, comprese personalità della politica e delle istituzioni.
Naturalmente non dimentico anche le delusioni, i piccoli tradimenti. Siamo partiti in tanti siamo rimasti in pochi e adesso siamo di nuovo in molti.
Il futuro è consolidare la Riserva con ulteriori servizi, una ristorazione ancora più autentica, maggiori prodotti locali, e un sistema autosufficiente dal punto di vista dei prodotti agroalimentari.
Il sogno è creare finalmente un cammino per la Calabria che attraversi i borghi e la creazione di un conservatorio etno-botanico per lo studio e la ricerca della biodiversità mediterranea.

19 dicembre 2017